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Perché nessuna canzone tormentone ha vinto l’estate 2025 fino a ora

Come stanno andando i tormentoni dell’estate 2025? Così così, ecco cosa sta succedendo e il confronto con gli anni precedenti.
A cura di Federico Pucci
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Anna, Alfa e Fabri Fibra e Tredici Pietro
Anna, Alfa e Fabri Fibra e Tredici Pietro

Se ti chiedessi di dirmi quale sia a tuo avviso la canzone dell’estate, cosa mi risponderesti? Prenditi tutto il tempo che ti serve, perché si tratta di una domanda a trabocchetto. Non c’è una canzone dell’estate, e più questo concetto svanisce all’orizzonte, più ci appiccichiamo ad esso con la disperazione di chi sente il terreno dell’immaginario popolare sgretolarsi sotto i suoi piedi. Ma prima di perdere contatto con la terra, ancoriamoci a qualche numero.

Il 2025 sembrerebbe solo un giro sfortunato di giostra per i tormentoni estivi e le megahit, perché l’impressione diffusa è che non sia arrivato ancora il successo che porrà fine agli altri successi. Potrebbe manifestarsi più avanti? Potrebbe essere già qui a nostra insaputa? Dopotutto, è presto per decretare giudizi definitivi: siamo appena alla fine di giugno, e negli anni passati è capitato che qualche successone cominciasse appena a carburare intorno alle settimane 25-26-27 – ricordi quando sembrava che Bon Ton dovesse segnare la fine del vecchio ordine pop? Ricordi che anno era?

Eppure, le prospettive di un’egemonia musicale per un solo brano sembrano precarie al momento. Facile dirlo con le classifiche alla mano: il 2024 è stato l’anno di Sesso e samba (primo in classifica per 12 settimane, dal 7 giugno al 23 agosto); il 2023 di Italodisco (primo in classifica per 11 settimane non consecutive, dal 14 luglio al 29 settembre); il 2022 di La dolce vita (primo in classifica per 11 settimane non consecutive, dal 10 giugno al 26 agosto). Il 2025 di che cosa sarà l’anno? Se dovessimo solo basarci sulle classifiche FIMI, cosa dovremmo dedurre dalle due settimane di attuale governo Désolée dopo due settimane di supremazia di A me mi piace? È l’inizio di una nuova estate di ANNA o magari Che gusto c’è concluderà al primo posto la sua recente scalata, dandoci un altro contendente serio? Cosa ci dicono gli auspici delle classifiche?

Che, come sarebbe sano oltre che logico, dovremmo trattare i grandissimi successi musicali totalitari come un’eccezione anziché come una regola: una canzone che resta popolare talmente a lungo da diventare quasi una barzelletta, una canzone che “sistema te e i tuoi eredi”, capita una volta nella vita, se proprio capita, come è stato nei casi di Despacito o di Roma – Bangkok nello scorso decennio. Ma osservare con attenzione le abitudini di ascolto di un mercato (tutto sommato) maturo e grande come quello italiano ti porta in realtà verso tutt’altra direzione. Anche solo limitandosi a guardare i primi posti, sintesi miope ma necessaria per iniziare questo ragionamento. Già se risaliamo al 2021, infatti, troviamo più difficile segnalare una dominazione totale: non solo perché Mille e Mi fai impazzire si erano divisi le settimane più calde, ma perché a seconda della persona a cui chiederai, troverai risposte diverse. Sarà stato il Covid? Visto che anche l’estate 2020 ci presentò una spaccatura (Karaoke e in misura maggiore A un passo dalla luna), è stata solo la conseguenza di estati più disparate, socialmente distanziate? Non si direbbe, visto che il 2019 fu ancora più frammentario, in un certo senso l’anno più simile all’attuale per come si prospetta al momento.

Concetti come “la canzone dell’estate” andrebbero declinati al plurale ormai da tempo: sono molte le “fabbriche della canzone” che lavorano con l’obiettivo di arrivare a fine settembre con un malloppo di stream sufficiente a tenere il motore acceso. E, a loro modo, tutte queste fabbriche stanno funzionando anche se nessuna sta lavorando a pieno regime come in altre annate più fruttuose: certo, Maschio di Annalisa ha totalizzato meno ascolti rispetto alle precedenti collaborazioni con il sodalizio Simonetta-Antonacci (Bellissima, Mon Amour, Sinceramente), ma forse è un ragionamento da aridi azionisti della canzone confrontare l’attuale assenza di certificazioni con la pletora di platini del 2024 e del 2023, dal momento che le soglie sono state alzate a partire da gennaio (con immediate conseguenze).

Non diversamente dai concerti che vanno dichiarati sold-out a qualunque costo, perché l’immagine viene prima della sostenibilità, così alcuni dei multiplatini degli anni scorsi sono costretti quest’estate a ridimensionarsi almeno dal punto di vista della comunicazione: è più difficile avere una targhetta da sventolare per dare un’altra spinta alla promozione ma – tecnicamente – se gli stream sono gli stessi, i (pochi) introiti restano invariati.

