Una delle abitudini più consolidate dei politici italiani consiste nell’analizzare i risultati di ogni elezione come se non ci fossero riscontri oggettivi, interpretando i dati a proprio piacimento e convenienza. È il vecchio ritornello de “hanno vinto tutti, non ha perso nessuno” che, salvo rare eccezioni, rappresenta il filo conduttore delle analisi post voto e dei confronti fra le varie tornate elettorali. Ecco, chiariamolo subito: questo giochetto non funziona con le elezioni regionali in Abruzzo. Che hanno vincitori e sconfitti piuttosto chiari, oltre che implicazioni di notevole rilevanza sul quadro politico nazionale. Il punto è che, fatta salva la complessità dell’analisi e la necessità di non caricare una elezione locale di eccessivo peso, ci sono degli elementi chiari e dei dati inconfutabili.

E da quelli bisogna partire. La vittoria del candidato del centrodestra Marco Marsilio è stata netta sia in termini percentuali (48% contro il 31,3% del candidato di centrosinistra Legnini), sia in termini di voti (l’esponente di Fratelli d’Italia ha raccolto 100mila voti in più di Giovanni Legnini). Decisivo si è rivelato il contributo della Lega, che ha raccolto 164mila voti, pari al 27,5%. Rispetto alle politiche del 4 marzo 2018, il partito di Matteo Salvini guadagna cioè circa 14 punti percentuali e, nonostante l’affluenza notevolmente più bassa, aumenta anche in termini di consenso netto, ottenendo 60mila voti in più. È un dato eclatante, perché stiamo parlando di una forza politica che 5 anni fa, alle europee (che si tenevano in contemporanea con le regionali) raccolse un misero 1,5% e 10.075 voti. Salvini continua nel percorso di svuotamento di Forza Italia, che lascia sul campo altri 50mila voti, mentre tiene bene Fratelli d’Italia, che sfrutta il traino del candidato Presidente e conferma i suoi 38mila voti.

Male il PD, nonostante l’intera area di centrosinistra sia riuscita a raggiungere il 31,3%, molto più del dato nazionale. I democratici, oltre ad aver lasciato altri 40mila voti rispetto a marzo 2018 (solo in parte compensati dal risultato della lista Legnini), governavano la regione e alle ultime regionali avevano raccolto 171mila voti (218mila alle Europee), dunque mostrano un arretramento grave e probabilmente irreversibile. Il problema è anche strutturale, perché se il “modello Abruzzo” di cui si parla in queste ore consiste in un mega-cartello elettorale (8 liste, con programmi e riferimenti ideologici nemmeno troppo omogenei), affidato a un onesto mestierante della politica, con la massima aspirazione di “perdere con dignità” e guardare il paese scivolare a destra…

Tremenda la performance del Movimento 5 Stelle, i cui esponenti nelle analisi post voto si sono prodotti in un interessante esperimento di negazione della realtà, rispolverando il grande classico “e allora il PD?!?” praticamente a ogni commento. La lista a sostegno di Sara Marcozzi ha raccolto 117mila voti e il 19,7% del totale, dato più basso di quello di 5 anni fa (141mila voti e il 21%). Una sconfitta che diventa tracollo clamoroso se si considera il dato delle politiche del marzo 2018: solo 11 mesi fa i Cinque Stelle avevano ottenuto il 39,8% e ben 303mila voti. Tradotto: oltre 180mila persone che solo pochi mesi fa sceglievano Di Maio e soci, questa volta o sono rimaste a casa o hanno votato per gli altri.

Cosa succede ora all’interno del governo Conte

È un test locale, ripetono i Cinque Stelle. Non cambia nulla per il governo, spiegano i leghisti. E sono entrambe considerazioni giuste, che però vanno contestualizzate. I grillini avevano fiutato il pericolo e per questo motivo avevano deciso di spendersi molto in campagna elettorale, schierando in campo i big e puntando su un candidato conosciuto e molto vicino al gruppo Di Maio. Il timore era che, al prevedibile boom della Lega si accompagnasse un ridimensionamento del risultato delle politiche, che sarebbe poi stato utilizzato da Salvini per ricalibrare gli equilibri in seno alla compagine di governo. Il “ridimensionamento” è diventato collasso, nonostante i big, nonostante il reddito di cittadinanza e nonostante il centrosinistra schierasse un candidato debole e il centrodestra un candidato non abruzzese.

