Con la strage di Via D’Amelio – che il 19 luglio 1992 uccise Borsellino e cinque agenti di scorta – l’indignazione, già esplosa con l’attentato di Capaci, si amplifica provocando una mobilitazione di massa da cui emergerà il network dell’antimafia sociale. Lo stragismo mafioso ha spostato violentemente il movimento antimafia nel campo della Resistenza: ossia spingendolo a reiterare la difesa degli ideali repubblicani.

Se la lotta alle mafie reinterpreta i meriti della Resistenza, il rito collettivo della «Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime» è garanzia di continuità storica: sacralizza le vittime svelando l’esistenza di una “patria di eroi”. Un Olimpo civile che si oppone alla declamata «morte della patria». L’Antimafia è la prova dell’esistenza di un tessuto etico che alimenta una costante dialettica fra comunità e nazione, grazie alla quale le tradizioni del passato sono integrate alle condizioni del presente: dal patriottismo risorgimentale a quello antifascista, dal patriottismo costituzionale a quello civile.

Gli eventi del 1992 e la più che decennale sclerotizzazione del sistema politico – nel passaggio dalla democrazia dei partiti alla partitocrazia decadente del consenso “drogato” – svelano un «rancore civile», un clima diffuso di intolleranza: dai fermenti giustizialisti alla negazione della solidarietà, dall’insorgere del razzismo al conflitto tra i poteri dello Stato. Ciò nonostante la società italiana, come rileva Simona Colarizi, ha prodotto gli anticorpi necessari per rimodernare l’identità nazionale affrancandosi dalla tutela dei partiti: «… in quella richiesta abbastanza generalizzata di una più compiuta democrazia che sale da un paese dove i legami di appartenenza ideologica ai partiti si vanno allentando con il tramonto delle grandi ideologie e la laicizzazione della società».

In questo contesto l’antimafia sussidia il ruolo di soggetto politico, erede dei valori positivi della “Prima Repubblica”, evitando che la separatezza tra corpi intermedi e società divenga frammentazione civile. Il punto di coagulo è, appunto, il tessuto etico: un senso di cittadinanza comune aggiornato e consolidato da una profonda maturazione sociale ed economica avvenuta negli anni del boom economico. Resistenza antifascista e Resistenza antimafia sono entrambe fasi congiunturali, di una struttura di lungo periodo, che raccolgono e rilanciano il tema del patriottismo: la prima assolve alla funzione di integrazione della cultura cattolica e comunista nell’alveo della storia unitaria, la seconda risponde alla crisi dei partiti e delle istituzioni con un repubblicanesimo militante.

Oscar Luigi Scalfaro è il primo a parlare pubblicamente di «Nuova Resistenza». Il giorno successivo alla strage di via D’Amelio, nell’aula del Consiglio Superiore della Magistratura, lancia un appello al mondo politico: è necessario ritrovare il coraggio degli anni del terrorismo per rafforzare la democrazia. «Resistere, resistere, resistere perché siamo dalla parte della libertà». Il capo dello Stato compara esplicitamente la Resistenza all’Antimafia: come i partigiani hanno combattuto contro il nazifascismo per assistere al sorgere di un nuovo giorno, così lo «sventurato» popolo di Palermo si organizza per superare la notte in vista dell’aurora.

Anche il costituzionalista Guido Neppi Modona sostiene che, immediatamente dopo l’omicidio di Libero Grassi, si è creato un clima di Resistenza contro il totalitarismo mafioso, divenuto esplicita mobilitazione dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino. Una novità assoluta se si pensa che la Sicilia e il Mezzogiorno hanno vissuto marginalmente le vicende della lotta al nazifascismo. Un nuovo senso di giustizia che può ricondurre le popolazioni meridionali, schieratesi il 2 giugno ’46 a sostegno della monarchia, nell’alveo di una condivisa cultura repubblicana.

Da questo punto di vista la crisi del 1992 ripropone un rapporto diretto tra Resistenza e Costituzione, che è, e rimane, la forma giuridica essenziale attraverso cui si esprime la cittadinanza democratica. La sintesi delle diverse componenti dell’antifascismo ha generato un’originale sincretismo che è la forza intrinseca della Carta: nonostante il collasso dei partiti ha continuato ad essere il punto di riferimento per quanti hanno inteso modificare la militanza politica in impegno civile. La fine della prima Repubblica ha liberato le energie necessarie per dare vita ad un progetto politico sganciato dai partiti: una cittadinanza attiva e partecipata che ha come nucleo la cultura della responsabilità.

