Totò in una delle scene del film "Miseria e Nobiltà" (1954).
in foto: Totò in una delle scene del film "Miseria e Nobiltà" (1954).

Il dialetto non si limita a “comunicare”: molte parole e modi di dire racchiudono tradizioni, comportamenti e storie che vanno al di là del semplice significato o dell’etimologia. Come nel caso del napoletano, per il quale la buona educazione è un fatto sacro, indiscutibile: qualcosa di innato che ci portiamo dentro fin dalla nascita, e che è difficile imparare. Ecco perché la lingua partenopea ha scelto, per descrivere questo particolare aspetto del vivere comune, una parola precisa: la “crianza”, che è molto di più di quello che sembra.

Essere educati e avere rispetto e riguardo nei confronti del prossimo è questione di “crianza”: questa può essere “mala” se manca del tutto, e in ogni caso è qualcosa che non si “insegna” ma al massimo si “impara”. Il dialetto napoletano assegna a questo termine un’importanza che la variante italiana, “creanza”, chiama solo “buona educazione”: avere “crianza” può voler dire anche essere assennati, capaci di discernere il buono dal cattivo e di comportarsi di conseguenza.

Il motivo di questa forte carica dio significati è da ricercarsi in primis nell’etimologia della parola, che affonda le radici nello spagnolo e nel latino: in entrambi i casi infatti il sostantivo si riferisce all’“allevamento”, al far “crescere bene” qualcuno. Si tratta dunque di qualcosa che accompagna l’individuo fin dalla nascita, e che pertanto risulta difficile da acquisire in età adulta: non è un caso che la radice del termine sia la stessa dell’altrettanto napoletana “criatura”.

“Insegnare” o “imparare” la crianza?

Dicevamo come la crianza è qualcosa che non si può insegnare, ma al massimo si “impara”. Esiste infatti un celebre detto che suggerisce a chi ne è sprovvisto di farsi “un’imparata di creanza”: di andare a lezione di buone maniere insomma. La curiosa frase porta con sé un’altra particolarità della lingua napoletana: quella di non conoscere il verbo “insegnare” proprio delle parlate volgari derivate dal toscano. Che si debba insegnare o imparare, il napoletano non fa distinzioni: si impara.

La buona crianza, a tavola

Ma è soprattutto a tavola che la “buona crianza” si manifesta. Il come però è argomento controverso, legato agli usi e i costumi del popolo. Inizialmente infatti “lassà ‘o muorz d’a crianza” era indispensabile per difendere il buon nome della famiglia: se capitava di essere invitati a pranzo a casa di qualcuno era considerato buon costume lasciare l’ultimo boccone della pietanza nel piatto.

Ma da dove viene questa curiosa usanza? Napoli la definisce anche “morso dello scarparo”, in memoria di quel ciabattino che, invitato a pranzo da gente più benestante di lui, lasciò nel piatto l’ultima forchettata di cibo per non fare la figura dell’affamato che divora ogni cosa. Oggi tale uso si è capovolto: quante volte ci siamo sentiti dire, magari dalle nonne o le mamme, di non lasciare nel piatto il morso della creanza?