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I trapper raccontano il disagio dei giovani, mentre gli adulti si scandalizzano

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Sfera Ebbasta, Baby Gang e Ghali
Rap e trap raccontano il disagio dei giovani, ma i media si concentrano sulla violenza dei testi senza interrogarsi sulla realtà sociale da cui nasce.

Le manifestazioni del 17 ottobre hanno riportato sui giornali il rap e la trap come argomento sociale oltre che musicale. Da anni, ormai entrambi i generi sono al centro di una discussione, sui media, che li vede protagonisti soprattutto quando se ne sottolinea la violenza dei testi. Il trattamento è come quello riservato ai giovani che protestano in questi ultimi giorni: da Michele Serra a Bruno Vespa, l'impressione è che non ci sia una reale voglia di comprendere da dove nasca questo bisogno dei ragazzi di raccontare il proprio disagio, farlo in prima persona, senza che siano gli adulti a spiegargli cosa non va o perché sbagliano a comportarsi in un certo modo.

Negli ultimi anni, soprattutto quando è approdato in televisione, quindi davanti a un pubblico adulto, la trap – nelle persone di artisti come Sfera Ebbasta, Baby Gang e Ghali, tra gli altri – è stata trattata in maniera scandalistica, senza che ci fosse un reale interesse a comprenderla. Non è una novità, in passato è accaduto per i videogiochi "violenti", per la musica metal e lo stesso rap. Più che cercare di comprendere da dove nasca quel determinato tipo di racconto, ci si è concentrati sul lato tecnico, e anche in quel caso l'unico argomento affrontato è stato l'autotune. È vero che molti testi trap raccontano una vita di periferia, di emarginazione e povertà che ha nel lusso e nella sua ostentazione una sorta di rivendicazione di successo. Ero povero e ora che non lo sono più ve lo mostro.

Il paternalismo che continuamente è usato per parlare ai giovani è stato usato per raccontare un genere che è talmente ampio da essere difficilmente catalogabile in poche battute. Come ha detto Claudio Cabona al Fatto Quotidiano: "Non è che la realtà fa schifo perché c’è Baby Gang, ma c’è Baby Gang perché la realtà fa schifo". Insomma è facile guardare alle vetrine rotte o ai testi violenti, ma ci vuole più pazienza a comprendere dove nascano quella rabbia e quella violenza.

Intervenendo a Che tempo che fa, Roberto Saviano lo ha spiegato così: "Il rap racconta la realtà. I rapper sono dei narratori di realtà. L’immaginario del desiderio non è costruito dal rap, è costruito dal nostro tempo. Gli algoritmi ti dicono che o hai una borsa da 20.000 euro o sei un perdente, o hai scarpe da 3.000 euro o sei un perdente. Il rapper racconta questo, ti racconta che lì fuori vince il peggiore. Non fanno sconti, non è che ti edulcorano la realtà. Il catenozzo d'oro vuole significare anche: ‘O sei così, o batti tutti gli altri, o sei solo contro tutti, o non vali'. Stanno raccontando com'è il mondo, non come vorrebbero che fosse o come è giusto che andasse in certe direzioni".

Nessuno ha mai pensato che Johnny Cash fosse il protagonista di quello che cantava in "Folsom Prison Blues":  "When I was just a baby, my mama told me: ‘Son, always be a good boy, don't ever play with guns'. But I shot a man in Reno just to watch him die. When I hear that whistle blowin', I hang my head and cry" ("Quando ero solo un bambino, mia madre mi disse: ‘Figliolo, sii sempre un bravo ragazzo, non giocare mai con le pistole'. Ma ho sparato a un uomo a Reno, solo per vederlo morire; e quando sento quel fischio, chino la testa e piango"). Cash ha passato qualche notte in cella, ma niente che potesse farlo considerare un criminale. Inoltre, non ha mai sparato a nessuno, eppure cantava di un uomo chiuso in una prigione che vede passare un treno pieno di ricchi che mangiano "in una carrozza di lusso".

Siamo troppo abituati a certo pop melenso, alla canzone d'amore, dimenticandoci che anche i cantautori cantavano di violenze e rabbia sociale. Il rap lo fa in maniera più cruda e talvolta violenta. Questo non giustifica ogni singola barra e ogni comportamento, non giustifica i crimini che alcuni di loro hanno commesso e non giustifica le vetrine rotte. Ma possiamo fermarci a urlare dalle nostre poltrone: "Criminali" – come ha detto lo scrittore di Gomorra – o provare a comprendere come si cresce in certe zone del paese, quali sono le iniziative che le amministrazioni mettono in campo in certi quartieri che spesso sono solo colate di cemento senza spazi di aggregazione e soprattutto senza alcuna speranza di miglioramento.

La musica è diventata, per alcuni di loro, l’unico strumento per migliorare la propria condizione e quella delle persone vicine, ma anche l’unico modo per raccontare la propria vita ed essere visti. Pensiamo che sia una novità, ma questo racconto è intrinseco al rap e alla trap, dai N.W.A. e i Wu-Tang Clan a Kendrick Lamar, passando per i Migos se restiamo negli Stati Uniti, artisti che non hanno raccontato soltanto il quartiere, ma anche cosa significa crescere al suo interno. Se ci fermiamo alla violenza dei testi, ai modelli che propongono, rischiamo di rinunciare a capire perché esistano questi racconti e perché in molti vi si riconoscano, finendo per fare la stessa cosa che rimproveriamo loro: parlare di una realtà senza ascoltare chi la vive.

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Giornalista dal 2005, sono responsabile dell'Area Musica di Fanpage.it dal 2013. Sono stato tra i fondatori di Agoravox Italia, e ne sono stato direttore dal 2011 al 2013. Ho scritto di musica, tra gli altri, per Freakout Magazine e Valigia Blu e sono stato relatore al Master di I° livello “Scuola di Giornalismo Post Laurea” dell'Università degli Studi di Salerno. Sono stato per diverse edizioni tra i relatori al Festival Internazionale del giornalismo di Perugia.
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