Nel caos sui titoli di Stato, chi ha investito i suoi risparmi deve mantenere la calma: lo spiega l’economista

Avatar autore
A cura di Luca Pons
Immagine
I mercati di tutto il mondo stanno guardando l’Europa, e in particolare la Francia, perché i rendimenti dei titoli di Stato sono saliti a livelli che non si vedevano da decenni. L’economista esperto di finanza Gian Marco Salcioli ha spiegato a Fanpage.it perché siamo finiti in questa situazione, cosa bisogna aspettarsi e come può muoversi chi ha dei risparmi.
Intervista a Gian Marco Salcioli
Strategist di Assiom Forex

Da mesi, i mercati e la politica guardano con preoccupazione agli Stati Uniti perché i rendimenti sui suoi titoli di Stato si sono alzati a livelli che non si vedevano da decenni. Nelle ultime settimane, la stessa cosa è successa in Francia, e a catena in diversi Paesi europei; così, si è tornati anche a parlare di spread.

I titoli di Stato, in ambito finanziario, sono delle cosiddette "obbligazioni" o "bond". In sostanza, ciascun Paese chiede soldi in prestito a degli investitori per finanziare riforme e interventi, e si impegna a restituirli in un certo tempo (possono essere due anni, cinque, dieci o anche trent'anni) e con un certo tasso di interesse. Quel tasso viene chiamato anche rendimento.

Più uno Stato fatica a trovare fondi, più deve offrire un tasso di interesse (o rendimento) alto per convincere gli investitori; più il tasso di interesse è alto, più deve pagare negli anni per restituire quei prestiti. Così il debito pubblico sale, la situazione economica peggiora e, paradossalmente, un Paese in difficoltà economica può essere costretto a offrire tassi di interesse più alti perché gli investitori non lo considerano molto affidabile, e non vogliono dargli i propri soldi.

Una situazione in cui i rendimenti salgono negli Stati Uniti, in Francia, in molti Paesi europei e non solo può quindi far scattare qualche campanello d'allarme. Senza contare che chi ha deciso di investire i propri risparmi, negli anni, proprio sui titoli di Stato può non essere sicuro di come muoversi. Fanpage.it ha intervistato Gian Marco Salcioli, strategist di Assiom Forex, per fare un punto della situazione e aiutare a orientarsi. Il messaggio più importante, per Salcioli, è uno: non bisogna farsi prendere dal panico.

Perché c'è da preoccuparsi quando i rendimenti sui titoli di Stato di un Paese, o più Paesi, si alzano come sta succedendo in queste settimane?

Inizio la risposta con una domanda: c'è veramente da preoccuparsi?

Dopo Lehman Brothers (la banca d'affari statunitense che fallì il 15 settembre 2008, dando inizio alla crisi finanziaria, ndr) abbiamo vissuto una fase di cosiddetta "repressione finanziaria". Tutte le banche centrali, per aiutare il sistema economico-finanziario a evitare il fallimento, hanno tenuto bassi in modo artificioso i rendimenti delle obbligazioni, partendo dai titoli di Stato. Questo ha creato, di fatto, una sorta di illusione ottica.

Quindi negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere dei rendimenti che in realtà erano troppo bassi?

Non erano rappresentativi della normalità di un mercato, e di un'economia, che cresce. L'attuale rialzo presenta dei rischi, sì, ma va letto come un'uscita dalla fase di repressione finanziaria, una normalizzazione dei tassi.

Stanno tornando coerenti con quelli di 20-25 anni fa, con un livello di crescita positivo. Inoltre, i tassi in questo momento offrono anche uno scudo dall'inflazione.

In che senso?

Al netto degli scenari più catastrofisti sull'inflazione (spinta dalla crisi energetica), chi acquista oggi un BTP della durata di cinque anni, con un rendimento al 4%, si protegge dall'inflazione fino al 4% per cinque anni. In questo modo, si evita l'erosione dei risparmi.

In questa situazione qual è la cosa migliore da fare per chi ha già investito in titoli di Stato?

Chiariamo sempre che le valutazioni specifiche variano in base alla situazione individuale di ciascun investitore. Ovviamente, chi ha acquistato titoli a lunga scadenza negli anni scorsi oggi soffre per la valutazione di mercato. Ma attenzione: se li tiene fino a scadenza, i titoli tornano al valore di rimborso iniziale.

Perciò, se non altro, si evita una perdita significativa?

