Nek: “Costretto dal successo a cantare dopo la morte di un amico. La Laura della mia canzone non sa che è lei”

The Voice, Laura non c’è, il tour in partenza e il sogno Sanremo: Nek ha raccontato a Fanpage i suoi progetti. “Il mio futuro in tv? Sogno il Festival” spiega il cantautore che a Fanpage svela la prima canzone in scaletta: “Sarà ‘Almeno stavolta”
A cura di Francesco Raiola
68 CONDIVISIONI
Nek x Fanpage – ph Francesco Galgano
Nek x Fanpage – ph Francesco Galgano

Nek è sulla cresta dell'onda grazie al suo ruolo di coach a The Voice Kids, programma di Antonella Clerici che sta facendo ottimi ascolti. Il cantante, intanto, si prepara anche a partire per il tour che lo vedrà impegnato prima in Italia, a marzo, per poi partire in Europa da aprile. Filippo Neviani, vero nome del cantautore, continua questa vita parallela televisiva, sognando Sanremo e, in generale, un varietà che metta in risalto il talento. Quest'anno sono 30 anni dalla scrittura di "Laura non c'è", la canzone che gli ha regalato il successo. Un brano che da una parte gli ha donato una popolarità enorme ("Ricordo però molto bene quando la mia popolarità è passata da zero a mille ed è stato Sanremo 1997"), dall'altra lo ha gettato in un mondo complesso in cui è stato anche obbligato a doversi mostrare felice il giorno dopo la morte di un caro amico. A Fanpage ha raccontato di tv, di ascolti, del prossimo tour, di "Laura non c'è", delle origini della sua passione per la musica, la prima canzone mai scritta e svelandoci anche quale canzone aprirà la scaletta.

Partiamo da una tua frase che hai detto ultimamente a The Voice: “Ogni tanto mi volto indietro e vedo quando ho cominciato sul palco del Teatro di Sassuolo negli anni ’80”. Come arrivasti su quel palco? Come è nato Nek?

No, Nek non è nato lì in quel periodo, non era neanche concepito in realtà. In quel momento c’era solo questo ragazzetto di Sassuolo che, con un suo amico, faceva le prove nel garage della nonna e suonava i pezzi che ascoltava suo fratello, cioè mio fratello. Ascoltavo John Denver al punto tale che imparavo a suonare la chitarra proprio ascoltando le sue canzoni e studiandole.

Quanti anni avevi?

Avevo una decina d’anni. A 12 anni formiamo questa prima band che poi portiamo al Festival dello Studente. È lì che saliamo per la prima volta su un palco vero, il palco di un teatro, il teatro della mia città, nell’86.

Era già un’ossessione la musica all’epoca?

Diciamo che mi faceva stare bene. Sentivo qualcosa di particolare quando suonavo. Non avevo ancora la percezione di cosa sarebbe diventata la musica, ma già da lì a qualche anno sentivo l’esigenza proprio di suonare per sentire di esserci, per sentire di riuscire a comunicare attraverso quel linguaggio. Io sono un introverso di base e la musica mi ha aiutato a essere invece un po’ più disposto verso gli altri, un po’ più estroverso. È stata una cura per me.

La prima canzone che hai scritto di cosa parlava?

Credo si chiamasse "Spiriti" ma non aveva nulla a che vedere con il mondo paranormale. Se non ricordo male parlava dell’incontro profondo di due anime che arriva ancora prima dell’incontro fisico. Ricordo anche che l’esame di SIAE lo feci con un pezzo che chiamai Carta straccia.

Di che parlava?

In realtà era una traccia che mi avevano dato per l’esame di compositore, melodista, non trascrittore. Mi immaginavo questo cestino della carta straccia che mi faceva diventare pazzo. Dovevo scrivere un testo e all’esaminatore diedi anche la partitura, il tabulato con gli accordi. Lui mi disse: ‘Beh, è un lavoro completo'. Avevo avuto tempo e l’avevo fatto.

Quando hai iniziato a percepire la popolarità? Il momento in cui hai capito che la gente ti ascoltava e si riconosceva in quello che scrivevi.

Non ricordo precisamente il momento. Ricordo però molto bene quando la mia popolarità è passata da zero a mille ed è stato Sanremo 1997. Nella hall dell’albergo, se non ricordo male l’Hotel Londra, dopo la prima esibizione di "Laura non c’è". Il giorno dopo la gente era tutta lì per me. A Sanremo succede spesso che le hall degli hotel si riempiano di fan, di movimento per incontrare i cantanti, ma quella volta mi resi conto che erano lì per me. E mi resi conto che qualcosa stava funzionando. Già dal primo disco del ’92 sentivo comunque che quella era la cosa giusta da fare. Non sapevo se fosse la strada corretta, ma sentivo che stavo facendo quello che dovevo fare.

Come ti ha cambiato la vita "Laura non c’è"?

