"Non possiamo chiedere all'Italia di spendere più per rimborsare il suo debito pubblico che in istruzione e ricerca". Se c'è un motivo tra i tanti per cui val la pena leggere "Il prezzo della democrazia. Soldi, potere e rappresentanza" (Baldini+Castoldi) dell'economista Julia Cagé è la sua capacità di parlare a tutti i cittadini europei e di nutrire al suo interno diverse proposte pratiche per salvare la nostra democrazia, che valevano prima dell'emergenza sanitaria Covid-19, ma ancor di più oggi, in un'Europa "troppo lenta a reagire" ma anche in quegli Stati Uniti dilaniati dal coronavirus e dalla "collera giustificata" degli afroamericani. L'economista, docente a Science Po Paris (grande école francese, l'istituto di studi politici di Parigi), ci racconta come oggi la democrazia sia diventato un gioco in cui vince chi paga di più, ma non lesina proposte, come quella fondamentale dei "Buoni per l'uguaglianza democratica", un sistema di finanziamento pubblico alla politica gestito direttamente dallo Stato in nome dei cittadini, che assomiglia nello spirito a iniziative esistenti, come quelle dei "voucher democrazia", ma che tecnicamente funzionerebbe in maniera diversa, passando dalle dichiarazione dei redditi dei cittadini, garantendo dunque maggior universalismo e, per l'appunto, democrazia.

"Il prezzo della democrazia" è un libro ricco di proposte per migliorare la salute delle nostre democrazie, ma è anche una sorta di "libro nero" del nostro sistema politico. Quanto ci costa, dal punto di vista sociale, una rappresentanza politica divenuta a pagamento come quella che racconta nel suo saggio?

Il libro è diviso in due metà. Nella prima, ragiono sui problemi che attanagliano la democrazia, nell'altra mi sono concentrata sulle proposte. Penso fondamentalmente che ci siano delle riforme semplici da mettere in pratica che permetterebbero di cambiare le cose, come l’idea che io difendo dei "Buoni per l’uguaglianza democratica". Voglio insistere su questo concetto, perché è urgente riformare il sistema, per non abbandonare la democrazia. E inoltre è vero che nel libro dimostro che la democrazia oggi è preda di coloro che la finanziano, e coloro che la finanziano sono i più ricchi. Questo ha delle conseguenze molto concrete sulle scelte politiche e sui politici che favoriscono le classi sociali più abbienti, applicando minore progressività fiscale e più flessibilità del mercato.

Nel libro definisce gli Stati Uniti il paese dove ogni regolamentazione della democrazia è stata annientata dal denaro. Esiste una relazione tra questo concetto e quanto sta succedendo con la protesta degli afroamericani in seguito alla morte di George Floyd ?

Il problema è che nelle nostre democrazie gli emarginati sono ormai la parte maggioritaria della popolazione. È il caso degli afroamericani negli USA, che soffrono da una parte di razzismo e dall’altra di forti livelli di disuguaglianza che caratterizzano quel paese. Con le conseguenze che una scintilla può scatenare un’esplosione (giustificata) di collera.

Qual è la relazione tra il populismo/sovranismo di successo nelle democrazie attuali e il fatto che la rappresentanza politica se la possano permettere oggi solo le classi agiate e le lobby finanziarie?

Oggi i partiti politici, di destra come di sinistra, rispondono soprattutto alle richieste delle classi più abbienti (quelle che li finanziano) e ignorano principalmente le classi popolari. Questo spiega perché le classi popolari – che a ragione non si sentono più rappresentate – cercano sempre di più i partiti cosiddetti "populisti" , che si presentano come "anti-partiti" né di destra né di sinistra. Questi partiti dicono alle classi popolari : "noi siamo il popolo" e le classi popolari che soffrono, a ragione, di non essere stati ascoltati dalla scena politica nel corso degli ultimi decenni, cedono alle sirene dei nuovi movimenti. Ma questi nuovi movimenti – lo vediamo bene nel paese in cui sono al potere – spesso non mettono in pratica politiche di cui beneficiano i meno abbienti, al contrario. E se ne escono da questa impassè con la retorica, trovando e definendo un nemico comune: l’altro, lo straniero, l’Unione Europea… questo spiega perché i movimenti populisti sono spesso anche partiti sovranisti.