Sì, l'unico modo in cui si potrebbe perdere del tutto l'investimento è se fallisse lo Stato sovrano che ha emesso quei bond, uno scenario oggi impossibile.

Chi ha investito in passato nei titoli di Stato magari ha perso l'occasione di investire oggi con rendimenti più alti, ma non bisogna farsi prendere dal panico. Nella speranza, naturalmente, che quei soldi non servano a breve: chi ha fatto l'investimento sperando di comprare un bilocale per il figlio è in una situazione diversa da chi ha semplicemente diversificato il suo portafogli e può permettersi di aspettare.

E per chi sta pensando di iniziare a investire i propri risparmi, anche per proteggerli dall'inflazione di cui parlava?

Sempre senza minimizzare i rischi, credo che questo possa essere il momento in cui chi ha liquidità può iniziare a costruire un portafogli: penso soprattutto ai BTP di durata dai due ai cinque anni.

"Iniziare a costruire" significa impiegare il 10, magari il 20% delle proprie possibilità, anche perché nessuno sa quando i rendimenti effettivamente scenderanno. Io non ritengo che siamo in una fase storica in cui i rendimenti andranno oltre i livelli di guardia, che fisserei al 5-6% per i titoli a dieci anni.

Che ci sia da preoccuparsi o meno, perché i rendimenti stanno salendo così tanto?

I motivi determinanti quando sale il rendimento dei titoli di Stato sono tre, e non tutti sono negativi. Il primo è l'aumento dei debiti pubblici. In questa fase storica non c'è nessun Paese in cui un partito mantenga o guadagni il potere facendo manovre fiscali lacrime e sangue. Quindi, i tassi d'interesse si adeguano, perché ci sono molte più richieste di fondi sul mercato dei titoli.

Il secondo motivo è l'inflazione energetica che abbiamo già citato. Il terzo è un buon motivo: la crescita economica. Negli Stati Uniti la crescita è al 4% questo trimestre. La Germania ha raddoppiato la stima di crescita per il prossimo anno, dallo 0,6% all'1,3%. Ricordo che, da quando è nato l'Euro, la crescita media in Europa è stata proprio dell'1,3%.

C'entrano anche la possibile bolla dell'intelligenza artificiale e i problemi economici degli Stati Uniti, a loro volta con rendimenti molto alti per la prima volta da decenni?

Sono tutti mondi strettamente collegati, come una corrente che va nella stessa direzione. Si può immaginare così: sul mercato, a richiedere prestiti e indebitarsi, ci sono non solo i Paesi europei, ma anche gli Stati Uniti, e anche le grandi aziende del settore IA, che hanno ancora bisogno di capitali. Aumenta la concorrenza, e così l'Europa deve sgomitare per ottenere i finanziamenti di cui ha bisogno. La conseguenza non voluta è che i tassi d'interesse offerti salgono.

Sull'intelligenza artificiale, è da tre anni che si parla di una "bolla". Per il momento il settore va a velocità eccezionale, la preoccupazione aumenta ma gli investimenti ritornano. Quello che ci si può chiedere è cosa succede se, più che lo scoppio di una bolla, arriva un cambio di direzione. Se si giunge a un punto in cui gli investimenti rallentano, dove vanno quei soldi? Possono finire anche sul mercato dei titoli di Stato, proprio perché i rendimenti attuali sono molto invitanti. Questo probabilmente porterebbe a una discesa dei tassi, almeno per i titoli a breve termine.

Lei ribadisce che bisogna mantenere la calma e che non siamo in una situazione drammatica. A livello politico e finanziario, però, delle preoccupazioni sembrano esserci, soprattutto sulla Francia. 

È vero che la Francia è sotto pressione, e da cinquant'anni non ha un surplus di bilancio. È sorprendente, però, che sei mesi fa avesse uno spread molto basso nelle stesse condizioni strutturali. Talvolta, il mercato va in una direzione perché, con i rendimenti obbligazionari al rialzo e le pressioni speculative, deve trovare una "vittima sacrificale" in un singolo Paese.

Si torna a parlare anche di spread, che ha visto una risalita sia in Francia, sia in Italia. Ci può spiegare perché è importante?

All'atto pratico, un aumento dello spread significa che finanziarsi, per le aziende e per i privati, è più costoso. Questo ha un effetto indiretto all'economia, anche se non immediato: ci va del tempo prima che l'aumento dei tassi abbia ricadute concrete. Anche su questo aspetto, ricordo che lo spread per l'Italia è risalito a 110-120 punti: non lontanissimo da quelli di sei-sette mesi fa, e molto lontano dai massimi.

