Neffa e Fabri Fibra: “Amiamo il rap ma odiamo la fama. Oggi la musica ha paura di raccontare la verità”

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Neffa e Fabri Fibra, via Andrea Bianchera
Fabri Fibra e Neffa ritornano con “Zarathustra Style”, a 24 anni dal loro primo incontro musicale in “Turbe Giovanili”: il rapporto con la fama, la proprietà dei propri master e la necessità di autoanalisi in questo disco. Qui l’intervista.

Le strade tra Fibra e Neffa si incrociarono per la prima volta nel 2002, quando Neffa produsse interamente le basi per "Turbe Giovanili" di Fibra, segnando un punto di svolta nel rap italiano. Una collaborazione che oltre 20 anni dopo darà vita a "Zarathustra Style", un tentativo di autoanalisi, diventata più consapevole dopo i successi di "Panico" e "Foglie morte" e la collaborazione all'interno del progetto "Cane Randagio", in cui Neffa aveva utilizzato i sample di quel primo, storico, disco. Ventiquattro tracce, un universo sonoro "oscuro", come raccontato dai protagonisti che scelgono di mettersi a nudo con le proprie paure: "I mostri sono quelli che affronta chiunque: la paura di non performare, la paura di non essere un padre o una figlia abbastanza brava, in qualsiasi ruolo sociale tu abbia. Come creativo, hai dei momenti in cui devi sfidare i tuoi mostri". Qui l'intervista a Fibra e Neffa.

Come è avvenuto il primissimo incontro tra di voi?

Fabri Fibra: Quando avevo tra i 17 e i 20 anni, ho scoperto questo fantastico genere musicale italiano che per l'epoca era veramente una novità. Mi sembrava una cosa ribelle e molto comunicativa, e tra le figure principali c'era Neffa. Lo conoscevo già artisticamente. Poi ci ho messo molti anni per riuscire a trovare una mia identità, ma ho capito che stavo iniziando a prendere una direzione proprio quando l'ho conosciuto di persona e mi sono ritrovato in studio con lui. Passando, diciamo, dall'altro lato della staccionata. Da lì in poi ci siamo sempre tenuti d'occhio.

Neffa: Una cosa particolare, però, che si collega al disco che abbiamo qui, è che il momento in cui io e Fabri siamo stati più stretti, proprio i mesi in cui ci siamo realmente frequentati, ha coinciso con un periodo in cui io, senza neanche aspettarmelo, avevo ricominciato a scrivere canzoni. Sentivo che il rap non era più la forma con cui potevo esprimere la mia verità, per cui in quel momento stavo preparando un disco diretto, come da programma. A quel punto ho dato a Fabri le basi.

Avreste previsto allora di trovarvi, 20 anni più tardi, in un disco assieme?

Neffa: Non era previsto che ci incontrassimo più avanti, perché io stavo prendendo una strada verso la musica organica e melodica cantata, e Fabri stava partendo con il rap. Galeotto è stato il momento in cui ci siamo ritrovati per prepararci a registrare un pezzo assieme per "Cane Randagio". Considerando che già con "Foglie Morte" e dai tempi di "Panico" avevamo messo giù un seme, lì è successo che, improvvisamente e casualmente, questo destino si è concretizzato al di là della nostra volontà. Ci siamo trovati una volta per scrivere e, in realtà, la prima volta che ci siamo visti abbiamo fatto una hit e poi altri due o tre pezzi in un giorno, fino alle 5 del mattino.

È stato quello il momento in cui avete capito che era il momento, quindi?

Neffa: Esatto, lì ci è venuta voglia di rifarlo. Abbiamo scritto tantissimo e in pochissimo tempo avevamo quasi l'album completo. A quel punto, per finire tutto, abbiamo fatto il nostro cammino parallelo: Fabri con il suo album, io con il mio, e nel frattempo il suo live e la preparazione del mio Forum. Alla fine di tutto questo abbiamo finalmente avuto il tempo di ritrovarci e abbiamo pensato che questo album andasse completato, perché ormai era concreto. Volevamo dare di più, sia per esprimere ciò che avevamo da dare noi, sia per offrire alle persone qualcosa da sentire. Da lì è partita la seconda parte di lavorazione che ha portato al disco così com'è ora.

