C’è stato un momento, durante le trattative per la Brexit, in cui decine di aziende e multinazionali con sede o poli produttivi nel Regno Unito hanno dichiarato ai media intenzioni più o meno chiare di abbandonare il suolo inglese. In molti casi queste intenzioni sono state dedotte da comunicati stampa o parole dei Ceo sugli effetti dell’uscita dall’Ue. Ma ora che i saluti sono ufficiali (ieri il parlamento ha dato il via libera finale) davvero ci sarà la fuga di massa delle società con ripercussioni gravi per l’economia inglese, europea, e chiaramente anche italiana?
Anche se il processo di uscita è complesso e non certamente senza impatto, ci siamo chiesti quali di queste aziende siano passate davvero dalle parole ai fatti spostandosi dal Regno Unito per colpa della Brexit: il “leave” spaventa, ma restare sul territorio a quattro anni dal referendum – e in alcuni casi stanziando massicci investimenti sul territorio – dovrebbe essere una spia del fatto che l’effetto caos selvaggio non solo non si è prodotto (non ancora, almeno) ma forse è meno ingestibile di quanto annunciato.
Lo dimostrano anzitutto la tabella temporale e la procrastinazione del passaggio a nuove (ma ancora da definire) regole per la gestione dei rapporti economici tra Londra e il resto dell’Ue.

Che succede dopo il 31 gennaio? Nulla

Il 31 gennaio 2020, infatti, il Regno Unito esce formalmente dall’Unione, ma a partire da questa data non ci saranno effetti destabilizzanti sulla vita economica delle imprese: scatteranno invece 11 mesi di tempo entro cui il governo londinese potrà e dovrà ridefinire le regole dei rapporti con i restanti stati membri (puntando quindi su una soft Brexit). Questo elemento temporale è importante perché colloca il distacco in una nuova fase di transizione in cui l’Inghilterra non diventa nel 2020 territorio selvaggio e senza regole certe. Il nodo dei presunti abbandoni, inoltre, c’entra sia con gli aumenti potenziali delle tasse e del costo del lavoro interno all’Inghilterra sia con l’applicazione, in caso di no-deal, delle tariffe sull’export dall’Ue verso lo UK. Questo secondo punto è però da smentire: i rapporti commerciali con l’Europa per ora restano in piedi così come lo sono oggi ed eventuali cambiamenti potranno avere effetto solo dal 2022 in poi. E infatti, anche se alla fine del 2020 non ci fosse l’accordo, il governo inglese ha predisposto un regime transitorio tariffario per tutto il 2021 e che esenta dalle tariffe l’87% dei beni esportati verso l’Inghilterra. Per il restante 13% di beni servirà un nuovo accordo anche perché riguarda comparti chiave come l’automotive o il food ma anche qui ci sono piani per togliere i balzelli il più in fretta possibile.

Che cosa stanno facendo le aziende

Un dato è chiaro: nonostante le rassicurazioni, proprio questo orizzonte di uno o due anni di progressivo e incerto adattamento non è sufficiente né funzionale per le società, soprattutto multinazionali, che pianificano investimenti e strategie con orizzonti di almeno tre-cinque anni. Senza regole chiare sulle tariffe, sugli scambi commerciali, sulle assunzioni di personale post uscita, imprese che negli anni hanno aperto sedi produttive e legali direttamente in UK, valutano anche il trasferimento.

Ma un conto sono gli studi di impatto e le valutazioni che i management sviluppano per far fronte a mutati scenari economici e politici, un altro è confondere quei piani per decisioni definitive e trend. Fanpage.it ha preso un elenco minimo di imprese che, secondo annunci ufficiali e lanci di agenzie pubblicate tra il 2018 e il 2019, avevano dichiarato l’intenzione di lasciare l’Inghilterra per cause dirette o indirette legate al divorzio con l’Ue. Panasonic, Sony, Dyson (per il settore elettronico), JPMorgan Chase, Credit Suisse, Moneygram (per il comparto finanziario e bancario), Toyota, Honda, Bmw (per l’automotive), Airbus (per il comparto aereo). Ha quindi chiesto a quelle stesse aziende se poi abbiano davvero lasciato l’Inghilterra o se intendano ancora farlo sulla base di piani operativi. Quelle riportate sono le posizioni di cui è stato possibile ottenere riscontro e verifica diretta o indiretta, altre invece sono ancora in attesa di conferma o smentita da parte delle società e non sono state menzionate successivamente.