Prima di provare nostalgia per le (recenti) estati foderate di metalli pregiati, allora, potrebbe valere la pena andare a contare quanta musica in cima alla classifica viene effettivamente ascoltata oggi e confrontarla con gli ascolti delle ultime estati, approfittando della trasparenza dei dati forniti da Spotify – come abbiamo fatto nel confronto tra i Festival degli anni scorsi e quello attuale – per farci un’idea più chiara delle abitudini di ascolto del pubblico. Proviamo allora a confrontare gli ascolti totali dell’ultima settimana di certificazione, la numero 26 (cioè quella appena trascorsa), nel corso degli ultimi 5 anni, contando le prime 20 canzoni e sommando il totale dei loro stream settimanali.

Con questo metodo arriviamo alla conclusione che, al momento, l’estate 2025 è quella in cui le canzoni più popolari hanno raccolto meno ascolti nell’ultimo lustro: 33.533.030 contro i 52.471.711 stream delle top 20 del 2024, i 51.576.742 del 2023, i 37.490.887 del 2022 e i 53.521.717 del 2021. Come si vede, non esistono crescite o decrescite continue, perché fino a prova contraria (e nonostante alcuni tentativi) la musica non è un’industria in cui si possa proiettare quell’idea di crescita infinita che ha intossicato il capitalismo – anche culturale. Ma che il totale dei primi 20 brani più ascoltati sia di quasi 20 milioni di stream inferiore nel 2025 rispetto al 2024 è un segnale da non ignorare, vista la crescente platea di ascoltatori e la crescita dichiarata dall’industria discografica.

Se l’industria cresce, insomma, perché il consumo dei prodotti diminuisce? La verità è che il consumo generale è tutt’altro che diminuito: ascoltiamo veramente più musica oggi di quanto non sia mai stato fatto nella storia umana. Solo che, al momento, non stiamo ascoltando con particolare entusiasmo i prodotti che dovrebbero essere “di punta”. Stiamo vedendo in atto quella che si potrebbe chiamare alla maniera degli economisti “legge dei rendimenti decrescenti”: quanto più l’industria dell’intrattenimento investe le sue attenzioni su formule già sperimentate con successo, tanto meno l’investimento renderà nel corso del tempo. Per la stessa ragione per cui è molto più facile che un megablockbuster hollywoodiano basato sulle solite storie si trasformi in un flop al botteghino, così le canzoni che vorrebbero andare a colpo sicuro devono accontentarsi di risultati meno esaltanti del solito – senza nemmeno una targhetta da sventolare. Semplicemente, nel silenzio generale delle proposte alternative ci accorgiamo più facilmente del tonfo delle proposte solite.

Come avevamo detto parlando dell’ultimo Festival di Sanremo, in un periodo di canzoni pop molto simili e formulari, il pubblico si affida all’usato sicuro. Canzoni che restano in classifica per anni o vecchie canzoni dell’estate scorsa o di anni remoti che riemergono grazie a una playlist o per l’avvento di un tour faraonico: così possiamo spiegare nell’ultima top 100 FIMI la presenza di 30°C di Anna, Sesso e samba di Gaia e Tony Effe e Devastante di Olly dal 2024; di qualche vecchio classico di Cesare Cremonini; di successi solidi come Destri di Gazzelle, Ridere dei Pinguini Tattici Nucleari e Per dimenticare degli Zero Assoluto. Il passato, per quanto complicato, è decisamente più rassicurante di un futuro sul quale nessuno si sente più di scommettere. Anche se si tratta di un passato recentissimo.

Sanremo, per esempio, continua a proiettare la sua lunga ombra fiorita: Balorda nostalgia, Incoscienti giovani, La cura per me, Cuoricini, Tu con chi fai l’amore, Mi ami mi odi, Chiamo io chiami tu e così via non si schiodano dalle prime 100 posizioni, dando l’impressione diffusa che i tormentoni in fondo sono stati già decisi quest’inverno. Altri singoli, anche usciti relativamente di recente, arrivano con un bagaglio di significati già allestiti prima dell’estate: Amor che completa il disco di Achille Lauro; Depresso fortunato che Olly ha presentato come una dedica a chi è andato a vederlo in tour nei mesi scorsi; e poi il rap mainstream e i suoi cicli scombinano (non da oggi) la regolare legge di tormentonia, ma anche Sfera Ebbasta e Shiva o Luché resistono a fatica, e quindi non contribuiscono in modo decisivo alla formazione di un’immaginario a colpi di canzoni e ci riescono molto di più con il respiro più largo degli album, come nel caso di Bresh e Salmo – lo dico sempre, non dar retta a chi ti dice che l’album è un relitto del passato. Sono graditi, insomma, percorsi di una certa coerenza, visioni d’insieme, o al limite collaborazioni inossidabili: la forza del brand-artista come tale, insomma, non basta più. E senz’altro non basta rinchiudersi nelle consuete soluzioni musicali.

