Perdonateci, ma conosciamo il paese di furboni in cui viviamo. Un Paese di evasori fiscali, certo, che ogni anno evade 109 miliardi di euro. Ma anche un Paese di gabellieri, pronti a tassare qualunque cosa respiri, e infatti abbiamo pure una pressione fiscale da record, pari al 42,4% del reddito che produciamo. Siamo un Paese in cui la politica sa solo tassare e mai tagliare gli sprechi. E in cui i contribuenti, quelli che possono, sono alla costante ricerca di modi per non pagare le tasse.

Ecco perché abbiamo sentito aria di fregatura, quando abbiamo sentito parlare di green new deal, di svolta verde. Perché temevamo, non con qualche ragione, che quella dell’ambiente fosse la nuova, ottima scusa per mettere le mani nelle tasche degli italiani. Una scusa ammantata di nobili intenzioni peraltro: ti mettiamo le mani in tasca, ma lo facciamo per Madre Terra, non perché non siamo in grado di tagliare gli sprechi, o perché non abbiamo il coraggio di cancellare Quota 100. No no no. Lo facciamo per il clima. E per educarti a inquinare meno, e a consumare meglio.

E quindi, ecco la tassa sulle merendine e sui voli aerei, per finanziare (sic!) l’istruzione e l’innovazione e la ricerca, come se la colpa dei tagli all’istruzione degli ultimi decenni fosse di chi mangia le crostatine o bazzica aeroporti. Come se il destino dei fondi alla scuola e alla ricerca dei prossimi anni debba essere direttamente proporzionale alle cattive abitudini alimentari o all’uso di mezzi di trasporto inquinanti. Sia chiaro: le sugar tax esistono anche in altri Paesi europei, così come le imposte indirette sul trasporto aereo. Ma sono Paesi come Irlanda e Gran Bretagna, nel primo caso, o come Francia e Germania, nel secondo, con un livello di tassazione mediamente molto più basso del nostro, e che possono permettersele senza condirle senza favolette morali, e senza rischiare di sporcare la causa ambientalista con giochini da trecartari.

Leggete le labbra: l’ambientalismo ha bisogno di investimenti e di incentivi, non di nuove tasse per continuare come si è sempre fatto. Il piano tedesco, finanziato sì con tasse sui combustibili fossili, prevede 100 miliardi di investimenti nel trasporto ferroviario, nelle piste ciclabili, nella produzione di energie rinnovabili. Noi invece – e non provate nemmeno a sostenere il contrario – tagliamo gli sgravi alla nafta agricola perché vogliamo evitare l’aumento dell’Iva senza toccare la spesa pubblica improduttiva. Banalmente, grattiamo il fondo del barile alla ricerca di soldi, ma di investimenti, almeno per ora, nemmeno l’ombra.

Investimenti e incentivi, dicevamo. E ci permettiamo un suggerimento all’esecutivo, già che ci siamo: l’Italia ha 12 milioni di abitazioni costruite dagli anni ’50 agli anni ’80, quando l’isolamento termico non era esattamente all’ordine del giorno. Oggi ci sono le tecnologie di costruzione per rendere queste case passive, in grado cioè di produrre attraverso i pannelli solari, più energia di quella che consumano. Perché non incentivare questi investimenti, ad esempio, attraverso accordi con le compagnie elettriche – facendo pagare la ristrutturazione in bolletta, al posto dell’energia risparmiata -, così come fanno in Germania, o in Olanda? Perché non sbloccare i fondi per gli investimenti congelati nelle casse dello Stato – così come del resto aveva proposto Nicola Zingaretti nella campagna elettorale delle elezioni europee – per nuove linee ferroviarie per i pendolari o per rifare la mobilità urbana a misura di biciclette, monopattini elettrici, car sharing?

Lo diciamo da ambientalisti: se usate il cambiamento climatico e la coscienza ecologista degli italiani per come scusa per aumentare le tasse, fate un danno enorme alla causa ambientalista. Perché se è vero quel che diceva Alex Langer, che la svolta verde sarà tale solo quando il cambiamento sarà socialmente desiderabile – state andando esattamente nella direzione opposta.