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Il flop di Lizzo, da popstar a meno di 3 mila di copie vendute: se perdi la reputazione perdi i fan

Il flop di Lizzo, che ha venduto poche migliaia di copie dell’ultimo album, mostra come reputazione e coerenza influenzino il successo: se si perde la fiducia dei fan, la musica da sola non basta più.
Lizzo – ph Andy Kropa:Invision:AP
Lizzo – ph Andy Kropa:Invision:AP

In America è scoppiato il caso Lizzo: l'ultimo album della cantante, "BITCH", ha venduto 2.649 copie mentre gli stream non raggiungono il milione, come ha scritto Rolling Stone. Un incubo per un'artista che negli ultimi anni ha vinto quattro Grammy, piazzando canzoni e album nelle prime posizioni delle classifiche, con hit come "Cuz I Love You", "About Damn Time", "Truth Hurts" e "Juice", tutti brani che vanno dal mezzo milione al miliardo di stream. Il precedente album, "Special", aveva esordito con 39 mila copie vendute e 69 mila unità equivalenti, ma in questi ultimi anni la stella della cantante americana si era appannata, per problemi legati ad alcune denunce arrivate dal suo corpo di ballo e scelte che hanno minato la sua credibilità.

La scalata della cantante non era stata immediata, Prince l'aveva scoperta prima di tutti, ma ci sarebbe voluto un altro po' di tempo prima che il mondo si accorgesse di questa cantante. E quando il pubblico si era accorto di lei, in poco tempo l'aveva portata in cima. Canzoni in radio, classifiche e il messaggio di body positivity. Perché oggi un artista è anche come si racconta e il racconto di Lizzo si sposava perfettamente con alcune istanze che stavano via via diventando sempre più importanti. Un'attenzione crescente al linguaggio, quello che alcuni chiamano ‘woke', ma che è soprattutto una maggiore sensibilità verso gli altri.

Ma quello che emerge sempre di più va oltre la qualità o meno della musica. Non è che prima Lizzo fosse un genio e oggi sia mediocre, e abbiamo visto tantissimi artisti calare la qualità della propria proposta senza tonfi del genere. C'entra intanto una coerenza di percorso o, almeno, quello che i fan percepiscono come una coerenza di percorso, bisogna riconoscersi nelle canzoni, certo, ma anche nel messaggio che con quelle canzoni si vuole lanciare e che devono corrispondere a come ci si comporta nella realtà. Sì, nell'era digitale e social non bastano solo le canzoni perché si possa costruire un percorso. Anche prima era fondamentale la costruzione di un'immagine, ma non era così automatico perdere fan se la tua immagine era problematica.

Insomma, devi essere autentico e devi fare molta attenzione alla tua reputazione. Due caratteristiche che tornano spesso nella discussione musicale di questi anni. E Lizzo è passata dall'essere una cantante che faceva banger ottimi per la radio e per ballare, regalando un po' di leggerezza, con un messaggio che potevamo condividere all'essere un'artista considerata incoerente. Nel 2023 le sue ex ballerine l'hanno denunciato accusandola di molestie sessuali e di aver creato un ambiente ostile, razzista e grassofobo. La causa è ancora in corso, ma ha incrinato in maniera forse irreversibile quella che era l'immagine di Lizzo, la quale, però, ha spiegato di preferire andare incontro al processo perché "la verità è meno scandalosa dei titoli dei giornali".

Lo dice anche nella canzone che dà il titolo all'ultimo album, dove canta: "Hai passato quello che ho passato io, conosci il prezzo da pagare. Se ho perso qualche follower, non è una perdita. (…) Non sto recitando una parte. Sono chi sono perché parlo con il cuore". Evidentemente siamo oltre a qualche follower, ma il caso Lizzo dovrebbe mettere sul chi va là artisti in ogni parte del mondo.

Il caso della cantante americana fa scuola anche per quello che scrive Lauren Michele Jackson sul New Yorker: "Posso pensare che una quota superficiale del fandom di Lizzo l'abbia abbandonata per principio, anche se credo altrettanto – forte di una montagna di prove – che le cause legali contino ben poco quando un artista produce musica che la gente ha davvero voglia di ascoltare". Insomma, una causa non sempre basta a far perdere fan, ma senza dubbio non crea un clima positivo. C'è anche chi l'ha criticata per non aver promosso la musica in questi mesi, ma solo per assecondare il prurito dei fan che volevano assistere a faide tra cantanti. A questo ha risposto la stessa Lizzo dicendo di aver fatto quello che poteva.

Insomma, il pubblico deve riconoscersi nell'artista, perché se prima il problema erano i live (la gente non ci va se conosce solo due canzoni su TikTok) oggi il rischio è che i fan abbandonino anche canzoni e album. In Italia abbiamo visto come il modo in cui ci si racconta nella vita reale serva a costruire la propria reputazione insieme alle canzoni che si pubblicano. Chiedetelo a Ghali, Elodie, Fiorella Mannoia che negli anni hanno preso posizioni su vari temi e adesso sono identificati anche con le proprie battaglie sociali. Oggi, quindi, nell'epoca della reputazione permanente, la musica non basta a salvare un artista, la differenza la fa lo scarto tra il percepito e il comportamento, il rapporto di fiducia con il proprio pubblico. E recuperare la fiducia perduta, come insegna Lizzo, è molto più difficile che recuperare qualche posizione in classifica.

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