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Moreno Zani: “Vogliamo partecipare alla definizione di un’identità collettiva”

Nel giro di poco tempo, Tenderstories si è ritagliata uno spazio importante tra le produzioni italiane. Solo negli ultimi anni, ha contribuito allo sviluppo di Padrenostro, Bones and all, Volare e Un altro Ferragosto. Moreno Zani, fondatore della società madre, Tendercapital, racconta le sfide e gli obiettivi dei prossimi mesi.
A cura di Gianmaria Tammaro
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La storia di Tenderstories coincide in larga parte con la storia del suo fondatore, Moreno Zani. È nata in modo naturale, senza rincorse né fretta. Deriva da un’altra costola di Tendercapital, la società madre, e ha saputo velocemente trovare il suo spazio e il suo posto all’interno del cinema italiano. Negli ultimi cinque anni, per intenderci, ha co-prodotto film come Padrenostro, che è valso la Coppa Volpi a Pierfrancesco Favino, Bones and all di Luca Guadagnino, Un altro Ferragosto di Paolo Virzì, al cinema proprio in questi giorni, e Volare, opera prima di Margherita Buy. Ha spaziato tra i generi, rilanciato il documentario (meraviglioso Senza fine di Elisa Fuksas su Ornella Vanoni), e ha sostenuto attivamente esordi e giovani autori (una su tutti, Carolina Cavalli, regista di Amanda).

Dice Zani che l’obiettivo di Tenderstories, diretta e seguita da Malcom Pagani, è quello di provare a restituire qualcosa alla collettività, al di là del risultato economico. Il sistema Italia è ancora incerto e disorganizzato sotto diversi punti di vista, ma le cose stanno velocemente cambiando. I fondi stranieri sono sempre più interessati e partecipi alle produzioni cinematografiche: è successo in America e ora sta succedendo in Europa. Serve, sottolinea Zani, fare gruppo, stare insieme e provare a creare impresa.

La sua visione gode di una certa distanza dalle dinamiche più consolidate dell’industria audiovisiva. Per questo motivo, può osservarla con attenzione traendo le sue conclusioni. Più che fare un film particolare, ammette Zani, gli piacerebbe lavorare con artisti e autori come Paolo Sorrentino e Meryl Streep. Perché sono le persone, spiega, il veicolo più importante per le storie. Questo è il suo Controcampo.

Come è nata Tenderstories?
Da un’idea. In particolare, è nata dallo sviluppo di un incubatore che avevamo già precedentemente, prima ancora che Tenderstories nascesse, che si chiamava Tendertoart.

E che cosa faceva Tendertoart?
Sviluppava diversi progetti con artisti. La persona che ci ha aiutato per molto tempo è stata Francesca Alfano Miglietti dell’Accademia di Belle Arti di Brera, con cui collaboriamo ancora oggi e che all’epoca faceva proprio da responsabile. Lavoravamo sia con figure già affermate che con esordienti che presentavamo al grande pubblico. Poi dall’arte siamo arrivati velocemente al cinema.

Quando?
Nel 2015. Luca Dini, che all’epoca era il direttore di Vanity Fair Italia, mi propose di produrre un cortometraggio di Dario Piana con Valeria Golino. Si intitolava Un’altra storia. E quello fu il nostro primissimo progetto di, diciamo così, cinema. Successivamente, intorno all’inizio del 2017, Pierfrancesco Favino mi chiese di partecipare allo sviluppo di Padrenostro. A quel punto, decisi di aprire Tenderstories.

Perché?
Non aveva più senso continuare a lavorare a progetti simili senza darsi un’identità e una struttura. Tra il corto con Valeria Golino e Padrenostro c’è stato anche Yugen di Martha Fiennes con Salma Hayek, che abbiamo presentato nel 2018.

Padrenostro vinse la Coppa Volpi a Venezia, proprio per l’interpretazione di Favino.
Probabilmente è stata la fortuna dei principianti. (ride, ndr) Padrenostro è stata la nostra prima grande produzione, e ovviamente siamo stati molto felici. È stato il film che mi ha convinto della bontà della decisione che avevo preso. Fu proprio in quell’anno, nel 2020, che parlai di Tenderstories a Malcom Pagani. Oggi è il nostro vicepresidente esecutivo e si occupa della direzione creativa ed editoriale. Mi ricordo che eravamo a Roma e a che un certo punto gli raccontai del progetto. Gli chiesi consigli su chi chiamare.