Ne "Il prezzo della democrazia" sono presenti alcune proposte significative per riaffermare il ruolo delle classi popolari: quali le principali e più urgenti da applicare secondo lei?

Le proposte che principalmente faccio riguardano fondamentalmente la limitazione estrema delle donazioni politiche ai partiti e alle campagne elettorali (e il divieto delle donazioni che vengono dalle imprese nei paesi, come l’Italia, in cui sono ancora autorizzati), dall'altra l'istituzione di un finanziamento pubblico dinamico e ugualitario della vita politica  – quelli che chiamo i "Buoni per l'uguaglianza democratica" – e di un'assemblea mista che garantisca, attraverso un modello paritario tra le donne e gli uomini, un'uguaglianza sociale nelle istanze rappresentative. La limitazione delle donazioni e i buoni per l’uguaglianza democratica sono soltanto delle misure urgenti, ma che possiamo mettere in pratica da domani: possiamo facilmente mettere fine all'intromissione dei finanziamenti privati limitando le donazioni private e adottando una finanza pubblica innovativa. Nulla ci impedisce di farlo, dunque, perché non lo facciamo? Sarebbe un segnale importante se l’Italia facesse da apripista in questo campo, penso che sarebbe un segnale molto importante per il resto dell’Europa. Mentre l’Assemblea mista è una proposta più ambiziosa ma indubbiamente anche più difficile da realizzare: penso che potrebbe arrivare in un secondo momento.

Cosa accadrà con l'impatto a medio e lungo termine della crisi da Coronavirus nelle nostre democrazie?

Per essere completamente onesti: non ne so niente. Delle cose positive potranno riemergere: abbiamo visto, per esempio, che era possibile fermare dall’oggi al domani il traffico aereo. Ciò dimostra che possiamo fare ben più di quello che immaginiamo per limitare il riscaldamento climatico. Così come è stato messo al centro del dibattito le professioni importanti, su cui si basa la nostra vita sociale, ma poco o mal remunerate, come nel campo della sanità. Spero che si aprirà un dibattito sui salari bassi e sulle disuguaglianze. Per un altro verso, sono pessimista: perché vedo un’Unione Europea lenta a reagire (per esempio, alle richieste italiane), il che potrebbe portare un vantaggio elettorale ai movimenti sovranisti. C’è anche una sfiducia nei confronti del personale politico che rischia di aggravarsi… La verità è che potrebbe accadere di tutto, ma perché avvenga il meglio e non il peggio, bisogna fare in modo che si restituisca alle nostre democrazie un’idea centrale: una persona, una voce. Indipendentemente dalla sua ricchezza.

Nella prefazione, lei parla dell'Italia e sostiene che gli italiani "versano più tasse di quanto non ricevano in spesa pubblica". Questo meccanismo, quando la pandemia sarà finita, potrebbe rappresentare un pericolo per la democrazia in Europa?

Il principale problema dell’Unione europea è che soffre di un deficit democratico: l’Unione europea non può funzionare con la regola dell’unanimità e dei dibattiti a porte chiuse, bisogna rendere democratica l’Europa se vogliamo uscire dalla crisi che stiamo attraversando a partire dai piani alti. Bisogna anche porre un termine alla logica dell’austerità a ogni costo, e soprattutto ripensare la questione dei debiti per cominciare ,innanzitutto, a mettere in comune i tassi d’interesse. Quando pretendiamo che un Paese come l’Italia debba spendere più nei rimborsi degli interessi del suo debito che per il sostegno all'istruzione e alla ricerca, in pratica ci stiamo dicendo che non abbiamo alcuna intenzione di costruire un futuro migliore.