Perché il duetto tra Geolier e Pino Daniele in Tutto è possibile è da ascoltare: è importante cogliere l’attimo

L’armonica non è esattamente lo strumento più popolare del momento. Se si esclude qualche sporadica comparsa in qualche remix amapiano e nel revival country, è difficile incontrare il suono di questo strumento nella musica in voga. Eppure, una delle canzoni più ascoltate in Italia la scorsa settimana (e – ci scommettiamo – ancora nelle prossime) inizia proprio con quel dolce e inconfondibile lamento vibrante. Parliamo di "Tutto è possibile" di Geolier, la traccia di apertura del suo omonimo album. E non solo, perché l’artista napoletano quel suono l’ha usato anche in chiusura del disco, a mo’ di cornice. È una questione di identità e lascito culturale, ma anche della particolare qualità di questo strumento, un tempo campione della musica di massa.
La storia di questo strumento, in breve, è quella del primo oggetto di consumo musicale prodotto in scala industriale per le masse: i più poveri del pianeta, mentre attraversavano l’Atlantico o lavoravano nelle piantagioni, hanno adottato l’armonica facendo involontariamente del suo lamento dolciastro un collante tra classi e origini dentro le tradizioni nascenti del blues e del country. Quando intorno alla metà del secolo scorso è emersa quella che a tutti gli effetti possiamo chiamare musica pop, l’armonica si è infiltrata facilmente, con la sua garrula malinconia o la sua triste allegria, dai Beatles a Bowie, da Sly Stone ai Black Sabbath, fino, ovviamente, a Stevie Wonder.
Progressivamente, però, l’armonica ha cominciato a svanire, riservata spesso solo al recupero nostalgico o revivalistico. Ma la potenza di quel fenomenale miagolio metallico era chiara a chi, magari per formazione e gusto, poteva essere più aperto a giocare con un suono complesso, insieme gioioso e tragico. Come Pino Daniele, un discepolo della black music, che aprì il suo capolavoro Nero a metà proprio con un’armonica.
In "I Say I’ Sto Ccà" l’armonica è suonata dal maestro Bruno De Filippi in una maniera che rasenta il duetto più che l’accompagnamento, esaltando il significato del brano. Mentre Pino cantava di felicità effimere e insoddisfazioni cicliche, lo strumento ci faceva sentire che questa condizione contraddittoria di insofferenza e stabilità poi così contraddittoria non era. Della profonda assurdità dell’esistenza, in certi casi buffa, spesso crudele, era ben consapevole Daniele, che fece della coesistenza dei contrari la cifra della sua scrittura: il suo blues, in questo senso, è la celebrazione pessimistica della vita, più che l’adesione a un canone stilistico, l’euforia che si unisce al rimpianto.
Tracce di questo stesso pensiero si trovano nei versi che aprono il disco di Geolier: "Tutto è possibile", canta il postumo Daniele in questo frammento inedito che il rapper ha ripreso e in qualche modo ha reso la chiave di lettura del suo nuovo progetto. C’è una gioia e c’è una malinconia di fondo nel brano originale, che sembra osservare in modo non macabro né deprimente la paradossale realtà del ricordo. Quando ferma per sempre un istante, il ricordo permette alle persone di riavvolgere l’ordine degli eventi e ringiovanire, per quanto sembri assurdo. Tuttavia, in un "fermo immagine" o in una "fotografia" (tanto per citare un’altra canzone ospitata in questo disco) le persone ritratte sono cristallizzate: relativisticamente parlando ci sembrano tanto più giovani, quanto più il nostro treno del tempo corre nella direzione opposta. E questo è particolarmente puntuale nella situazione che Geolier descrive oggi.