E lui che cosa rispose?
Di chiamare lui. Non vedeva l’ora di poter tornare dietro le quinte del cinema, tra artisti e autori, a scrivere e a seguire da vicino i progetti.

Nel 2022, sempre a Venezia, ci sono stati altri tre film che avete co-prodotto: Amanda, Il Signore delle Formiche e Bones and all. Che esperienza è stata quella del film di Guadagnino?
È stato un susseguirsi di progetti, è partito tutto da Padrenostro come ti dicevo. Siamo andati a Cannes con Marx può aspettare di Marco Bellocchio, che ha ricevuto la Palma d'onore. C’è stato Senza fine, il documentario di Elisa Fuksas su Ornella Vanoni. E poi è toccato, come dicevi, a questi tre film. Bones and all è stato chiaramente un progetto enorme, internazionale, con un budget importante e attori di primo piano. Per Tenderstories è stato il primo, grande impegno, anche dal punto di vista economico.

Perché hai deciso di allargarti al cinema? Voglio dire: in questo momento, dopo la pandemia, c’è una vera e propria contrazione del mercato. E le difficoltà sono diverse, non solo per i produttori ma anche per le distribuzioni.
È vero. Però ci sono due considerazioni da fare. La prima: già in precedenza contribuivamo attivamente alla produzione di film e prodotti artistici; ora ci siamo dati una forma definita con Tenderstories. La seconda: non voglio essere frainteso e passare per un santo, ma credo che sia importante, a un certo punto, provare a restituire. Tu sai che lavoro faccio, giusto? Mi occupo della gestione di fondi. Fare cinema ci permette di partecipare attivamente alla costruzione di un’identità comune. Ciò che vogliamo fare è provare a portare avanti una cosa che avevamo iniziato tempo fa, e inserirci in un solco che – certo, non dico di no – tra mille difficoltà può ancora offrire molto. Il nostro primo obiettivo, insomma, non è fare soldi. E poi è vera anche un’altra cosa.

Quale?
Il nostro modello di business, in generale, sta cambiando. La fame di contenuti, nonostante le tante strette e i tanti rallentamenti, continua a essere alta. Grazie alla tecnologia che progredisce e alla qualità della connessione Internet che aumenta, gli smartphone sono sempre più all’avanguardia e le persone non riescono quasi più a fare a meno di vedere video, stories, serie e film. Non cambia il desiderio di voler seguire una storia; cambia solo il modo in cui quella storia viene seguita. Anche il cinema, come altri settori, si sta industrializzando.

Che cosa significa?
Tutto, chiaramente, parte dall’onda americana. Tantissimi fondi di investimento operano all’interno del mondo dell’entertainment. Questa cosa, ora, sta succedendo anche in Europa. Tanti fondi americani hanno società di produzione o società terze con cui investire direttamente nei film. Sta cambiando il modo di finanziare i progetti cinematografici. Adesso ci sono realtà sempre più grosse. Pensa, per esempio, all’Inghilterra, dove operiamo da diversi anni: da molto tempo sono i fondi a sostenere le produzioni. Certo, qualcuno può dire che lo fanno per approfittarne, per i tassi che impongono successivamente. E questo è senza ombra di dubbio un discorso. Però resta l’evidenza dei fatti.

Su di voi questo cambiamento che effetti ha avuto?
Noi non dobbiamo fare cinema solamente per guadagnare, e su questa cosa io e Malcom siamo d’accordo. Non ha senso buttarsi su qualunque progetto che, più o meno, promette di andare bene. Noi vogliamo lavorare a titoli che sono particolari, unici, che possono contribuire attivamente all’identità e alla cultura. Tenderstories ha una linea editoriale chiara, che viene curata da Malcom con attenzione, e che ha l’obiettivo di durare nel tempo. Non sta a me, ora, giudicare quello che fanno gli altri. Noi abbiamo scelto questa strada, che coincide con una certa ricercatezza della qualità.

Dal tuo punto di vista, dov’è che il sistema Italia fa più fatica?
Di difficoltà ce ne sono tante, non una sola. Oggi, spesso, ci sono dei produttori che chiudono accordi con piattaforme streaming e che si limitano, diciamo così, a fornire un servizio: seguono un film, lo girano, lo consegnano, ricevendo in cambio una fee. Ecco, se tutti proviamo a fare questa cosa, non andiamo lontano. Non si crea impresa, in questo modo. È diverso, invece, provare a costruire un sistema capace di tutelare le produzioni.

