La generazione trap 2016 a 10 anni di distanza: il sogno di Sfera e Ghali vive ancora nelle nuove generazioni
Il recente ritorno di Sfera Ebbasta con la promozione di "Purosangue" e l'uscita di "Lontano", unita alla macchina del tempo utilizzata da Rkomi con "A Milano", riapre una stagione della trap italiana che ha, in maniera travolgente, cambiato la discografia italiana nell'ultimo decennio. Non solo nel processo di capitalizzazione sorto e ancora non tramontato, che porta il rap e la trap in Italia a schierare in testa alla classifica decine di artisti. Ma anche dal punto di vista narrativo, la trap 2016 ha aperto un campionario molto vario, fatto di edonismo e sottrazione, di quartieri censurati in passato diventati teatro e riferimento culturale.
Un processo che è possibile identificare nel 2016 non solo perché, come ricorda FIMI, può essere identificato come il primo anno in cui la musica su piattaforme streaming supera, come fetta di mercato, qualsiasi altro introito legato alla remunerazione dei prodotti fisici. Ma anche perché l'onda d'urto della trap italiana invade l'intera penisola, uscendo da qualsiasi contenitore precedentemente utilizzato. Non è solo un cambiamento musicale, un cambiamento nelle modalità d'ascolto, ma una cesura con la visione "sociale" che il rap doveva avere, uno degli stereotipi che ha contribuito, sin dall'epoca delle Posse, a una fase di riconoscimento del pubblico mainstream.
Un movimento dal basso che ripercorre, anche se in forme diverse, tecniche di manipolazione dell'attenzione e della comunicazione, tra cui la polarizzazione, in cui si incunea la necessità di un cambio dello status quo. Non solo nei confronti dei rapper, pochi, che riescono a definire il proprio accesso in un'etichetta discografica, ma anche e soprattutto verso una scena musicale italiana restia a osservare le novità europee, non solo d'oltreoceano. E in questo senso, la geografia del Paese ci mostra il progetto Sfera Ebbasta/Charlie Charles, una narrazione da underdog che evidenzia anche altre piccole novità che occuperanno sempre più spazio in futuro.
Basti pensare alla centralità, finalmente, raggiunta dai producer e al suono che lo stesso Charlie Charles è riuscito a definire in progetti come "XDVR". Alla centralità di Cinisello come palco del meta-racconto di Sfera Ebbasta: la comunità, 7 anni dopo, lo omaggerà con un palco dedicatogli, simbolo di quanto avesse segnato la sua musica nell'immaginario comune anche dei residenti. Non solo "Ciny", ma anche Zona 4 di Calvairate con Rkomi, la zona di Baggio per Ghali o il capoluogo genovese, dimora di artisti come Tedua e Izi con la collaborazione di producer come Chris Nolan. Scendendo più giù, non possiamo che definire la centralità della Dark Polo Gang e del suono di Sick Luke, senza dimenticare la variante partenopea con Enzo Dong.
Una commistione, alcune volte anche linguistica, che ha trovato un tappeto ben definito, come l'uso della drum machine Roland TR-808, hi-hat in doppio o triplo tempo, melodie minimali realizzate coi sintetizzatori e l'uso intensivo dell'auto-tune per filtrare, distorcere e quasi disumanizzare la voce. Una parentesi musicale a cui si sarebbe potuto assistere, anche in precedenza, osservando come negli anni '10, nella città di Atlanta, più che nei capoluoghi del rap USA come Los Angeles e New York, si andasse già in quella direzione. Ma anche più della radice USA, il suono della trap italiana del 2016 pesca a piene mani dalla Francia e dai suoi producer: da Dj Kore, produttore di riferimento per SCH (con cui Sfera ha collaborato in "Cartine Cartier"), a NK.F e BBP, beatmaker storici dei PNL e di Lacrim.
