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Guerra tra Iran, Usa e Israele

Chi è Ahmad Vahidi e perché Pasdaran e politici che vogliono la guerra sono sempre più forti in Iran

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Ahmad Vahidi, fondatore delle milizie al-Quds e guida delle Guardie rivoluzionarie (Irgc), è stato promosso dalla guida suprema iraniana all’incarico di maggiore generale. Vuol dire che spetterà a lui prendere decisioni cruciali per il prosieguo della guerra tra Iran e Stati Uniti.

Ahmad Vahidi, fondatore delle milizie al-Quds e guida delle Guardie rivoluzionarie (Irgc), è stato promosso dalla guida suprema iraniana, Mojtaba Khamanei, all’incarico di maggiore generale. In altre parole, spetterà a lui nei prossimi mesi prendere decisioni cruciali per il prosieguo della guerra tra Iran e Stati Uniti. Le posizioni di Vahidi sono favorevoli alla continuazione del conflitto.

Un falco a guida dei Pasdaran

Ahmad Vahidi ha spesso guidato la fronda degli intransigenti, contrari ai negoziati con gli Stati Uniti, opposta ai favorevoli al dialogo, come l’ex sindaco di Teheran, Mohammad Qalibaf, e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Tuttavia, nei comunicati ufficiali, l’establishment iraniano non ha mai voluto mostrarsi diviso durante questo conflitto che va ormai avanti dal 28 febbraio scorso, giorno dei bombardamenti di Usa e Israele che hanno ucciso i vertici della Repubblica islamica, a partire dalla guida suprema, Ali Khamenei. In realtà, le divisioni tra conservatori e moderati non sono una novità per la politica iraniana.

Lontano dalla vita pubblica

Di sicuro Ahmad Vahidi ha mantenuto un canale privilegiato di comunicazione con la guida suprema, Mojtaba Khamenei, che non appare in pubblico per ragioni di sicurezza dal giorno della sua nomina. Lo stesso sta accadendo con Vahidi. Quest’ultimo è apparso in pubblico, dopo mesi, solo durante i partecipatissimi funerali dell’ex guida suprema, Ali Khamenei, che si sono svolti per sette giorni lo scorso luglio in Iran e in Iraq. E così anche lui per ragioni di sicurezza si tiene completamente lontano dalla vita pubblica. Vahidi è stato in cima alla lista dei possibili obiettivi mirati di Israele, mesi prima che scoppiasse il conflitto. I suoi predecessori, Mohammad Pakpour e Hossein Salami, sono stati entrambi uccisi in raid dell’esercito israeliano (Idf).

Un rimpasto che rafforza i militari

Non solo Vahidi, tutte le nuove nomine volute da Khamenei rafforzano l’ala militare del regime iraniano e puntano a bilanciare il ruolo dei negoziatori di Teheran. La posizione di Mohsen Rezaei, consigliere della Guida suprema Khamenei, nominato segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, rafforza questa componente politica radicale. Il suo predecessore, Mohammad Bagher Zolghadr, era invece più vicino a Qalibaf. Nella stessa direzione vanno le nomine di Ali Abdollahi a capo dello Staff dei Pasdaran e Kiumars Heydari a suo vice. Anche Hossein Taeb a guida dei paramilitari basiji, responsabili della repressione interna, e Ali Ozmayi ai vertici della Marina indicano la volontà di rafforzare la componente ultraconservatrice all’interno del regime.

Il dialogo un “errore strategico”

Politici come Vahidi e altri, tra cui l’ex guida del Consiglio di Sicurezza nazionale, Saeed Jalili, ritengono che gli Stati Uniti non siano “seri” nella loro volontà negoziale. I radicali iraniani, formano il cosiddetto Fronte Paydari, nel quale figurano i deputati Hamis Rasaei, Mahmoud Naboyan, vicepresidente della Commissione per la Sicurezza nazionale, e Ali Khezrian, che hanno parlato di negoziati con gli Stati Uniti, dannosi per l’Iran, e di un “errore strategico”. Come se non bastasse, il parlamento iraniano ha approvato una legge che criminalizza qualsiasi intervista che viene rilasciata a media internazionali, ritenuti ostili alla Repubblica islamica. Qualsiasi violazione della legge può essere punita con sei mesi e fino a due anni di reclusione. Nel testo si fa anche riferimento a qualsiasi contatto con ambasciate straniere e istituzioni non-iraniane che deve avere sempre l’approvazione preventiva del ministero degli Esteri e dell’Intelligence.

Dalle milizie al Quds a braccio destro di Ahmadinejad

Nel 1988, Vahidi è stato tra i fondatori delle milizie al-Quds, incaricate di occuparsi dell’influenza iraniana all’estero. Qassem Soleimani, a guida della stessa milizia, è stato ucciso a Baghdad in un raid Usa nel 2020. Vahidi aveva ricoperto l’incarico di ministro della Difesa durante la presidenza del radicale, Mahmoud Ahmadinejad, e nel 2022 è stato nominato ministro dell’Interno. Per questo motivo, è stato tra i principali artefici delle campagne repressive del movimento “Donna, vita, libertà” che ha contestato il regime fino alle nuove proteste del 2026. Lo stesso Ahmadinejad, politico controverso e accusato di corruzione, è stato considerato dall’intelligence israeliana come un possibile politico di transizione per guidare l’Iran dopo l’uccisione di Ali Khamenei. Vahidi è anche ritenuto dalla magistratura argentina tra i madanti di un attentato contro un centro di cultura ebraica a Buenos Aires che nel 1994 uccise oltre 80 persone.