È possibile considerare la reazione successiva alle stragi del biennio 1992-1993 come una risposta alla crisi? Può essere il fulcro intorno al quale si ricostituisce il «tessuto etico» della Repubblica? Cioè il movimento antimafia può restituire senso morale all’identità collettiva nel verso della cittadinanza? Può aver consolidato anche nel Mezzogiorno la corresponsabilità nell’esercizio dei diritti civili?

Il dato più evidente è la rivitalizzazione delle pratiche commemorative del nazionalismo risorgimentale, a partire dalla consacrazione del lungo elenco di vittime di cui è stato tramandato il fattore più importante: il nome. Il ricordo del nome è una pratica di incorporazione del defunto nella comunità dei viventi. Una strategia memoriale che sfrutta gli strumenti dell’iconografia, dell’arredo urbano, della toponomastica e dei media per raffigurare il sacrificio dell’eroe. Si annulla il confine tra la vita e la morte per decretare l’immortalità della vittima con un cosciente atto di pietà pubblica, quale ammonimento per il futuro.

La memoria del lutto ha mutato la scia di sangue delle regioni meridionali in un’occasione di riscatto nazionale per quella parte d’Italia che non ha contribuito collettivamente all’unificazione, prima, e alla liberazione, dopo. Basterebbe segnare sulla carta geografica dello Stivale un puntino rosso, indicando la provenienza delle vittime, per comprendere come nel periodo repubblicano, rispetto al Risorgimento e alla Resistenza, sia avvenuta una inversione di tendenza. Se il luogo d’origine dei patrioti e dei partigiani, come attestano i monumenti commemorativi, rimarca il maggior contributo offerto dal Settentrione alle battaglie contro gli austriaci e i nazifascisti, la moltitudine di stele, obelischi, cippi, colonne, targhe e lapidi diffuse in tutto il Meridione rovescia la geografia dell’eroismo nazionale.

La Resistenza alle mafie è il fattore di integrazione civile che ha consentito al Mezzogiorno di offrire alla Patria il sacrificio dei suoi martiri in difesa della democrazia repubblicana. In definitiva, si tratta di affrontare la questione del culto delle vittime sul versante storiografico della continuità/discontinuità, del lento divenire del concetto di Patria. L’Antimafia può essere interpretata come evoluzione del discorso nazionale, già aggiornato in chiave antifascista. La contaminazione tra retorica e sfera del sacro ha agevolato il suo ingresso nel campo del «patriottismo espiativo» della Repubblica, ovvero il riconoscimento delle «piccole patrie locali»: città, province e regioni che hanno vissuto in prima linea lo scontro tra forze avverse, lasciando sul campo decine di cittadini inermi.

L’analisi della toponomastica, sebbene sia considerata una fonte abbastanza desueta e priva di studio metodologico, può essere d’aiuto a ricomporre i processi storici «soprattutto se si pensa che l’attribuzione dei nomi delle vie, al pari dei monumenti o delle feste, offre… il duplice vantaggio di confermare (o rivedere) i caratteri originali della tradizione locale e insieme di assecondare la “confluenza di qualche significativo ‘pezzo’ di storia della ‘piccola patria’ nell’alveo della ‘grande patria’». La toponomastica repubblicana, a partire dagli anni di piombo, diventa lo spazio concreto di espiazione e di partecipazione al lutto nazionale, in cui i dolori e le disgrazie sono trasfigurati sino ad apparire come il prezzo da pagare per mondare la nazione dal senso di colpa collettivo.

Grazie alla toponomastica si può ricostruire la geografia dell’eroismo nazionale nella “seconda Repubblica”. Del resto, la sostituzione di vecchi toponimi, con denominazioni che ricordino date memorabili e nomi illustri scomparsi, rinvia a una tendenza presente in tutti i momenti di transizione da un assetto politico ad un altro. Le variazioni dell’odonomastica, nel lungo periodo, permettono di “misurare” il grado di intensità, simbolica ed emotiva, dei mutamenti storici e della percezione che ne hanno le élites delle amministrazioni municipali. I cambiamenti della toponomastica hanno caratterizzato tutti i passaggi salienti della nazione: l’Unificazione, la Prima guerra mondiale, il Fascismo e la Repubblica.