E se la componente musicale fotografava il momento di massima rottura con il recente passato del rap italiano, ciò che invece ha reso necessario inquadrare il momento "trap 2016" con una chiave storica, è sicuramente la natura linguistica del racconto. Il liricista annulla alcuni criteri essenziali, come le rime, per appoggiarsi su assonanze più o meno chiare, ma soprattutto si compie nella ricerca di un flow che non combaci per forza nei 4/4. Il personaggio su cui vengono posate le critiche iniziali di un pubblico ancora incapace di decodificare quel linguaggio è Tedua, raggiunto poco dopo da Sfera, ma soprattutto la Dark Polo Gang per l'utilizzo di uno slang capace di trovare una propria identità storica. Oltre alla discussione sull'utilizzo dell'auto-tune, oggetto diffuso da decenni nella musica e che ha avuto una cornice negativa quando associata a questo movimento musicale.
Il successo della classe 2016 della trap in Italia è un fenomeno derivante anche dalla comunicazione dirompente sui social degli artisti, in cui la forma canzone perde completamente le sue misure. Il racconto non si limita alla natura episodica del proprio brano, ma si riflette nelle Instagram Stories dei protagonisti che attingono dalle stesse piattaforme un seguito. Il rap esce dal suo cerchio di sicurezza, avendo per la prima volta la necessità di non essere spiegato ma seguito, di non accontentare il pubblico ma di sorprenderlo con formule sempre più varie. L'eco dell'esibizionismo più lussurioso non si fossilizza solo nei brani, ma diventa un processo di brand identity, come racconta a pieno la storia della Dark Polo Gang.
C'è un tratto che si lega, in maniera quasi incessante, a tutti i protagonisti di questa nuova scena: l'ambizione di lasciare le strade, di periferia o del centro, per salvarsi attraverso la musica. Un'identificazione del self-made man che mostrerà solo un lato, quello positivo, della storia fino a quando non viene assalita dalla monotonia ripetitiva degli anni successivi. L'estetica di strada, la distanza materiale tra il prima e il dopo che non cambia il mentre del protagonista sono solo una parte. L'altra è opportuno incominciare a osservarla in brani come "Bimbi". Una canzone in grado di definire una generazione e che raccoglie sulla traccia, orchestrata da Charlie Charles, protagonisti come Sfera Ebbasta, Izi, Rkomi, Tedua e Ghali.
Le assenze familiari, soprattutto legate alla figura paterna, disegnano un confine attorno agli artisti, che negli anni successivi mostreranno, a poco a poco, gli impulsi più forti legati al processo di rivalsa, un topos definitivo in quella scena. L'immaginario musicale diventa vivido, e come era stato MTV per tutta la musica degli anni Duemila, videomaker come Alessandro Murdaca, autore dei primi iconici videoclip di Sfera Ebbasta girati tra i palazzoni di Cinisello Balsamo, hanno sfruttato scorci periferici reali per codificare un'estetica dell'emergenza e dell’esclusività, oltre che dell’appartenenza.
Anche figure come Martina Pastori e Alxssvndroman sono state fondamentali per la ramificazione dell'immaginario trap in direzioni estetiche diametralmente opposte, ma ugualmente efficaci. La prima, architetta visiva del fenomeno Ghali, lo ha allontanato dall'estetica cupa e cruda della strada per costruire un immaginario trasversale, colorato e fortemente pop. Nei suoi lavori, tra cui "Ninna Nanna", la periferia cessa di essere un luogo di degrado per trasformarsi in un set surreale e vibrante, dominato da palette cromatiche accese. All'estremo opposto si colloca l'operato di Alxssvndroman, ovvero Alessandro Manferdini, artefice visivo del fenomeno Dark Polo Gang. Il suo lavoro puntava alla costruzione di un immaginario caotico, lo-fi e iper-materialista.