Firma la copertina un pioniere dell'hip hop italiano come Nicola Peressoni, aka DeeMo. Me la raccontate?

Fabri Fibra: Mi ricordo che durante i mesi di registrazione, visto che il disco ci ha occupato quasi due anni di lavoro, ogni volta pensavo a come avremmo fatto la copertina e a chi l'avremmo affidata. È venuto fuori il nome di DeeMo, che è una figura storica del rap italiano e ha già realizzato copertine molto importanti, così l'abbiamo affidata a lui. Gli abbiamo fatto ascoltare le canzoni in Sony, poi lui ci ha chiamato dicendo: "Ho un'idea, voglio presentarvela in studio". Ce l'ha mostrata partendo da un concetto: il messaggio di Zarathustra. Zarathustra è sempre stato una figura incompresa dal gregge. Ci disse: "Se devo pensare a qualcosa di veramente incompreso dal gregge, che potrebbe essere un certo tipo di pubblico, sono i graffiti. Sono del tutto incompresi, anche perché non si capisce cosa ci sia scritto".

Neffa: "E spesso vengono considerati come dei semplici imbrattamenti".

Fabri Fibra: E allo stesso modo viene visto il rap italiano da una certa parte del pubblico, che pensa si tratti semplicemente di parlare su una base. Quindi, per concludere, sarebbe stato bello far convivere nella copertina il gregge, che è il simbolo dell'omologazione, con un wildstyle, un graffito che invece è il simbolo dell'originalità.

Neffa: E usando le parole dello stesso DeeMo, che ha fatto di recente un commento sulla sua copertina: "Tutto questo avviene in un modo brutale e senza un lieto fine". Questo è il concetto che ricercava, e penso che rispecchi perfettamente anche il linguaggio musicale di questo album.

In "All Night" viene specificato un tema, il dualismo tra persona e personaggio. Qual è stato nel tempo il vostro rapporto con la fama e cosa pensate vi abbia tolto dal punto di vista personale?

Fabri Fibra: La fama è una figura molto ingombrante. Quando entra nella tua vita è una novità ed è molto appagante. Poi rischi di crederci a tal punto da diventare quello che la gente si aspetta che tu sia. Quando sali su un palco, il tempo passa e devi invece cercare di crescere, lasciandoti varie cose alle spalle per trovare sempre il modo di essere indipendente da tutto ciò. In realtà, da un certo punto di vista è un fantasma, e da un altro è il termometro di quello che stai facendo, quindi è molto difficile conviverci.

Neffa: Sono cresciuto da ragazzo in modo completamente invisibile, al punto che mi ricordo, quando avevo 17 anni, uscivo e individuavo subito la gente che avrebbe causato una rissa, quelli che avrebbero litigato, la tipa che si sarebbe ubriacata ed era rimasta lì fino a tardi. E alla fine rimanevamo solo noi, artisti disastrati. Insomma, ho goduto di molti anni di invisibilità e questo mi ha permesso di osservare molto la gente. Quando è uscita "La mia signorina", sono diventato improvvisamente uno che la gente riconosceva, e sono andato in crisi. Mi ricordo che in quel periodo non la vivevo bene. Me la sono vissuta meglio dopo perché, ovviamente, devi mettere le cose in relazione. Avevo trent'anni quando sono diventato un po' famoso; a vent'anni non l'avrei saputa gestire.

E adesso?

Neffa: La fama è un magnetismo che io ho potuto frequentare solo per brevi periodi. Mi reputo più un artigiano, un creatore, mi piace stare in studio. A volte sono stato più in vista semplicemente perché le musiche che ho fatto hanno girato di più. Quando questo accade, ed è una conseguenza del fatto che la mia musica sta girando, me la vivo molto bene e non ho problemi, perché le do la giusta prospettiva. L'affetto vero si legge di solito negli sguardi delle persone, non certo nel fatto che tutti siano carini solo perché magari ti hanno visto in TV.

C'è un passaggio in cui Fibra canta: "Euro nelle rime e nelle tasche, schiavi delle major con i master". Come vivete il conflitto sul possedere o meno la vostra musica, ma anche il rapporto con la libertà artistica?