Concentrando l’attenzione sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, che, come scrive l’Eurispes nel rapporto del 1993, segnano «la fine di un’epoca ricordandoci come… ogni grande processo di cambiamento sia scandito da eventi luttuosi. La prima Repubblica muore con i funerali di Falcone e Borsellino», la toponomastica può aiutarci a comprendere se la memoria del cordoglio abbia marcato la crisi della Repubblica dei partiti, lasciando una traccia indelebile nella composizione di “un’altra” territorialità civica.

Degli 8.092 comuni italiani – dal ’92 al 2014 – 820, ovvero il 10,10% del totale, hanno intitolato una strada o una piazza a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per quanto riguarda i capoluoghi di provincia: su 117, 40, il 34,18% del totale, hanno modificato l’odonomastica per onorare l’olocausto dei giudici. Il nord ha il primato delle intitolazioni, anche in rapporto al maggior numero di comuni presenti: durante la seconda Repubblica, nelle aree geografiche in cui si è radicato il fenomeno del leghismo, l’odonomastica riconosce il sacrificio di due cittadini meridionali, consacrando la lotta alle mafie come un valore nazionale unificante.

I comuni amministrati dal centro-sinistra hanno con maggiore frequenza attribuito l’intitolazione al solo Giovanni Falcone, quelli governati dal centro-destra prevalentemente al solo Paolo Borsellino (confermando una memoria divisa, piegata all’uso pubblico della storia). Ma Alessandro Dal Lago osserva: «Si dice che Falcone propendesse per la sinistra moderata e Borsellino per il Movimento sociale. Ma questo è esattamente ciò che rende la loro immagine inattaccabile. Magistrati che lottavano insieme contro la mafia nonostante le loro diverse opinioni politiche. Essi, cioè, si situano su un piano più alto dell’ideologia e quindi diventano espressioni di ciò che unisce o dovrebbe unirci tutti, la patria, la nazione, l’interesse collettivo».

Dall’osservazione delle mappe urbane (Google maps) emerge, invece, una costante: nei piccoli centri e nelle città medie i nomi dei magistrati sono stati inseriti nei nuclei di espansione urbana o in strade che non avevano ancora avuto un’intestazione; nelle grandi città si è scelto, nella maggior parte dei casi, di rinominare alcune vie del centro urbano o nei pressi di luoghi significativi (spesso adiacenti ai tribunali). In generale, nel 50% dei municipi osservati, il toponimo, sia individuale sia congiunto, è collocato in una zona della città in cui l’odonomastica è dedicata alle vittime innocenti delle mafie. È anche il caso di sottolineare che durante la ricerca sono venuti alla luce altri possibili sviluppi: molti comuni, che non hanno intitolato una via o una piazza a Falcone e Borsellino, hanno provveduto a rinominare altri luoghi di rilevanza pubblica (auditorium, aule consiliari, scuole, biblioteche, centri sociali, ecc…) .

La toponomastica, applicata allo stragismo mafioso, lascia scorgere il lungo fluire di una storia civica in cui permane un’ansia celebrativa della borghesia provinciale che evidenzia l’esigenza, soprattutto nei momenti di transizione, di difendere un’identità nazionale fondata sul nesso locale-nazionale. Ma nel caso delle vittime innocenti delle mafie, oltre alla retorica del martirio, l’odonomastica assume anche una funzione di marketing politico: gli amministratori comunali, consacrando lo spazio pubblico, potranno dire di aver contribuito alla lotta contro il crimine organizzato.

I martiri della Repubblica, incorporati nel contesto urbano, simboleggiano l’infinita lotta tra il Bene e il Male. Le loro virtù meta-politiche, cioè la Giustizia come patrimonio collettivo, trasformano piazze e vie in palcoscenico dell’orgoglio nazionale: «Attribuire un nome ad una via significa… assegnarle una funzione pedagogica, investendola di un’eloquenza simile a quella che ispirano la statuaria pubblica o i manuali di educazione civica». La città diventa, allora, un «pantheon» del quotidiano in cui si avvera il mito del Risorgimento perenne: in ogni fase di crisi o di transizione si rinnovano le immagini, i simboli e i miti che hanno caratterizzato lo spirito unitario.