Attraverso un montaggio frenetico, effetti in stile VHS, grafiche glitch e un'inquadratura ossessiva su gioielli, armi finte e capi di lusso, Alxssvndroman ha tradotto in immagini la cifra stilistica del gruppo: un'ostentazione nichilista. La riconoscibilità nazionale non arriva solo dall'ingresso, nel 2017, dei dati di streaming nel conteggio delle classifiche ufficiali FIMI, anzi. La controcultura ha il suo apice quando è un circuito maggiore, come la televisione, che cerca di rincorrerla. Non solo Sfera Ebbasta ospite da Piero Chiambretti, ma una ricerca incessante anche di talent televisivi, come Amici e X Factor, che cercano di mediare la trap in processi televisivi ad ampio pubblico. Basti pensare ai talenti ibridi di concorrenti precedenti al 2016 come Moreno, Denny Lahome o Briga.
Eppure l'urgenza narrativa non nasconde alcuni elementi perdurativi e macchiettistici di ciò che arriva d'oltreoceano. Per esempio la riconoscibilità e l'uso della purple drank (o lean), bevanda viola, che negli anni diventerà una moda farmaceutica utilizzata anche dalla successiva generazione di artisti. Ma, come viene sottolineato in "Purdi", brano di "Santeria", cantata da Marracash: "Senza aver mai fatto una canna parli anche di droga e riabilitazione, però c'è di peggio, chi si droga per dirlo dentro le canzoni". Il tema dell'abuso diventerà sempre più impattante, generando un alone di perdizione nella descrizione dei protagonisti di questa scena. Fa effetto notare come questa descrizione sia stata, in parte, ribaltata negli immaginari recenti, mostrati soprattutto nell'ultimo anno, in cui la promozione del benessere fisico ha "sostituito" la santificazione delle sostanze.
In questa bolla del 2016 ci sono parecchi limiti narrativi, ma il più evidente arriva nella finalizzazione del proprio viaggio dell'eroe. I rapper, compiuto l'atto di rivalsa nei confronti della società, si arroccano nel castello iper-individualistico costruitosi attorno con la propria musica. Un'alienazione che combacia anche con un periodo storico, quello pandemico, in cui sembra "non esserci più nulla da dire". A questo limite narrativo dell'alienazione si aggiunge una conseguenza ben più grave: l'esasperazione della street credibility. La necessità spasmodica di dimostrare un'autenticità di strada, preferendo costruirsi una credibilità criminale piuttosto che averla, ha spinto molti artisti verso una drammatica degenerazione reale.
Negli anni successivi, questa dinamica ha trasformato la narrazione musicale in vera e propria cronaca nera, con esponenti di spicco finiti al centro di arresti, faide e procedimenti giudiziari. Ma è proprio in quel momento che il seme e il mercato costruito da zero della trap italiana accoglie sempre più protagonisti recenti. Basti pensare all'album d'esordio di Geolier, "Emanuele", ma anche al successo, finalmente, di una rapper come Madame inizialmente con "Sciccherie".
Proprio la narrativa femminile, in una cultura iper-machista dominante come quella trap, trova un suo punto di potere. Non proprio, almeno inizialmente nel racconto, ma per la riconoscibilità che riescono ad attrarre. Madame, Beba, Chadia Rodriguez, ma anche Priestess, senza dimenticare successivamente Anna. La cantante di La Spezia, anche grazie al successo di "Bando", ha costruito un suo repertorio trap, non solo melodico, anzi. Il grande successo di Anna risiede nella capacità di suscitare curiosità nelle sue strofe, cercando di distanziarsi dello stereotipo fin troppo marcato dei decenni precedenti.
Questo successo, in particolare quello di Anna, è strettamente legato al successivo cambio di paradigma nella musica: la nuova formula TikTok. La piattaforma, pur non nascendo con lo scopo esplicito di diffondere brani, ha rivoluzionato il mercato imponendo un formato frammentato e accelerando i tempi di fruizione. L'attenzione dello zapping continuo ha costretto la musica a riadattare la propria forma per catturare immediatamente l'ascoltatore in brevi video.
