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Perché non riusciamo a toglierci dalla testa La testa gira di Fred De Palma: un tormentone che ci annichilisce

Da tormentone estivo a presenza fissa nella mente: perché La testa gira continua a ripetersi fino a diventare quasi un’ossessione sonora.
Fred De Palma per La testa gira
Fred De Palma per La testa gira

Mi gira sempre la testa, forse c’è qualcosa di irrisolto”, cantava pochi mesi fa Gian Maria Accusani nella prima traccia del colpevolmente dimenticato album "Dementia" dei Sick Tamburo. La vertigine della mancanza può fare questi scherzi, in effetti, ma non nel caso di "La testa gira" di Fred De Palma. Al contrario, in quella che pare l’unica canzone capace di scalzare l’Ossessione eponima di Samurai Jay, dopo una lunga cavalcata partita a marzo, la situazione è opposta: non è quel che ci manca a mandarci in tilt il cervello, ma è quel che possediamo dismisura; non è la carenza, è l’abbondanza. Troppi stimoli, troppi suoni, troppe immagini, troppe voci: uno stordimento da overload sensoriale, al quale del resto arrivavamo già preparati prima delle vacanze.

Di questi tempi si parla dell’economia culturale come un’economia dell’attenzione: in questo gioco crudele vince chi riesce a sbucare dal tappeto denso del rumore di fondo, con lo shock o la promessa di guidare per mano il pubblico. Fai caso a come funziona l’arte popolare in questo spicchio terrificante di ventunesimo secolo, dal film alla canzone, dal videogioco alla tv. Da una parte, un’estrema familiarità, per non dire ovvietà: formule talmente trite da essere ridotte a polpa e non funzionare più; sample conosciutissimi sui quali non si inventa. Dall’altra parte, la banalizzazione della novelty, lo sfoggio, l’iperbole e l’estremizzazione per svegliare dall’apatia in cui ci riducono diete digitali fatte di gossip, genocidio e gattini.

Due direzioni opposte e complementari, due direttrici per la navigazione di una classe creativa confusa e alla deriva, che rischiano per questo di finire ancora più in alto mare. Il prodotto che meglio rispecchia questo caos è una musica che non lascia spazio nemmeno per un refolo d’aria, un gettito continuo di stimoli che non lascia tempo di reazione. "La testa gira" funziona proprio così, dall’intro alla coda, tre minuti di impulsi senza respiro in cui come wrestler in una battle royale Fred, Anitta ed Emis Killa si danno il cambio per prendere a ginocchiate l’ascoltatore, in modo consensuale e con il presunto piacere di quest’ultimo.

L’ispirazione per questo assalto musicale è fondamentale: Fred De Palma la cita nella sua strofa, quando elenca tre generi di musica latinoamericana che non hanno nulla in comune fra loro: "merengue, salsa, tango", non sono da prendere alla lettera, sono dardi infuocati di significato lanciati oltre la palizzata della nostra distrazione per abbrustolire la nostra riluttanza a partecipare. Il “merengue”, però, non è citato del tutto a sproposito. Pur nel coacervo da appropriazione culturale tipico del nostro consumismo musicale sfrenato, la produzione segue alcuni dei dettami della musica nazionale dominicana: l’oscillazione frenetica del merengue, qui concentrata dentro lo strettissimo loop di batteria che fa da unità minima del beat, si ritrova qua.

Certo, serve un orecchio da primatista mondiale per cogliere la sottigliezza afrolatina della clave di merengue spremuta dentro la velocità assurda di questo 2/4 impazzito, ma siamo pur sempre la stessa umanità che si balocca con le canzoni accelerate su TikTok e che ha un retention time cortissimo di fronte agli stimoli: prima che l’ascoltatore abbia un decimo di secondo libero da passare da solo con i suoi pensieri (prospettiva orribile) ecco che arriva subito un altro battito.

Ci professiamo liberi e indipendenti, anzi padroni del nostro piacere: "Sto ballando la fresca" canta De Palma, dall’alto del suo Hotel de Paris di Montecarlo, riprendendo un modo di dire di vaga origine milanese popolarizzato online negli ultimi anni, in un revival dell’immaginario da "cumenda" che non si vedeva dall’inizio degli anni Zero. Ma per quanto possiamo sognarci in controllo delle nostre scelte, siamo schiavi del ritmo, come cantava Grace Jones 40 anni fa. Del ritmo e di una soglia dell’attenzione microscopica. Abbiamo bisogno di parole parole parole (la profezia di un tormentone ancora più antiquato) e milioni di piccoli ganci sonori, possibilmente ripetuti fino a un centimetro prima di provocare la nausea.

In pratica, ci comportiamo come se fossimo affetti da dipendenza: guarda caso, 20 anni prima di questa canzone, un’altra "La testa gira" parlava di questa sensazione di trappola nella quale tutti ci infiliamo spontaneamente. La confusione di cui parlavano i Club Dogo nel 2006, causata dall’abuso di cui tutti ci rendiamo responsabili, ciascuno con la sua droga d’elezione, era una condizione oggettiva e comune, uno stordimento necessario per sopravvivere alle angosce della vita. "C'è chi dice che odia la roba mentre pizza, fra', chi schifa la cocaina e chiude una Rizla. E chi condanna i tossici, intanto che si alcolizza: la testa gira a tutti, è il mondo che si raddrizza", diceva Jake La Furia.