La banca svizzera che non ha trasferito 250 bancari

Partiamo da Credit Suisse. Il polo bancario svizzero è attore di uno di quei comparti, la finanza, su cui Londra ha costruito enorme valore in termini di flussi di capitali e posti di lavoro. Comparto che, secondo un’analisi dello stesso governo inglese assorbe oltre 1 milione di posti di lavoro. Il 26 febbraio del 2018 la BBC, l’equivalente della RAI in Inghilterra, conferma una notizia rivelata da Bloomberg secondo cui, a seguito della Brexit, il colosso bancario svizzero è pronto a trasferire almeno 250 dipendenti dall’Inghilterra ad altre sedi. L’informazione lascia intendere anche il possibile abbandono dell’isola da parte dell’istituto dopo un simile e massiccio ricollocamento.
Ma Credit Suisse nega a Fanpage.it di aver mai spostato in blocco un numero simile di personale e anzi dichiara di aver sì attuato un piano di redistribuzione di alcuni bancari, ma mai di aver lasciato scoperto il Regno Unito.
“La priorità di Credit Suisse è sempre stata quella di assicurarsi l’accesso alla clientela dell’Unione europea, e questo a prescindere dagli esiti del processo per la Brexit”, ha spiegato la banca a Fanpage.it. “Negli ultimi tre anni abbiamo aggiunto risorse alle nostre realtà esistenti in Spagna, Germania e Lussemburgo proprio per garantire continuità ai nostri clienti. Londra rimarrà una parte chiave della strategia della banca, dove saremo presenti a livello territoriale (Credit Suisse parla di “footprint” ndr) dopo l’uscita del Regno Unito dall’Ue”. Si resta, dunque, anche per presidiare il mercato inglese.

Sony non ha lasciato l’Inghilterra

Un altro escamotage per restare in UK senza mandare all’aria posti di lavoro e investimenti, è spostare solo formalmente la sede legale in attesa di regole più chiare per le multinazionali e le aziende straniere. E’ quello che ha fatto Sony, colosso dell'elettronica anch’esso annoverato tra i grandi “traditori” del suolo inglese ma che, a una più attenta analisi, non ha mosso fisicamente un passo Oltre Manica. E’ il 23 gennaio 2019: l’emittente americana Cnn titola “Sony sposta la sede legale in Olanda per colpa della Brexit”. Raggiunta da Fanpage.it, la società, Sony Europe, ha confermato di aver “creato un’entità legale ‘Sony Europe B.V.' ad Amsterdam (NL)” solo per continuare ad avere i benefici sull'importazione dei prodotti garantiti dai paesi europei e che “‘Sony Europe Ltd’ (UK) è stata accorpata nella nuova entità” ma  che questo "non comporta nessun tipo di trasferimento di personale o sedi". Operazioni, lavoratori e gestione restano in Inghilterra "immutate". Dall'azienda lo ribadiscono più volte. “In questo modo – spiegano – quando UK uscirà dall’Europa, il business continuerà come sempre, senza interruzioni. Tutte le attuali funzioni di business europee, facility, divisioni, siti e collocamento delle persone non subirà cambiamenti”. Il che implica, almeno ufficialmente, la stabilità delle sedi Sony in UK.

Tutti ad Amsterdam?

La vicenda Sony permette di approfondire una delle notizie che circola maggiormente negli ultimi due anni e cioè  che centinaia di aziende avrebbero scelto l’Olanda come nuova sede europea. Sony, lo abbiamo detto, ha effettivamente creato una sede legale lì, ma ad oggi non esistono dati indipendenti che dimostrino se davvero quasi 100 imprese, soprattutto del settore elettronico e finanziario, si siano spostate nei Paesi Bassi come invece dichiarato più volte dalla divisione per l’attrazione degli investimenti del governo olandese. L’agenzia non ha mai voluto rendere pubblico l’elenco di queste società. Anche l’Institute of Directors, associazione di imprese inglesi, nel gennaio del 2019 ha dichiarato di aver condotto un sondaggio sulle intenzioni di trasferimento intervistando un campione di 1200 dirigenti: 1 su tre sarebbe disposto ad andar via dall’Inghilterra con il proprio business per evitare gli effetti negativi della Brexit. Ma anche in questo caso non ci sono elementi, a parte le dichiarazioni, per verificare la reale portata del fenomeno e soprattutto la rispondenza tra il dire e il fare (cioè i piani strategici aziendali). Fa anche riflettere che ad esempio Amsterdam si candidi per ereditare il generoso Pil prodotto dalle aziende stanziate a Londra essendo la sua regione una delle più colpite dalle conseguenze di un no-deal (motivo che sarebbe alla base del trasloco delle imprese). Lo spiega bene un report pubblicato nel 2018 dal Comitato delle Regioni europeo e basato su dati nazionali ed Eurostat sull’impatto della Brexit in comparti produttivi chiave: nell’elettronica, settore che appunto avrebbe scelto i Paesi Bassi come nuova mecca, sarebbe proprio l’Olanda a subire le perdite più alte in termini di export verso l’Inghilterra in caso di no deal, con circa 7 miliardi di euro bruciati.

