Raiz minacciato sui social per la maglietta dei Culture Club dai proPal: “Si è raggiunto lo schifo”

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Raiz replica agli insulti ricevuti per aver indossato una maglia dei Culture Club a un concerto, dopo la canzone di Boy George per Israele: dopo le minacce, annuncia azioni legali.

Una foto scattata durante un concerto, una maglietta dei Culture Club, un post che invita al boicottaggio. È bastato questo perché su Raiz si rovesciasse un'ondata di insulti e minacce che il cantante degli Almamegretta ha deciso di raccontare pubblicamente, con un lungo intervento su Instagram intitolato "Dacci oggi il nostro odio quotidiano".

Il punto di partenza è un post pubblicato da un utente che Raiz dice di non conoscere e di cui sceglie di non fare il nome. Nel testo, il cantante viene definito "il solito provocatore sionista che indossa una maglietta diversa ogni volta che deve difendere tutti quelli che non prendono le distanze dal genocidio". Seguono l'invito a smettere di condividere la musica del gruppo e due hashtag costruiti per l'occasione: boicottate gli Almamegretta, boicottate Raiz.

La maglietta indossata da Raiz sul palco, come si vede chiaramente nella fotografia dell'articolo, rimanda ai Culture Club, e il frontman della band è Boy George, che a fine luglio ha pubblicato We Will Dance Again, brano di aperto sostegno a Israele, dedicato alle vittime del 7 ottobre, che si apre con il verso "Tu dici genocidio, io dico guerra". Il pezzo, diffuso solo sui social e non sulle piattaforme di streaming, ha innescato una catena di conseguenze: la rimozione da Bandcamp, il ritiro dal cast di Jesus Christ Superstar al Palladium di Londra, la rottura con parte dell'industria musicale britannica.

Raiz respinge il collegamento. "Non capisco come i Culture Club, la band che ha portato il melting pot tra culture e la fluidità di genere in classifica negli anni 80, possa in qualche modo avere una contiguità politica con l'accolita di razzisti e fanatici religiosi che comanda oggi in Israele", scrive. E aggiunge che si trattava soltanto del tributo a "uno dei progetti musicali che mi ha formato durante l'adolescenza".

"Auguri di morte ai miei figli": l'annuncio delle azioni legali

La parte più dura del post riguarda i commenti raccolti sotto quella foto. Raiz elenca: "Fantasie sulla mia vita privata, considerazioni poco gentili su persone non più tra noi, minacce velate o chiare alla mia persona e a chi mi sta vicino, addirittura auguri di morte a miei figli e nipoti". Poi la conseguenza: "Si è raggiunto lo schifo vero: questa cosa avrà conseguenze legali per chi si è spinto troppo oltre".

Il riferimento a "persone non più tra noi" non viene esplicitato, ma è abbastanza chiaro: Raiz è vedovo di Daniela Shualy, israeliana, sposata dopo gli anni trascorsi in Israele.

C'è una riga, nel post, che pesa più delle altre e che non riguarda gli sconosciuti: "La cosa che mi ha colpito di più sono i commenti di gente che conosco personalmente da una vita e che avrei potuto considerare amici. Con amici così, chi ha bisogno di nemici?".

Non è la prima volta che Raiz si ritrova in questioni legate al conflitto israelo-palestinese. Ebreo, tornato alla fede da adulto, Raiz nel 2011 aderì alla manifestazione "Per la verità! Per Israele!" e già allora un collettivo studentesco napoletano lo bollò come sionista. Nel 2025, in un'intervista a Rolling Stone, ha definito Netanyahu un "atroce satrapo" e ha parlato di "criminali" al governo in Israele, contestando però agli artisti italiani improvvisamente schierati la logica del trend: bandiera sul palco, post, nessun ragionamento dietro.

È una posizione scomoda, quella di Raiz, che non trova casa da nessuna parte. Troppo critico verso il governo israeliano per chi lo vorrebbe difensore d'ufficio, troppo poco esplicito per chi pretende una presa di posizione più netta. Il risultato di tutto questo, purtroppo, è nei commenti di quel post denunciato da lui sui social.

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