Vahidi vuole la guerra

Viene attribuita ad Ahmad Vahidi la proposta di suddividere il negoziato con gli Usa in fasi distinte. In altre parole, per la guida delle Guardie rivoluzionarie il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è intenzionato a proseguire la guerra contro l’Iran che invece avrebbe una posizione strategica di vantaggio sul campo. E così secondo i Pasdaran, in questa fase successiva all’avvio della tregua dell’8 aprile scorso, è necessario prepararsi per un’imminente ripresa delle ostilità. La “dottrina Vahidi” prevede quindi di separare l’intesa su Hormuz dall’accordo sul nucleare. E in altre parole di prolungare il più possibile il conflitto fino alla fine del mandato di Trump nel 2029.

A lui si rivolgono gli USA

A metà maggio, l’amministrazione Usa ha tentato di aprire un canale privilegiato di negoziato proprio con Ahmad Vahidi e le Guardie rivoluzionarie. Mentre politici come il presidente Pezeshkian, Qalibaf e Araghchi venivano visti sempre più come incapaci di controllare le redini del potere, Vahidi è stato in più occasioni considerato il vero centro decisionale di riferimento in Iran. In altre parole, la leadership religiosa degli ayatollah è stata messa sempre più in secondo piano dall’ascesa dei militari. In quella fase venne aperto un canale diplomatico attraverso il presidente del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani. “Sostengo pienamente i negoziatori e questa è la posizione delle Guardie rivoluzionarie. Preferiamo risolvere questa crisi attraverso il dialogo”, sarebbe stata la risposta dello stesso Vahidi al tentativo di aprire in Kurdistan un ulteriore canale negoziale con gli Usa.

Gli attacchi in Iraq

L’Iran continua a sostenere che non esistono ulteriori canali di negoziati rispetto a quelli ufficiali che vedono Qatar e Pakistan in prima fila. Eppure l’Iraq continua a essere il principale terreno di scontro con gli Usa, dopo il Libano. Lunedì, due droni iraniani, Hadid-110, hanno preso di mira l'ufficio del primo ministro della regione del Kurdistan in Iraq, Masrour Barzani, e la residenza del capo dell’Agenzia di sicurezza a Erbil. Barzani ha definito gli attacchi “un’escalation pericolosa e una minaccia per la sicurezza e la stabilità della regione”. Le basi Usa nel Kurdistan iracheno sono state ripetutamente prese di mira da Teheran così come Israele, Stati Uniti e Arabia Saudita, in varie occasioni, hanno attaccato le milizie sciite attive nel Paese. I curdi iracheni non hanno accettato tuttavia la proposta Usa di prendere parte direttamente al conflitto in Iran, in seguito all’abbandono subìto dai combattenti curdi in Siria da parte della coalizione internazionale, dopo l’insediamento del presidente ad interim, Ahmed al-Sharaa nel dicembre 2024.

L’Oman, il nuovo ostacolo di Trump

Se l’Iran è ormai pronto a continuare a combattere a lungo e spera di poter negoziare un accordo con possibili figure politiche e tecniche negli Stati Uniti, più propense al dialogo, come fu in occasione dell’accordo sul nucleare iraniano di Obama (2015), Teheran e Muscat sono a un passo dall’annuncio di un nuovo piano di gestione dello Stretto di Hormuz, che include l’imposizione di pedaggi per specifici “servizi marittimi”. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, è stato raggiunto anche un accordo in merito alla mappa del percorso navale di transito tra i due Paesi. E così l’Oman viene percepito sempre di più a Washington come troppo vicino alle posizioni iraniane. Rispetto agli altri Paesi del Golfo, gli omaniti hanno ospitato i negoziati per il nucleare iraniano prima della guerra dei 12 giorni nel 2025 e si sono recati direttamente a Washington per scongiurare l’attacco contro l’Iran che ha avuto luogo il 28 febbraio scorso. E così “se l'Oman si mette in mezzo, lo bombarderemo pesantemente”, ha tuonato Trump che continua a mantenere il blocco navale Usa nello Stretto e a puntare sul logoramento dell’economia iraniana. D’altra parte, il comandante dell’Esercito iraniano, Amir Hatami, ha avvertito che l’Iran impedirà agli Stati Uniti di tornare nel Golfo Persico, a Hormuz e in Medio Oriente. Non solo, ha anche annunciato una ricompensa di 30mila dollari per chiunque catturi o uccida un soldato americano.

Se Trump non sembra prendere più sul serio la via diplomatica per la soluzione del conflitto con Teheran, l’Iran si prepara a riprendere la guerra continuando a incrementare la produzione di droni e missili. E così l’ascesa e il consolidamento di politici radicali, come Ahmad Vahidi a guida delle Guardie rivoluzionarie, potrebbero allontanare sempre di più la prospettiva di una soluzione negoziale della guerra che ha bloccato la circolazione nello Stretto di Hormuz e messo in ginocchio il mercato petrolifero mondiale. Non solo, la sfiducia reciproca tra Usa e Iran rende sempre più improbabile un ritorno alla diplomazia dopo la scadenza della tregua, superati ormai i primi 60 giorni dall’intesa preliminare di Islamabad.

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Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente. Insegna Stato e Società in Nord Africa e Medio Oriente all’Università di Milano e Geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze politiche all’Università di Londra (Goldsmiths), è autore tra gli altri de “Taccuino arabo” (Bordeaux, 2022), “Le primavere arabe” (Routledge, 2022), Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), Il grande Iran (Padova University Press, 2018).
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