Non pensavo a un successo del genere, onestamente. Io mi butto a capofitto nelle cose, oggi con un po’ più di esperienza: ogni disco o canzone resta comunque un salto nel buio. Quel pezzo però sentivo che era a posto, che aveva le sue parti giuste, che mi rappresentava. Un po’ come successe con "Fatti avanti amore" diciotto anni dopo, sempre a Sanremo. Sentivo che era la canzone giusta, ma non pensavo al momento giusto, al cantante giusto, al festival giusto. C’è un lato imperscrutabile della musica del quale possiamo solo contemplarne il fascino.

Hai mai avuto un momento "rockstar"? Una sbandata, magari dopo il ’97?

Sì, più di una volta. Oggi ho 54 anni, però, è diverso da quando ne avevo 24 o 27. Un po’ di vita è passata, molta acqua sotto i ponti. Questo lavoro ha a che fare con una magia: la gente non ti immagina come un essere umano con le stesse esigenze di chi ti guarda dal divano. Si crea un alone di magia, ed è giusto che sia così. Allo stesso tempo, però, non ti è concesso avere cedimenti. Tu puoi stare malissimo per una notizia terribile, ma devi andare in onda.

Quando ti è successo?

Mi è successo quando presentavo Tim Summer Hits: un amico fraterno è morto il giorno prima e io il giorno dopo dovevo registrare una puntata. Non è stato semplice trasmettere felicità ed entusiasmo quando dentro avresti voluto fermarti, stare da solo, metabolizzare e prendere possesso dell'idea che Gabriele non ci sarebbe più stato. Però anche questo ti tiene vivo: in qualche modo esorcizzi il dolore.

Pensi che questo lavoro, in certi casi, aiuti anche a sopravvivere ai momenti difficili?

Questo lavoro è crudele a volte, perché la gente non vuole vederti triste, ma non per cattiveria. Allo stesso tempo ti permette di distrarti, di non pensare continuamente al dolore.

C’è il rischio che una canzone diventi una one hit song. Come sei riuscito a non restarne intrappolato?

Secondo me non c’è una formula. O, se esiste, cambia continuamente perché cambiano i gusti delle persone. Anche perché c’è un territorio troppo sconosciuto che è quello delle emozioni. Una canzone viene recepita da chiunque in modo personale. Magari per te è magica e per un altro no. Quindi bisogna rimettersi in gioco tutte le volte.

Laura non esiste, ma esiste…

La persona esiste, non si chiama così. È il simbolo di una Laura che tutti hanno avuto nella vita.

Lei lo sa che è lei? Questa canzone le ha sconvolto la vita?

Non credo che si immagini possa essere lei. Non ho mai esternato questa cosa, né ci ho mai pensato davvero, per non strumentalizzare tutto. Anche perché è uscito tutto talmente velocemente che avevo mille altre cose per la testa.

Stai lavorando molto con ragazzi giovani. Che sensazione ti dà?

Guardandoli mi sono rivisto. Mi sono sentito molto più papà che coach, anche perché il genitore, in fondo, è un coach per la vita: accompagna, sostiene, difende. In alcuni sguardi ho rivisto emozione, cuore che batte forte, felicità. Non ho visto smarrimento o paura. È un ricordo che questi ragazzi porteranno per tutta la vita. Sono stato contento di avvicinarmi a questi ragazzi che non hanno ancora ben chiaro cosa faranno da grandi ma sono felici di essere lì in quel momento, con il loro cantante preferito, casomai. Ho percepito anche che qualcuno era lì per rendere orgogliosi i genitori che forse nella vita quotidiana non ti guarda come loro sperano li guardino.

The Voice sta andando molto bene negli ascolti.

Maria è un colosso, naturalmente. Noi siamo contenti, ma gli ascolti non devono diventare un’ossessione.

Sei tra gli artisti italiani più ascoltati all’estero. Che effetto fa?

Recentemente sono stato in Nord America, Miami e Fort Lauderdale. Ho cantato in spagnolo davanti a un pubblico latino. Già il fatto di poter cantare in una lingua che non è l’italiano è emozionante. Che poi è quello che farò nel tour che partirà ad aprile nel mondo (ma a marzo in Italia, ndr). Torneremo in Spagna, a Madrid, Barcellona. In Germania canto in italiano: a loro piace il suono della nostra lingua.

E la scaletta è sempre più difficile, immagino.

Nella stragrande maggioranza della mia vita musicale i brani che sono diventati singoli in Italia lo sono stati anche all’estero. Ci sono state alcune canzoni che magari hanno avuto più successo qui e altre che ne hanno avuto di più fuori, però diciamo che il repertorio mi consente di coprire quasi due ore di concerto.

Nek a Fanpage – ph Francesco Galgano
Nek a Fanpage – ph Francesco Galgano

Sei giudice con Clementino e Rocco Hunt, la data di Napoli avrà qualche sorpresa?

Non lo so ancora. Intanto torniamo il 17 marzo all’Augusteo. Sono contentissimo di tornare a Napoli, ormai ho quasi più amici qui che a Sassuolo. Siamo nei teatri, in modalità power trio, quindi le canzoni sono molto più rock and roll. Abbiamo rivisto anche la tracklist rispetto all’estate scorsa.

Puoi dirci con cosa apri il concerto?

Dai, lo diciamo: "Almeno stavolta".

