Ricostruire il significato delle parole vuol dire, in alcuni casi, scoprire storie nascoste che nemmeno chi parla sapeva di possedere. Nel caso del napoletano, ad esempio, vuol dire toccare con mano l’anima più profonda del popolo: questo perché i dialetti non si limitano a “tradurre” dall'italiano, ma inventano vissuti ed emozioni tutte nuove o, in alcuni casi, dimenticate. Come hanno fatto i napoletani, che per raccontare il loro destino perennemente incerto hanno scelto di rimanere attaccati ad una sola parola: alla “ciorta”, che a Napoli è qualcosa di molto più complesso della semplice “fortuna”.

Si tratta infatti di un termine che ha conservato un’ambiguità semantica che in italiano si risolve con la differenziazione fra fortuna nel senso di “sorte felice”, e sfortuna, il suo tragico opposto. Ma la “ciorta” è anche qualcosa di più: un popolo che crede fortemente nella scaramanzia non poteva non scegliere questa parola anche per descrivere l’incontrollabile che c’è nella vita di ogni uomo, tracciando così il profilo di quel disegno divino (o semplicemente, superiore) a cui chiunque è assegnato. Ciò che in italiano chiameremmo semplicemente “destino”.

La “ciorta” napoletana nasce davvero dal latino?

L’origine di questa parola sembrerebbe essere, banalmente, latina: si tratta infatti di una delle tante varianti, mediate successivamente dai volgari regionali, del termine “sors” che in latino richiamava l’idea di “serere”, ovvero di “annodare, legare insieme”. Lo stesso latino presentava un’ambiguità semantica che riconduce alla “fortuna” che, a sua volta, deriva dal verbo “ferre”: un’ambivalenza che rispecchia appieno la dipendenza di questi due termini anche a livello di significato. La fortuna, infatti, non è nient’altro che ciò che viene portato, regalato o inflitto, dalla sorte, da quell'elemento imperscrutabile che “lega” e “annoda” i destini degli uomini.

Il fatto che però il napoletano abbia scelto la forma “ciorta” anziché quella tradizionale, creando così una parola unica nel suo genere, potrebbe essere da attribuire alle modificazioni fonetiche che il latino ha subito nel corso dei secoli: nell’antico toscano, che ha poi caratterizzato in molti aspetti la parlata italiana, era già presente il termine “sorta” che, probabilmente a causa della tendenza del dialetto napoletano a pronunciare le consonanti inziali in modo indistinto, è stata trascritta ed è entrata nell’uso comune come “ciorta”. O forse, potrebbe esserci un’altra risposta: il fatto che questa parola napoletana sia unica sotto tutti i punti di vista, soprattutto per quello che rappresenta.

La ciorta non si sceglie: la si aspetta

Sono tantissimi i modi di dire legati a questa parola: la saggezza popolare la racconta molto spesso come il lato più brutto della medaglia, come quella cosa che “o pover ‘omm” (o “o'mbrellaro”, come recita un famoso proverbio) è costretto a sopportare nelle piccole e grandi cose della vita. Ma il colpo di fortuna inaspettato, quello che rasserena una giornata, può essere anch’esso una “ciorta”. In entrambi i casi c’è un elemento comune: la “ciorta” è assoluta, sciolta da qualsiasi desiderio o atto volontario. Non si può in alcun modo intervenire su di essa: la si può, però, “aspettare”.

Pino Daniele, in una delle canzoni più intimamente e dolorosamente dedicate a Napoli, usa la ciorta per raccontare di una città costretta da sempre a bastare a se stessa, perché “Napul è na carta sporca, e nisciuno se ne mporta. E ognuno aspetta a’ ciorta”. Si tratta, a ben vedere, di un sentimento strano, una complessa forma di volizione: non si può in alcun modo intervenire sulla ciorta, ed è necessario prendere atto del fatto che esiste qualcosa di più grande e forte di noi. Ma ci si può comunque preparare al meglio per accoglierla: “aspettarla” fiduciosamente, tristemente, disperatamente. Ma mai passivamente.