Ritratto di Herman Melville realizzato nel 1870 da 1870 Joseph Eaton.
in foto: Ritratto di Herman Melville realizzato nel 1870 da 1870 Joseph Eaton.

“Ogni verità è un abisso”. Se si potesse sintetizzare in un’unica frase la terribile avventura del capitano Achab alla ricerca di Moby Dick, probabilmente sarebbe questa. Perché è questo il senso più profondo che Herman Melville ha scelto di dare al suo capolavoro indiscusso: all'epoca nessuno capì, e lo scrittore morì solo e dimenticato nella sua New York, nel 1891. Solo dopo molto tempo la sua opera venne riscoperta e apprezzata a tal punto da guadagnargli il soprannome di “Omero degli oceani”: il cantore dell’epos oceanico nasceva il 1 agosto del 1819, esattamente due secoli fa.

Moby Dick, da completo insuccesso a capolavoro

Gregory Peck in una scena del film "Moby Dick" (1956).
in foto: Gregory Peck in una scena del film "Moby Dick" (1956).

Melville era nato in una famiglia di commercianti newyorkesi, e fin da piccolo il suo spirito audace aveva trovato terreno fertile nelle ore trascorse assieme al padre a leggere racconti d’avventura. Ma il motore della sua irrequietezza fu l’improvviso tracollo economico della famiglia, che lo spinse a cercare lavoro come mozzo di bordo su una nave diretta in Inghilterra. Da allora, da quel primo contatto col mare, la vita di Melville non sarà più la stessa: dal mare lo scrittore prenderà spunto per tutti i suoi racconti più famosi, e nel mare vedrà quel simbolo di invincibilità e irrequietezza che attraversano le cinquecento pagine di “Moby Dick”.

È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, (…) allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare.

Nel celeberrimo incipit di “Moby Dick”, pubblicato nel 1851, a parlare è Ismaele, la voce narrante di biblica memoria a cui Melville affida il racconto della folle impresa del capitano Achab. Ma dietro il misterioso marinaio newyorkese a celarsi è lo stesso autore, che affida a questo vagabondo del mare le dense riflessioni filosofiche, religiose ed esistenziali contenute nel romanzo e frutto della sterminata cultura letteraria e scientifica dello scrittore.

Un'altra scena da un film tratto dal capolavoro di Melville: "Moby Dick, il mostro bianco" (1930), con John Barrymore.
in foto: Un’altra scena da un film tratto dal capolavoro di Melville: "Moby Dick, il mostro bianco" (1930), con John Barrymore.

E fu forse proprio per questo, per il carattere estremamente complesso dell’opera, metafora del viaggio più che cronaca, che Moby Dick all’epoca della pubblicazione fu un completo insuccesso: il pubblico aveva conosciuto Melville con “Taipi”, “Omoo” e “Redburn”, ma “Moby Dick” fu tutta un’altra storia. Una storia che almeno per un secolo costò all'autore l’oblio più completo fino a quando, negli anni Venti del Novecento, la sua epica avventura marinaresca non venne riscoperta, divenendo uno dei capisaldi della letteratura americana.

L’ultimo viaggio di Melville, attraverso l’Italia

Da giovane Herman Melville aveva viaggiato in lungo e in largo attraverso l’Oceano Pacifico, approdando in Polinesia, alle Hawaii e in America Latina. Dopo l’insuccesso del suo romanzo più importante, frustrato dalle ristrettezze economiche, Melville tenta l’ultimo viaggio solitario per risollevare le sorti della sua carriera: nel 1856 parte per l’Europa con l’obiettivo di raccogliere materiale per una serie di conferenze sulla storia dell’arte e le meraviglie del Mediterraneo.

Nemmeno questo proposito riuscì, tuttavia l’impresa ha prodotto un’opera dimenticata, ma estremamente affascinante, sull'Italia: si tratta del “Diario italiano”, che doveva essere parte del suo più grande e corposo resoconto di viaggio in Europa. Scopriamo, attraverso le pagine piene di appunti frettolosi, l’amore di Melville per la storia dell’arte e per i paesaggi italiani, descritti in una sorta di “soggettiva” che dà l’impressione di trovarsi insieme allo scrittore americano in quei luoghi.

Herman Melville visita Roma, Napoli e Milano, ma anche Reggio Calabria, Pisa, Firenze e Venezia: di ognuno di questi posti lo scrittore appunta dettagli, situazioni e sensazioni, lasciando fra le altre cose un documento di eccezionale valore storico circa l’Italia prima dell’unificazione. Del viaggio verso la Capitale, Melville descriverà “l’aria vivificatrice delle colline” e quella “ipocondriaca” della città, mentre di Firenze appunterà il ricordo di un ragazzo che gli aveva offerto un fiore e che “parlava come uno che si diverte a stare al mondo”; e ancora, di come prima ancora di arrivare abbia “sentito la città di Napoli”, e giunto a via Toledo non sia riuscito a scorgere differenze con Broadway. Davanti allo spettacolo dell’Ultima Cena di Leonardo, a Milano, lo scrittore dirà invece:

L’intera pittura è sbiadita e quasi scomparsa (ne ho visto una copia fotografica). Significato dell’Ultima Cena. Le gioie del banchetto fanno presto a finire. Uno mi tradirà, uno di voi – Gli uomini sono così falsi – Lo splendore dell’amicizia è così evanescente, l’egoismo così durevole.