Hai qualche canzone nuova che farai ascoltare? Stai scrivendo?

Non farò canzoni nuove ma sto scrivendo. E il fatto di non avere al momento una deadline, cioè una fine lavori o un'ipotetica data di uscita, mi dà una grande libertà di composizione. Mi sento libero di poter fare. E questo credo sia il vero lusso: poter dire "Sai cosa c’è? Esco fra due anni", e va bene così. Mi preparo, non ho fretta, non ho limiti o termini.

Puoi anche permetterti di non fare sempre Sanremo. Tra l’altro sta per cominciare e c’è un tuo carissimo amico in gara, Francesco Renga.

Sì, c’è Francesco. Sono contento perché l’ho visto recentemente e l’ho trovato luminoso, positivo, acceso. L’avevo lasciato alla fine del tour: eravamo veramente molto stanchi, perché avevamo fatto due anni di tournée serrata con RengaNek. Ci stava che fossimo entrambi un po' provati. Poi ci eravamo un po' persi di vista: lui nelle sue cose, io nelle mie. Ci sentivamo spesso, ma ci vedevamo poco.

Vi siete rivisti recentemente?

L’ho rivisto qualche settimana fa e l’ho trovato veramente carico, voglioso di tornare in ballo. Gli ho detto: "Auguri, vai tu in quel casino lì, tienimi informato. Io ti vedo da casa, dal mio divano, molto volentieri".

Una curiosità: se non avessi fatto il cantante, cosa avresti fatto?

Probabilmente avrei fatto l’agricoltore. Qualcosa che ha a che fare con la terra. È una cosa che non faccio quotidianamente, ma è un mio hobby, un mio passatempo. Quando rientro da un lavoro sul palco o da un giro di tournée mi rilassa molto. Intanto perché faccio qualcosa di diverso, poi perché è un'attività più fisica che mentale. Ed è risaputo che il lavoro fisico aiuta a scaricare quello che mentalmente è in sovraccarico.

Che spazio ha la televisione nella tua vita?

Lo spazio che ha è direttamente proporzionale a quanto mi diverto e a quanto mi piace imparare questo altro mestiere. Perché va detto: è un mestiere. Già il fatto di poter imparare qualcosa di diverso è affascinante. Mi piace mettermi in gioco, gestire il tempo e lo spazio in modo diverso, stare dall’altra parte, ospitare e fare da tramite tra l’ospite e il pubblico. Io sono sempre stato ospite: facevo la mia performance, due battute e via. Non c’era molto spazio per scambiare umori o sensazioni. Invece farlo con un programma che ho condotto è stato bellissimo.

È una carriera che vorresti proseguire? Cosa ti piacerebbe fare?

Mi piacerebbe continuare. Mi sento più portato per programmi di varietà, dove c’è il talento che si esprime e viene celebrato, soprattutto quello musicale. "Dalla strada al palco" celebrava talenti di ogni tipo: dal canto alla giocoleria, dall’illusionismo all’esercizio fisico. Celebrare il talento mi piace. E se penso in grande, Sanremo? Perché no. È il re dei programmi, un varietà. Certo, bisogna meritarselo

Un po' lo conosci l’ambiente?

Un po' lo conosco, sì.

Sono passati dieci anni dall'inizio e dalla fine della tua carriera trap. Che rapporto hai con questo video?

L’ho rivista di recente, perché girava questa cosa del 2016–2026. Nel 2016 io e J-Ax eravamo coach ad Amici e facemmo questa cosa. L’ho ripostata e mia figlia non la conosceva: è rimasta colpita, le è piaciuta molto. È stata una parentesi velocissima e divertente. In tour uscivo anche con l’accappatoio con scritto “King” dietro, ci ho giocato sopra.

Queste le date del NEK HITS – EUROPEAN TOUR: 

ITALIA

  • 04 marzo: Padova – Gran Teatro Geox
  • 07 marzo: Torino – Teatro Colosseo
  • 09 marzo: Cremona – Teatro Ponchielli
  • 13 marzo: Brescia – Teatro Dis_Play
  • 14 marzo: Legnano (Mi) – Teatro Galleria
  • 17 marzo: Napoli – Teatro Augusteo
  • 19 marzo: Roma – Auditorium Parco Della Musica – Sala Santa Cecilia
  • 22 marzo: Bari Bitritto – Palatour
  • 27 marzo: Firenze – Teatro Cartiere Carrara
  • 30 marzo: Bologna – Europauditorium
  • 31 marzo: Milano – Teatro Arcimboldi
  • 03 aprile: Parma – Teatro Regio

EUROPA

  • 07 aprile: Paris – Alhambra
  • 09 aprile: Stuttgard – Kkl Hegel-Saal
  • 11 aprile: Zürich – X-Tra
  • 12 aprile: Bern – Bierhübeli
  • 14 aprile: Luxembourg – The Rockhal Club
  • 15 aprile: Bruxelles – La Madeleine
  • 17 aprile: London – Union Chapel
  • 23 aprile: Madrid – Wagon
  • 24 aprile: Barcelona – Sala Apolo La 2
68 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views