Fissare su un disco l’apice della propria carriera artistica e commerciale, infatti, è un affare rischioso. Perché, se non ti sei completamente montato la testa, ogni celebrazione rischia di preannunciare sventura, come da sempre negli atti di hybris. Bisogna anche aggiungere che, se si parla di hip-hop, il cliché dell’uomo solitario in vetta è diventato parecchio stantio e aspirazionale in una società che ha sempre meno vincenti. Quello che accomuna tutti, però, che ci tiene incollati come umanità come un fischio d’armonica, è la coscienza del moto costante della sorte, l’agrodolce consapevolezza che tutto può finire, e che la stessa condizione che garantisce un successo arrivato partendo dal nulla può diventare la premessa di un disastro. Ci sono molti modi per descrivere questa precarietà, e Geolier sceglie di seguire il solco di Pino Daniele: con una scrittura intelligente fatta di contrasti e anche con il suono di un’armonica.
Lo sentiamo nel loop insistente degli accordi, puntato dritto verso un crescendo armonico maggiore con una destinazione tutt’altro che stabile e solida: un Do settima maggiore che fluttua nella sua liquida incertezza (come faceva in "Ocean Eyes" di Billie Eilish) e che siamo lasciati ad assaporare in tutto il suo dolce amaro. Questo andamento armonico e le parole pensose che lo riempiono ci mettono in guardia sulla crudele alternanza delle sorti: non solo i rapper milionari, ma tutti noi siamo costretti a vivere dentro le contraddizioni, a vedere esiti ribaltati e successi trasformati in fallimenti
Come nella satira di un autore morale latino, Geolier riempie questi versi e quelli dell’intero album di antitesi e ossimori: il ricco e il povero che condividono ansie e paure; il volo di Icaro che non può finire in uno schianto se non puntando troppo in alto; il giovane che invidia il vecchio e viceversa; la pioggia che arrivando all’improvviso "contraddice" il beltempo, e mostra nella maniera più ovvia come le situazioni della vita siano destinate a uno stravolgimento costante. A ben vedere, la pioggia costituisce il filo conduttore dell’album, un’immagine costante che non sta a rappresentare meramente un momento di mestizia, come nei versi di scrittori scadenti, ma appunto il cambiamento continuo delle sorti.
Nella traccia finale, "A Napoli non piove", la realtà viene travisata in modo volutamente paradossale proprio grazie alla simbologia del fenomeno atmosferico: Napoli non è tutta sole e gioie, né solo tragedie e stasi; ugualmente, i nostri giorni non seguono comode linee rette, ma sono un continuo capovolgersi di posizioni. Solo in una fotografia nulla cambia e si conserva immacolato, ma la vita vera funziona in un’altra maniera. Tutto cambia, e quindi "tutto è possibile".
Proprio qui, sul finale, sentiamo tornare l’armonica. Suonata ancora una volta dallo stesso egregio musicista presente all’inizio dell’album (Salvatore Costigliola), la cara vecchia sirena di latta ci viene a mostrare la coesistenza del bene e del male, a farcela sentire in modo profondo, come nel blues e nel country, come nelle complesse pieghe emotive di "I Say I’ Sto Ccà".
“Tutto è possibile”, se ci pensi bene, può voler dire che ogni cosa buona succederà, ma anche che ogni sventura è dietro l’angolo: non puoi scegliere quale parte del “tutto” ti capiterà in sorte. Accettare la possibilità di arrivare in altissimo, di pubblicare un duetto a distanza con Pino Daniele, di ospitare 50 Cent, di ottenere tutte le soddisfazioni materiali e tutti gli onori artistici significa accettare anche che ogni risultato possa sparire. Perché, se crediamo alla filosofia dei presocratici che ancora serpeggia nella forma mentis fatalista della penisola, il verificarsi della prima gradevole condizione non si dà senza la possibilità anche della catastrofe, del declino, della fine: tutto è possibile, anche la tragedia. E proprio per questo bisogna celebrare con convinzione e consapevolezza l’istante: carpe diem, come scrisse un autore morale latino. La parola poetica (qui talvolta ancora troppo debitrice dei cliché polverosi e retrogradi dell’hip-hop, forse) può ancorare le due estremità e farci sentire la precarietà della bellezza e la bellezza della precarietà. E dove la parola non arriva, c’è sempre un’armonica.