Non che, per adesso, si scorga la possibilità di un cambiamento radicale e incisivo: all’orizzonte non si intravede una Musica leggerissima e anche il successo straordinario e meritato su TikTok di Fiore mio di Andrea Laszlo De Simone (attualmente al decimo posto della Viral 50 Italia di Spotify) dice più delle abitudini frammentate degli ascoltatori, che si coagulano intorno a un trend in modo piuttosto imprevedibile, piuttosto che di un cambiamento nella produzione musicale. A questo proposito, aspettati un possibile rientro in classifica di Rock That Body dei Black Eyed Peas, altro pezzo ripescato da quel continuo serbatoio di “content” che è TikTok, che non seleziona mai i suoi revival secondo le stesse regole e gli stessi gusti.

E del resto, di tante fiammate sanremesi che sono sopravvissute, nessuno vuole più essere un duro con Lucio Corsi in queste settimane roventi: insomma, ancora non è arrivata l’ora della musica alternativa estiva – e quando mai è arrivata, se proprio vogliamo essere precisi. Più che la voglia di qualcosa di nuovo e di diverso, insomma, c’è la noia di ciò che si presenta come nuovo, ma non lo è: come nel caso di Scelte stupide di Fedez e Clara, che ripropone il team creativo, il suono, il mood di Battito e che forse per questo non interessa a un pubblico che ha già smesso di ascoltare con assiduità anche quest’ultima – sempre in termini relativi, sia chiaro. E se proprio una canzone non sfonda nello streaming, ci pensa la radio a conferire primi posti nelle rotazioni settimanali, che si danno il cambio con regolarità e lasciano spazio a canzoni altrimenti penalizzate dallo streaming.

Se confrontiamo questi relativi insuccessi e il generale calo di ascolti delle canzoni che dovrebbero, invece, macinare stream in queste settimane di aperitivi all’aperto e playlist per lo svago, appare evidente che al momento ciascuno di noi stia ascoltando qualcosa di diverso. Di fronte a questo scenario in cui non esiste più una chiara egemonia di musica popolare – la cosiddetta fine delle monoculture musicali, ammesso che siano mai esistite davvero – non c’è formula da tormentone che regga: non è vero che “tutti ascoltano”, come vorrebbero farci intendere le iperboli dei grandi concertoni estivi che hanno sostituito il Festivalbar; semmai, “qualcuno ascolta”. Ma dirlo suona molto male.

Si rischia di passare per guastafeste, poi, se si parla del ritmo illogico di pubblicazione dei brani: ogni venerdì continuano a essere sfornati nuovi singoli in grande numero, magari dagli stessi artisti che hanno preteso il massimo della nostra attenzione solo poche settimane prima – come nel caso di Maledetta rabbia di Blanco che è arrivata prima ancora che Piangere a 90 potesse consolidarsi. Allora notiamo un pattern deprimente: canzoni che dovrebbero fare successo a colpo sicuro vengono sostituite da candidate più “forti”, condizionando anche il più ingenuo ascoltatore a ragionare in termini numerici e commerciali come se fosse un produttore discografico, e presentandoci uno scenario che più di un “mercato” ricorda gli Hunger Games.

Così, se non sono le formule stantie a deludere il pubblico, forse è la mancanza di fiducia degli artisti nelle proprie stesse canzoni a togliere un po’ di magia, a trasmettersi in modo quasi subliminale e contagiarci con una stanchezza generalizzata. E mentre saltiamo di ossessione in ossessione, a esultare sul serio sono le grandi case discografiche, che comunque presiedono alla produzione e/o distribuzione di gran parte di queste canzoni effimere oggi e magari di nuovo solide domani – tanto il catalogo e i master restano spesso in mano loro. Chissà se anche questo panorama frammentario, vagamente cinico e distopico prima o poi scatenerà una reazione unita degli ascoltatori, e non solo un abbandono del tormentone.

All’apice dell’età dell’oro (diciamo così) dello streaming, alcune abitudini stanno perdendo vigore e alcune regole stanno accogliendo sempre più eccezioni. In fondo, che ognuno di noi stia scegliendo in piena libertà la propria canzone dell’estate non è nemmeno così straordinario e preoccupante – ammesso che non si ceda nella facile soluzione di appiccicarsi al successo di un’altra epoca, finendo con la convinzione che i nostri tempi non abbiano più nulla da dire, che tanto vale rinchiudersi nei riascolti.

Magari la tua canzone dell’estate potrebbe essere Indipendente di Emma Nolde o la nuovissima Sciallà dei Nu Genea. Magari nell’estate 2025 scoprirai di amare musica che è completamente estranea ai grandissimi circoli mainstream, musica diventata sempre più difficile da intercettare per la spoliazione del giornalismo musicale nell’attuale ecosistema editoriale e mediatico, e che si produce in gran quantità anche in Italia – dai Laguna Bollente a Merli Armisa, da Giorgio Poi ad Arssalendo, da Gaia Banfi agli Studio Murena, dai Tamango a Lauryyn, e potremmo continuare a lungo. Qualunque cosa tu stia ascoltando, se i tuoi stream fanno parte dei quasi 20 milioni attualmente assenti dalla top 20 di Spotify, continua così: negli anni a venire scoprirai che la tua estate è stata più unica e memorabile anche se avrai avuto poche persone con cui condividere questo momento di identità musicale. Anzi, lo sarà a maggior ragione.

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