Con i debiti sovrani che aumentano in Europa, c'è il rischio di ritrovarci in una crisi come quella del 2012?

La risposta breve è: no. Non è la stessa situazione. Non ci sono i presupposti per un rischio sistemico.

Le motivazioni tecniche sono principalmente tre. Innanzitutto esiste uno strumento, chiamato TPI (Transmission Protection Instrument), creato nel 2022 dalla Banca centrale europea, che serve come deterrente, da usare nel caso in cui ci sia nell'area Euro un Paese in cui i tassi d'interesse vanno in modo molto diverso dagli altri.

Oggi non ci sono gli estremi per usarlo. La crescita europea è attorno all'1,3%. Nel 2012, in Italia era al -3%, in Spagna -2,9%, in Portogallo -4,1%, c'era un massiccio problema Grecia. E in Francia e Germania era allo 0,3%.

Il secondo motivo: il cosiddetto CDS (Credit Default Swap), sostanzialmente una "assicurazione" contro il fallimento di uno Stato, oggi è a un livello molto più basso rispetto ad allora. E, ultima motivo, la solidità del capitale bancario è aumentata moltissimo. Il sistema finanziario-bancario è estremamente solido rispetto al 2012.

Se anche non si toccano i livelli del 2012, gli Stati Ue potrebbero essere spinti a una nuova stagione di "austerity" per risolvere la situazione? Molti si ricordano gli anni duri che seguirono la crisi del 2008-2011, i cui effetti si fanno ancora sentire.

Non commento sul versante politico, ma l'Italia in questo momento è in una condizione di maggiore disciplina fiscale rispetto al passato. Per un pelo non uscivamo dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, e comunque abbiamo un deficit attorno al 3%. Insomma, abbiamo fondamentali solidi, così come Spagna, Portogallo e Grecia.

Pensa che la situazione peggiorerà prima di migliorare?

Fare previsioni esatte è impossibile. Personalmente, ho visto più volte i mercati andare in una direzione che sembrava inevitabile, senza soluzione di continuità; e poi, a un certo punto, gli investitori hanno deciso che si era raggiunto un tasso soddisfacente, e così il trend si è invertito.

La Francia ha una serie di ostacoli che sembrano difficili da superare: nessun governo, nessuna maggioranza chiara, nessuna possibilità di fare risparmi fiscali. Ma sono gli stessi che ha avuto negli ultimi 24 mesi. Ripeto, nella mia esperienza, a un certo punto arriva un livello di tassi di interesse tale per cui gli investitori si dicono "io quasi quasi inizio a investire". E così i rendimenti tornano a scendere. Indovinare quale sia esattamente questo livello è come cercare il Sacro Graal, ma è un limite che esiste.

Per questo pensa che possa essere un buon momento per investire?

Quando ci sono dei movimenti così forti, è importante mantenere la lucidità su dei fondamentali di base. Può esserci anche un'opportunità che si crea, non solo una minaccia che si realizza.

Tutti ricordano il disastro del 2012 – io per primo –  ma nessuno ricorda che, nel 2013, gli investitori che registrarono le migliori performance sul mercato obbligazionario furono quelli che nel 2012 avevano comprato i titoli di Francia, Portogallo, Spagna, Italia, Grecia.

Anche se fare previsioni è difficile, quali sono secondo lei gli appuntamenti più importanti che ci aspettano nei prossimi mesi, per capire in che direzione stiamo andando?

La grande incognita sono le elezioni di midterm negli Stati Uniti. Il vero rischio sull'inflazione è Trump e la sua imprevedibilità. Per il resto, da qui a fine anno ci sono due meeting della BCE e due meeting della Federal Reserve (la Banca centrale degli USA, ndr), che stando alle previsioni alzeranno i tassi di interesse a dicembre.

Ma sono in programma anche, voglio sottolinearlo, due incontri tra Trump e Xi Jinping, uno a novembre e uno a dicembre. Il dialogo tra Stati Uniti e Cina in questo momento è aperto, e tra le due potenze c'è un equilibrio strategico – pur precario – per quanto riguarda terre rare, tecnologia e combustibili fossili. È difficile immaginare una escalation fortissima che danneggi questo equilibrio. Per questo, ad oggi, vedo la risalita dei rendimenti più come un'opportunità che un rischio, e lo scenario che considero più probabile non è quell'Armageddon che vedo prospettato da alcuni.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views