In che modo?
Bisogna rivedere, secondo me, il modo in cui si accede ai finanziamenti. Alcuni film vanno girati a prescindere dai loro incassi, per contribuire attivamente alla collettività, ma è altrettanto vero che parliamo di soldi pubblici che vengono reinvestiti. Bisogna tenere in considerazione anche chi fa un lavoro studiato, continuativo, che non cerca di guadagnare dai finanziamenti, ma li usa proprio per portare avanti la sua impresa. E bisogna pensare pure a chi, attivamente, si assume il rischio di seguire e sostenere le opere prime.

Di che cosa credi che abbiamo bisogno?
Di unire le forze. È importante rispettare le varie identità delle varie realtà produttive. Serve, però, riuscire anche a lavorare insieme. Dobbiamo avere più produttori medi. La soluzione, ovviamente, non è l’oligopolio: non è giusto, e non avrebbe assolutamente senso. I budget cominciano a crescere in maniera considerevole. E questo è uno degli effetti diretti della globalizzazione: c’è più competizione sul nostro mercato, e realtà straniere possono permettersi di offrire di più non solo ad autori e attori, ma alla manodopera.

Quindi perché mettersi insieme?
Mettendosi insieme, può diventare più facile portare avanti i progetti più impegnativi. Allo stesso modo, non puoi andare all’estero e giocare alla pari con i grandi protagonisti dell’audiovisivo da solo; hai bisogno di supporto.

In Italia si fa più fatica a fare sistema, a lavorare insieme?
In Italia siamo tutti individualisti; diciamo noi, ma non intendiamo veramente noi. Con noi parliamo della nostra famiglia, di chi ci sta vicino; di chi conosciamo da una vita. Ma non andiamo oltre. Prima o poi, ci dovremo arrivare.

Voi come vi state muovendo?
Noi abbiamo deciso di collaborare con dei partner di cui abbiamo imparato a fidarci e di cui condividiamo e rispettiamo il punto di vista. All’inizio, anche noi abbiamo dovuto pagare il nostro scotto come nuovi arrivati; abbiamo lavorato con realtà con cui, oggi, non lavorerei di nuovo. Negli ultimi anni, grazie al lavoro di Malcom, abbiamo consolidato dei rapporti importanti, con cui ci troviamo molto bene.

Avete mai pensato di allargarvi alla distribuzione? È evidente, oramai, la fatica che si fa a trovare lo spazio e la comunicazione giusti per i film.
Onestamente no, non ci abbiamo mai pensato. Credo che servano delle competenze specifiche per farlo, e noi queste competenze non ce l’abbiamo. È giusto fare solo le cose che si sanno fare e non andare oltre. Quello della distribuzione è un altro mondo, con logiche e bisogni diversi. La mia speranza è che i cinema, presi come spazio, possano continuare ad andare avanti per sempre.

Però?
Però non possiamo ignorare il modo in cui le nuove generazioni guardano e fruiscono delle cose. Io ho due figli, entrambi adolescenti, e loro vanno al cinema, sì, ma usano soprattutto le piattaforme streaming.

E invece della serialità che cosa mi dici? L’avete mai presa in considerazione?
Ne abbiamo parlato con Malcom, sì. Per molto tempo, soprattutto durante la pandemia, le serie sono state il prodotto di punta del mercato. Oggi non lo so. C’è chi continua a svilupparle e a produrle, certo. Noi, per il momento, ci concentreremo sui film, sui progetti d’arte e sui podcast – abbiamo una collaborazione con Chora Media che sta andando molto bene.

Che cosa ha una storia che vale la pena di sostenere e di produrre?
È una storia che racconta qualcosa e che riesce a raggiungere un pubblico. Ti faccio un esempio pratico.

Dimmi.
Tra un po’ uscirà Diciannove, che segna l’esordio alla regia di Giovanni Tortorici e che abbiamo prodotto con Luca Guadagnino. Racconta la storia di un diciannovenne che fa la sua vita nel limbo che separa la fine del liceo dall’università, e che allora parte, va a Londra e poi torna indietro. Ecco, in questo caso vengono raccontate le ansie, le speranze e la nuova realtà di chi, oggi, è giovane. Qualcosa che, chiaramente, una volta non esisteva. Cosa fare della propria vita, che senso darle; il rapporto con i genitori: vengono affrontati questi e tanti altri temi nel film.