Airbus non vola via

Spostandoci invece nel comparto aereo, altro grande e complicato capitolo dell’impatto Brexit, ecco che la compagnia franco-tedesca Airbus, che in Inghilterra impiega circa 14 mila addetti e produce lì le ali dei suoi aerei, smentisce di aver mai minacciato l’abbandono. Raggiunta da Fanpage.it la società spiega che “non è affatto corretto parlare di chiusura delle fabbriche Airbus in Inghilterra per colpa della Brexit”. Un anno fa però il Ceo Tom Enders aveva rilasciato dichiarazioni di fuoco contro lo stallo causato nelle trattative tra l’allora primo ministro Theresa May, la sua maggioranza e Bruxelles, paventando tagli al personale. Ma i toni sono stati subito ridimensionati: Airbus come ogni multinazionale del settore aveva iniziato già dopo il referendum a preparare una valutazione di impatto per gestire al meglio le conseguenze della Brexit sull’azienda (ecco qui la comunicazione ufficiale sull’assessment), in termini di costi e produttività. A Fanpage.it quindi l’azienda ha chiarito che le dichiarazioni di Enders si riferivano solo al fatto che alcune operazioni di Airbus in UK potessero correre dei rischi in caso di no-deal “ma non ha mai parlato di chiudere le fabbriche”.
Oggi il fatto di avere un governo più unito ha tranquillizzato il gruppo. “Il Governo inglese ora ha un mandato chiaro e siamo fiduciosi del fatto che le trattative potranno risolversi positivamente”, spiega ancora Airbus. “Restiamo preoccupati per un potenziale ‘no-deal’ a dicembre 2020 e quindi continueremo a pianificare in base a quello scenario perché è questo il solo modo di pianificare responsabilmente il nostro business”. Questa posizione era già emersa a ottobre 2019 quando la visione della multinazionale sulle conseguenze del leave erano mutate fino al punto di sostenere che la Brexit poteva comportare per il gruppo anche un effetto “espansione”. Guillaume Faury, chief exectuvie di Airbus, ha poi chiarito ufficialmente che Airbus continuerà a produrre in UK anche dopo la Brexit.

Toyota, Honda e le altre

Sul comparto automotive poi bisogna fare un discorso a parte. Molte aziende che erano state accusate di voler chiudere, o aver chiuso, impianti e fabbriche per colpa della Brexit in realtà hanno più volte smentito il nesso tra i piani di ristrutturazione e il referendum. Il settore lo chiariamo, sarebbe uno dei più colpiti dall’instabilità e dall’incertezza sull’uscita, specie per via dell’applicazione delle tariffe alle importazioni e dell’aumento potenziale delle tasse nel Regno Unito. Di recente il governo guidato da Boris Johnson ha fatto sapere di aver messo in piedi una task force per evitare l’applicazione di tariffe che piegherebbero il comparto.
L’auto soffre moltissimo a causa del rallentamento del mercato e dell’adeguamento all’elettrico. Un esempio è la Honda, che ha annunciato il taglio di 3500 posti di lavoro nella sua sede inglese, ma per concentrare investimenti sulla e-mobility e ha comunque fissato come anno del licenziamento, guarda caso, il 2022 e non prima.
Anche la decisione di BMW di chiudere temporaneamente uno dei suoi stabilimenti nel 2019 fu subito collegata alla Brexit: in realtà l’azienda ha poi spiegato di pianificare annualmente un periodo di manutenzione nelle sue fabbriche, che coincide con un temporaneo depotenziamento della produzione vera e propria. L’azienda aveva solo deciso di far coincidere quel periodo con l’uscita, poi rimandata, dell’Inghilterra dall’Ue. In questo modo non avrebbe corso rischi per gli approvvigionamenti dei componenti da inserire in produzione nel caso in cui, senza accordo, fossero state introdotte regole diverse per l’importazione dei materiali. Ha poi effettivamente spostato la produzione di un motore in Sud Africa e messo in guardia l’esecutivo da un no-deal ma l’atteggiamento è attendista e non ci sono chiusure o spostamenti di stabilimenti dall’Inghilterra ad altri paesi.

Lo stesso vale per la Michelin, che ha chiuso il suo stabilimento in Scozia nel 2018 perdendo 845 posti di lavoro per colpa di un crollo nella domanda dei suoi prodotti a causa anche della concorrenza con la Cina: i componenti, la materia prima e le relazioni commerciali erano tali e quali a quelle che esistevano prima del referendum del 2016.
Infine, la Toyota. Elencata tra le imprese a rischio, l’azienda giapponese ha più volte dichiarato che una Brexit senza accordo comporterebbe perdite enormi per il gruppo e uno stop della produzione in Inghilterra, ma a Fanpage.it la società ha chiarito che “non ci sono piani né di fermare né di spostare la produzione dall’Inghilterra”. “Di recente – continua la società – abbiamo investito pesantemente, 2,75 miliardi di sterline (inclusi 240 milioni nel 2018) nelle nostre operazioni UK per produrre la nuova Corolla ibrida per tutto il mercato europeo e questo è la dimostrazione che stiamo facendo di tutto per rendere le nostre fabbriche in Inghilterra competitive”.
Se per reggere l’urto della Brexit le aziende investono, anziché andar via, è lecito ipotizzare che non ci sia nessun isterismo di massa in terra inglese ma solo del sano realismo. Tutto ciò non significa negare gli effetti negativi della Brexit, che esistono, ma solo riconoscere che oggi non c’è nessuna fuga di massa delle imprese dal Regno Unito bensì un processo lungo e laborioso di valutazione dei pro e dei contro in una partita che è ancora tutta da giocare.