Fabri Fibra: Beh, sicuramente è più importante possedere la libertà artistica rispetto alla proprietà dei master. Volevamo fare un pezzo in cui parlassimo del valore delle cose, senza scadere nel luogo comune del rapper che vuole fare i soldi, quindi l'abbiamo incentrato sul valore reale delle cose: il valore dei master che comunque restano in mano alle etichette. C'è sempre questo legame che, da un lato fa bene, dall'altro fa male, ma alla fine è semplicemente la realtà dei fatti. Noi lavoriamo e lasciamo i nostri master che, artisticamente, per noi hanno un valore inestimabile. In questo disco ci sono gli ultimi due anni della nostra vita, forse le nostre vite intere. Però credo che la cosa di maggior valore resti sempre la libertà artistica.

Neffa: Vorrei aggiungere una cosa su questo punto, partendo da un'intervista a Frank Zappa, intellettuale e musicista degli anni '70, che ho rivisto di recente. Diceva che tutta la musica classica che noi conosciamo è arrivata a noi perché è stata scritta da persone che hanno deciso di scendere a patti con i ricchi, i potenti, le corti. Pensa a quanti compositori di musica classica non conosciamo affatto perché erano underground e la loro musica non ci è mai arrivata. Io, ad esempio, sono stato sia padrone dei miei master, sia semplice esecutore di musica. Ci sono stati tempi in cui i master non valevano nulla, perché la musica in Italia non vendeva, e altri momenti in cui valevano di più. Come artista, trovo motivante avere un committente. Spesso leggo i commenti della gente che dice: "Vi vendete alle case discografiche". Ma io credo di non aver mai conosciuto un artista felice di non avere un contratto. Io trovo stimolante qualcuno che investe su di me e mi dice: "Questi sono i soldi per preparare il tuo album, ci vediamo fra un anno". Se tu mi dici: "Fai un disco quando ti va", mi diverto meno, perché manca la sfida.

Fabri Fibra: La sfida, è vero. Entrambi del resto siamo passati dalle autoproduzioni, in cui facevamo tutto gratis, al lavorare con le etichette.

Che rapporto avete con la musica in questo momento?

Fabri Fibra: Ognuno se la vive come vuole, sia da ascoltatore che da artista. Io dico: amo il rap, odio la fama. Entrambi si prendono la tua anima in due modi diversi. Il rap si prende la tua anima nel senso che, se vuoi farlo, devi dedicargli tutto: devi imparare a scrivere, essere sempre sul pezzo, sapere cosa succede intorno a te, devi allenarti. Si prende tutto. La fama, come abbiamo già detto, si prende un'altra fetta della tua vita: è sempre lì a farti la corte. A volte è giusto cedere, a volte no. Però è lì. Io credo però che il rap sia l'unica musica in Italia, al momento, che dica veramente qualcosa; è una musica libera, dove gli artisti sono liberi. Ecco perché ci sono più livelli di ascolto nel rap italiano: piace sia ai ragazzini che agli adulti.

Neffa: In un'attività creativa, se vuoi arrivare al successo, devi sapere che il più delle volte diventi un maniaco con una vita disfunzionale. È per questo che lui, nel disco, dice che il rap "si prende la tua anima". Perché Fabri lo conosco, è uno che a qualsiasi ora del giorno e della notte pensa a queste cose, vive per quello. È un maniaco capace di stare 16 ore in uno studio per una singola rima. E questo tutte le persone che commentano e spesso giudicano, senza sapere cosa significhi veramente, non lo capiscono. Sono sicuro che non sarebbero pronte a pagare questo prezzo. È un prezzo che deriva da una vocazione, da una sorta di spiritualità che devi avere dentro. Non è solamente: metto assieme rima e base e vado a fare i soldi.

Riuscire a produrre un disco in cui ci sono demoni, mostri, bestie, paranoie mi sembra una cosa incredibile. Da una parte è l'opposto di quello che si sente in giro. Come avete affrontato la scelta di mettere tutto questo nell'album oggi?

Fabri Fibra: L'arte e l'intrattenimento dovrebbero fare proprio questo: raccontare la vita. Non c'è nulla di quello che trovi nel disco che una persona non incontrerà nella propria vita. Quindi, perché non parlarne? Il mio timore è che la musica di oggi, fortemente influenzata dai numeri, dalle classifiche e dal riscontro immediato del pubblico, si stia autolimitando a dire cose rassicuranti e quasi anestetizzanti, per risultare più facile. Al punto che poi, se uno affronta argomenti che fanno semplicemente parte della vita, sembra quasi strano.