Nel caso di Fred De Palma, invece, questa condizione è tutt’altro che universale. Certo, tutti noi possiamo sognare di fare jackpot e goderci il lusso: non c’è assolutamente nulla di strano in questo. Avvolto nelle sue icone di capitalismo inarrivabile, quel che i tre artisti cantano qui non è in nulla diverso dalle fantasie folkloriche e letterarie che altri vanno cercando nei libri e nei film, nei manga e nei giochi fantasy con la stessa speranza di scappare dagli orrori del mondo reale. La povertà, in particolare, seguita dall’ansia di non avere partner sessuali sono gli spauracchi che questa canzone usa per alimentare la sua fantasia.

Non c’è nemmeno tempo per processare questi concetti, perché le mille eruzioni auditive proposte dal brano non hanno mai risoluzione: il pezzo gira e gira e gira proprio come la testa, con una coincidenza tutto sommato ammirevole di suono e di senso. Ma non stiamo parlando di free jazz o noise ambient: tutto questo insieme scintillante di detriti musicali deve finire in un imbuto che permetta all’orecchio di farsi incantare e darci l’illusione del godimento: e questa è la cadenza melodica del refrain, "la testa giiiraa… ay ay ay ay", un motivetto che stabilizza il trauma cranico di canzone che stiamo gioiosamente subendo, con un saliscendi melodico essenziale e non troppo faticoso da intraprendere: a girare, oltre alla testa, sono i cilindri di un motore che accumulano abbastanza energia potenziale da permettere all’orecchio, nella seconda metà della battuta, di scendere a valle in folle, senza sprecare nemmeno un goccio di benzina.

Investiti da una quantità di segnale sonoro che avrebbe causato un’emorragia cerebrale a un nostro antenato australopiteco delle savane, facciamo quello che ogni homo sapiens ama fare da tempo immemore: stordirsi per stare bene. Ricordo che l’archeologia ci fa ipotizzare che la birra sia stata inventata prima del pane.

Prendendo spunto dal testo dei Club Dogo citato sopra, nessuno deve credersi al di sopra di questo bisogno indotto (paradossalmente) dal rumore della società moderna: se guardi Temptation Island o scrolli all’infinito, se ti inondi di grugniti e doppi pedali grindcore o non resisti senza un tappeto di cosiddetta lo-fi atmosferica, stai facendo esattamente la stessa cosa di chi apprezza e apprezzerà sempre più questa canzone nei villaggi vacanze e negli stabilimenti balneari di tutta Italia. Non è un caso che l’ascesa del brano abbia coinciso con il progressivo arrivo del bel tempo sulla penisola.

Il vero modello aspirazionale non è quello di cui parlano Fred De Palma, Anitta ed Emis Killa; non sono le suite da 1000 euro a notte, le automobili con listino a sei cifre, i viaggi intercontinentali a caccia di partner sessuali o infrazioni del codice della velocità ("verso il centro a centosettanta") da chiamare il Tribunale dell’Aia: queste sono fantasie da ragazzino che al massimo si diverte alle giostre, e per questo la citazione del "tagadà" da parte di Emis è una specie di proiezione junghiana, l’ombra del vero inconscio che traspare fra le righe di quello che si dice per convenzione. No, il vero modello aspirazionale e inattingibile, è l’esatto opposto di questo: la #vitalenta, un’esistenza senza telefoni, senza disturbi, senza continuo e incessante rumore. Il vero lusso non è quello narrato da "La testa gira": è un’esistenza senza canzoni come "La testa gira". Finché non sarà possibile ottenerla, non giudichiamo chi si stordisce con un pezzo pop.

Certo, questo stordirsi ha conseguenze. Per esempio, potresti arrivare a fidarti dello standard di bellezza enunciato da Emis Killa nel suo verso "quando ti togli i vestiti sembri fatta con l’AI". Chiunque sia dotato di occhi sa che l’IA generativa usata in modo atroce per produrre immagini di donne procaci (spesso sfruttando in modo non consensuale i corpi delle donne) restituisce pupazzi senza vita lisci, surreali, privi di gravità, perfino più inquietanti e distopici dei canoni estetici dominanti. Nemmeno lui ci crede, se in "Quella foto di noi due" riconosceva un fascino perfino nelle imperfezioni della pelle della sua partner.

Che doveva fare, del resto, Emis Killa? C’era una rima con “ay ay” da chiudere e “guai” e “mai” erano state già dette (e dubito che il dantesco “lai” si sarebbe incastrato bene qui). E allora la parola in hype (altra rima possibile!) degli ultimi 5 anni può essere buttata in pasto al pubblico come piccola provocazione slegata dalla logica, puramente istintiva, come uno slogan pubblicitario chiassoso per un mondo ormai abbastanza obnubilato dal rumore costante. Rumore a cui questa canzone si aggiunge, sperando di alzare sufficientemente il volume e fare la differenza prima che il pubblico sia completamente assordato dal caos.

E la differenza, finora, l’ha fatta. La canzone ha successo, o quello che possiamo definire come tale di questi tempi: cioè, è finita sempre più in alto nelle rotazioni delle radio e nelle tracklist delle playlist che hanno l’obiettivo di girare nei luna park e nei bar in riviera, nei lungomare e nelle piscine in città, negli stabilimenti e nei lidi. E sicuramente, anche fra molti anni di distanza, saprà racchiudere un’istantanea di questo 2026 in cui nessuno ci sta capendo più nulla, e a molte persone va bene proprio esattamente così.

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