Suona come un film generazionale.
Non dico che puntiamo a farlo diventare un manifesto, no, ma vogliamo portare al cinema una storia capace di catturare qualcosa che altri, ora, stanno provando. Oppure vale la pena di raccontare una storia che parla di un evento che è successo, di persone che sono realmente esistite e che meritano più attenzione. Penso al Signore delle Formiche, un film che io ho amato. E anche in questo caso si può trovare un contatto con gli spettatori.

Come?
Le storie che vale la pena mettere in scena ci parlano di noi, di ciò che stiamo affrontando, anche se i tempi sono diversi e i protagonisti non ci sono più. Il Signore delle Formiche fa esattamente questo.

C’è, invece, un film che a te, al di là di qualunque tipo di considerazione e di analisi interna alla società, ti piacerebbe produrre?
Non c’è un genere in particolare che mi piacerebbe fare. Determinate cose credo che sia meglio lasciarle agli americani, come la fantascienza più muscolare e costosa. Noi dobbiamo concentrarci sulle nostre storie, sui nostri personaggi.

Provo ad allargare il campo, allora. Cosa ti piacerebbe fare, adesso?
Mi piacerebbe collaborare con alcuni artisti. Penso a Paolo Sorrentino, che è un regista che adoro. O a Meryl Streep. A volte, sai, la cosa più importante sono proprio le persone perché diventano un veicolo per le storie.

Qual è l’ultimo film che hai visto, anche non vostro, che ti è piaciuto?
Ne ho visti due, ultimamente: Poor Things di Yorgos Lanthimos e Dogman di Luc Besson. Li ho trovati tutti e due stupendi. Emma Stone è fantastica, ha assolutamente meritato di vincere l’Oscar. Ma se devo dirti la verità, Dogman è riuscito a catturarmi anche di più di Poor Things. Era stato presentato a Venezia, ma non ero riuscito a vederlo.

Quanto è importante continuare a investire sulle novità e sugli esordi?
Chiaramente, da un punto di vista di impresa, è un rischio. Devi provare a portare al cinema un nome che nessuno conosce e su cui è fondamentale cercare di creare un dibattito. Ma è indubbiamente importante farlo. Perché se ci facciamo frenare dalla paura, non riusciremo mai ad avere una nuova classe di autori. E non ci sarà nessun ricambio generazionale. Delle riflessioni bisogna fare, è indispensabile.

Che sfida rappresenta riuscire a stringere un rapporto con chi scrive e dirige un film?
È tutto. E a volte, sai, è più facile trovarsi con chi scrive.

E con chi dirige, invece?
A volte ci sono delle visioni diverse, e va bene, perché fa parte della natura di questo lavoro. Ci si confronta su quello che alla fine sarà il film. Sono dei rapporti, talvolta anche forti, che aiutano a definire l’obiettivo e l’idea di un film.

Come si trova un equilibrio tra ciò che si vuole e ciò che serve a un progetto?
Un equilibrio si trova sempre, e si trova perché è necessario per la conclusione di un film. Tu, come produttore, puoi anche importi. Ma non ha nessun senso andare allo scontro con colui o colei che, poi, dovrà dirigere e scrivere. È controproducente. Devi riuscire a rispondere sia alle necessità economiche di un film che alla visione artistica.

Su che cosa state lavorando, in questo periodo?
Sai che siamo stati da poco al cinema con Un altro Ferragosto e Volare. A breve, come ti dicevo, uscirà Diciannove, che abbiamo prodotto con Luca Guadagnino. Dobbiamo ancora capire la data e dove verrà presentato, in quale festival. Subito dopo, arriverà Nonostante, che è il nuovo film di e con Valerio Mastandrea, che abbiamo prodotto con Valeria Golino e Rai Cinema. Poi sarà il turno di Those who find me di Dea Kulumbegashvilli, che abbiamo fatto con Luca e Memo e che racconta la storia di una ginecologa-ostetrica che lavora in un ospedale di provincia e che deve rimettere in discussione le sue scelte. E ce ne saranno altri ancora.

Quanti più o meno?
Stiamo lavorando con Anna Foglietta e su un film sui pittori italiani degli anni Settanta. Da qui a un anno, arriveranno almeno altre sei, sette produzioni.

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È nato a Napoli il 24 ottobre del 1991. Per qualche anno, è stato direttore della sezione CartooNA del COMICON. Ha curato le Masterclass Off per il Giffoni Film Festival. È stato consulente editoriale di Lucca Comics and Games. È giornalista pubblicista. Collabora con quotidiani e riviste, e si occupa principalmente di spettacoli e di cultura.
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