Neffa: Prima che arrivasse la musica di oggi, il rap era tendenzialmente l'unico genere che portava la verità nuda e cruda, come una telecronaca. Cosa diceva il rapper? Raccontava la fine delle strade, la verità. Quando si parla di mostri, del disagio o dell'invecchiamento, devi considerare che il rap, specialmente quando vai in profondità come fa questo album nella scrittura, è una sorta di psicoanalisi all'aperto. Noi ci psicanalizziamo sulle tracce, da soli, sotto gli occhi di tutti. Per questo Fabri dice che non è strano: noi portiamo fuori quello che abbiamo dentro. I mostri sono quelli che affronta chiunque: la paura di non performare, la paura di non essere un padre o una figlia abbastanza brava, in qualsiasi ruolo sociale tu abbia. Come creativo, hai dei momenti in cui devi sfidare i tuoi mostri. Se non lo fai, non puoi avere una rinascita. E quello che facciamo noi è mettere questa roba sulla traccia, sotto gli occhi di tutti.

E lo fate con produzioni boom-bap, non proprio il suono di riferimento per i progetti rap contemporanei. Quanto sarebbe stato limitante utilizzare produzioni trap in quest'album?

Neffa: Io venivo dall'esperienza di "Cane Randagio", che ho prodotto contemporaneamente a "Zarathustra Style", e quello era il linguaggio. A me piacciono moltissimo le produzioni del rap moderno; sono sicuro che, se avessi trent'anni, spaccherei su quella roba là. Però devo ammettere che è un genere leggermente più limitante a livello di produzioni rispetto al boom bap, che ti permette molta più sperimentazione. Tra l'altro, nel disco non ci siamo fatti mancare nemmeno il sound moderno: produzioni come "Strada buia", "Vampiri" o perfino "Demoni" sono decisamente più attuali.

Fabri Fibra: La trap e la musica da classifica di oggi sono un po' limitanti: non puoi affrontare argomenti troppo emotivi su un immaginario che è molto materialista ed edonista, molto lifestyle. Non a caso, la base che suona più moderna e strizza l'occhio alla drill e alla trap è "Money", ed è proprio la base su cui parliamo dei soldi. Se invece vuoi parlare delle tue paure, hai bisogno di un beat più quadrato.

Neffa: O anche con più spazi, come "Alienazione". A me piace molto l'aspetto "decadente" della musica trap; mi piacciono le produzioni alla Nick Mira, quella roba un po' più emo. Però la trovo più appiattita come tematiche. Una base boom bap ti porta sicuramente verso un'introspezione più profonda, questo è sicuro.

Cosa vi ha spinto, anche dal punto di vista del racconto, a un progetto come Zarathustra Style?

Fabri Fibra: Quando abbiamo chiuso i nostri rispettivi dischi solisti, venivamo entrambi da percorsi in cui avevamo esplorato di tutto. Avevamo fatto il disco che strizza l'occhio alla classifica, quello più mainstream con collaborazioni pop. Eravamo andati incontro alle etichette discografiche e alle radio, togliendoci le nostre soddisfazioni. Volevamo fare una cosa che non avevamo mai fatto, qualcosa che sentivamo mancasse nel mercato musicale attuale. Volevamo un'atmosfera, non voglio usare il termine "oscuro" in senso negativo, ma sicuramente più pensierosa che festaiola.

È una cosa che sentivate il bisogno di riscoprire?

Fabri Fibra: Essendo cresciuto nel periodo in cui la musica si viveva comprando il disco e facendoselo durare almeno un mese, consumandolo a furia di ascolti, non vedo perché un disco oggi non possa avere quell'attitudine. Anche se oggi va tutto veloce e gli ascolti sono rapidi. Sento spesso ragazzi che mi dicono: "Mi sarebbe piaciuto vivere quel periodo per capire come approcciarsi a un disco dandogli il giusto tempo". In realtà puoi farlo anche adesso. Logicamente oggi abbiamo la pressione di dover stare al passo con tutto quello che esce, il che ha dei pro e dei contro. Il contro principale è che si vive tutto in maniera più superficiale. Ma questo non è un disco superficiale.

Intervista in collaborazione con Francesco Raiola.

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