Divenuta il veicolo primario per raggiungere la vetta delle classifiche di Spotify e delle radio, la logica di TikTok ha frammentato il mercato discografico, allontanandolo inesorabilmente dalle sonorità e dalle strutture dilatate della classe del 2016. E in questa celebrazione crescente della trap 2016 si è vissuto anche uno degli scontri generazionali più diretti. Il rap italiano, soprattutto nella generazione che aveva investito maggiormente, nel ventennio tra i '90 e il 2010, si accorge di apparire obsoleto al pubblico. E in questo senso avviene il processo di rimarcazione dei confini più diretto e "violento" verbalmente. I rapper della generazione 2016 non vengono indicati come una parentesi negativa della musica italiana solo dal pubblico, ma anche dai colleghi. Basti pensare all'attacco di un pioniere come Inoki che ha attaccato, nei primi anni, senza sosta Sfera Ebbasta e il mondo che rappresentava, accusandoli di non possedere tecnica, di promuovere il "vuoto cosmico".
Un attacco a cui viene risposto, solo qualche tempo più tardi, nel brano Tran Tran "Non mi frega di niente / Non c’entro col rap, no". Non è tutto oro ciò che luccica di quel momento storico che ha reso mainstream il mercato rap in Italia e c'è chi ne è rimasto dentro. È il caso di Maruego, unanimemente riconosciuto come uno dei primissimi trapper in Italia, vedasi "Cioccolata". Nonostante il clamore iniziale attorno al suo slang innovativo, Maruego non è riuscito a dotarsi dell'infrastruttura artistica e manageriale necessaria per resistere all'assalto dei suoi stessi epigoni, vedendo il proprio progetto sgonfiarsi nel giro di poche stagioni. Senza dimenticare Laioung e la crew The RRR Mob, che, con la hit "Giovane Giovane" che vedeva la partecipazione di Izi e Tedua, fu chiaramente un caso discografico, per poi scomparire dietro l'incapacità di essere rilevante nel lungo tempo nell'ambiente italiano.
O Enzo Dong che nel 2016 ha cavalcato magistralmente l'onda con la hit "Higuain". Un picco di visibilità gigantesco che, tuttavia, non si è mai tradotto nella costruzione di un peso specifico mainstream. Non solo una narrativa, non solo un'immaginario, non solo una mappa del Paese in cui arredare il proprio racconto. Il più grande successo della trap italiana è stato rendere sufficientemente grande la macchina discografica, rendendo possibile per i futuri protagonisti, l'accesso e l'esibizione sul palco del Festival di Sanremo, come per Lazza e Geolier. O concerti negli stadi con sold-out, o anche la possibilità di poter apporre una lente negativa al termine "industry plant", quando fino ad allora, sarebbe stato impossibile arrivare a quel traguardo senza l'aiuto discografico.
Eppure l'interrogativo su un successivo clash dell'industria discografica, su un nuovo "2016" che ripercorra il tratto comunitario, anche del pubblico, avuto dalla trap in quell'anno, continua a sorgere in chi vede questo fenomeno in deterioramento. La lettura, forse troppo lineare, sull'infantilizzazione narrativa non permette una visione completa di un fenomeno che è riuscito a distribuire lungo tutta la penisola una fucina di talenti, alcuni molto distanti tra di loro. Quali saranno le nuove parentesi, i nuovi racconti e le nuove voci del rap italiano? Sono le domande che si pongono oggi, nascondendo uno dei pochi elementi di realtà della musica rap, almeno in Italia. In una ricerca sempre più urgente di soluzioni da parte del pubblico più giovane, il senso di urgenza e l'impatto del racconto rap non può essere più demonizzato, nascosto o privato del suo carattere di rottura: la più grande vittoria della scena 2016.