Cosa è accaduto? Difficile dirlo, anche in considerazione delle “tradizionali” difficoltà dei 5 Stelle sul livello locale. Certamente l’alleanza di governo con la Lega è strategicamente un grosso problema, ma la sensazione è che al momento Di Maio e soci siano in un vicolo cieco.

In questi mesi si è creata una saldatura tra gli elettori grillini e leghisti, è nata una corrente “governista” all’interno dell’opinione pubblica e si è cementato un sentimento di appartenenza che va al di là di Lega e 5 Stelle. In questo contesto, è evidente che il contratto di governo (che era nato come sintesi tra programmi divergenti e impostazioni diverse) non basta più ed è percepito non come un faro ma come un muro, che determina lentezze e timidezze, che finisce cioè per ostacolare il cambiamento. Così, mentre i 5 Stelle si interrogano sui margini di manovra concessi dal contratto, si impegnano in analisi costi – benefici e in compromessi al ribasso, Salvini si muove con spregiudicatezza, mettendo spesso gli alleati di fronte al fatto compiuto e invadendo spesso e volentieri il campo opposto. Il prodotto finale è quello dello schiacciamento dei 5 Stelle sulle posizioni e finanche sullo stile del leader leghista, come mostrano eloquentemente i casi Diciotti (prima con Toninelli sconfessato sullo sbarco dei migranti e poi con Di Maio neanche interpellato dopo la giravolta sull’autorizzazione a procedere) e Battisti (con il ministro Bonafede a scimmiottare Salvini con tanto di video social e giacca della polizia penitenziaria).

Occupazione degli spazi, sovrapposizione dei ruoli di ministro, leader politico e “capitano” della propria comunità, decisionismo spacciato per buonsenso e capacità unica di polarizzare: nonostante i compiti di governo, Salvini ha le mani libere per fare ciò che sa fare meglio, lavorare alla costruzione della propria immagine personale, cui legare le fortune elettorali della Lega. Finché può farlo, non c’è alcun problema per la tenuta del governo.

È la questione centrale: Salvini non ha alcun motivo per fermare la giostra, anzi. L'alleanza con i 5 Stelle non solo gli consente di continuare il lento ma costante svuotamento dell'elettorato di Forza Italia, ma di aggredire anche quell'elettorato "governista" che considera i 5 Stelle troppo timidi e ormai quasi "istituzionali". È una versione riveduta e corretta della "politica dei due forni", la chiameremo la "propaganda dei due forni": attira il voto degli elettori moderati e delusi da Forza Italia perché si presenta come l'uomo del fare e in grado di rappresentare le istanze di imprenditori, commercianti, partite IVA, pensionati ai massimi livelli istituzionali; contemporaneamente compete sul terreno del populismo (e dunque a un altro elettorato) grazie alla sua capacità di dettare l'agenda su temi cari, immigrazione e sicurezza su tutti. Inoltre, la posizione di governo consente a Salvini di ampliare il raggio d'azione della Lega e completare il percorso di trasformazione in forza politica di respiro nazionale, in grado di ridimensionare la destra liberale a mera testimonianza. Il giocattolo funziona, non ha senso romperlo ora per tentare l'all in del governo da solo, col rischio magari di dover mettere al firma sul prevedibilissimo aumento dell'IVA il prossimo anno.

Paradossalmente, dunque, il rischio maggiore per il governo Conte arriva dai 5 Stelle. Che stanno realizzando di essersi fatti fregare nuovamente dall'alleato / avversario in divisa da poliziotto e si rendono conto che la linea del "non facciamo alleanze con nessuno" aveva delle ragioni profonde e strutturali. Tradirla è stato un azzardo, perché ha significato cambiare forse per sempre la natura del Movimento 5 Stelle, trasformandolo in partito tradizionale prima ancora che fosse completo il processo di costruzione della classe dirigente e di consolidamento della piattaforma ideologica e programmatica. E adesso? Il timore è quello di dover continuare a farsi logorare lentamente da Salvini, sacrificando principi (Diciotti) e battaglie storiche (TAP, forse TAV) in nome di obiettivi che poi non si riesce neanche a monetizzare in termini di consenso. L'Abruzzo è un test minore, vero, ma è un campanello d'allarme da non sottovalutare. Serve un cambio di linea chiaro, netto, costi quel che costi, chiedono in molti. Magari rafforzando la "linea Di Battista", quella della tensione con Salvini e dei principi inderogabili, con la consapevolezza che una strada di questo tipo potrebbe anche condurre al rovesciamento del tavolo e, forse, a un altro lungo periodo di purgatorio all'opposizione.