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Cosa resterà dei quattordici mesi di Alberto Bonisoli al Mibac? Nella lista dei ministri del prossimo governo giallorosso che il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte ha consegnato nelle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, infatti, il suo nome non c'è. A sostituirlo al dicastero per i Beni e le Attività Culturali ci sarà proprio Dario Franceschini. Si chiude così l'era del direttore della NABA, la più grande Accademia di Arte, Moda e Design privata del Paese.

Come ministro non è mai stato tra i più popolari. Lontano mille miglia dalla ribalta social dei ministri più quotati dell'ex governo gialloverde, è stato distante dalle luci della ribalta sempre o quasi. Alcuni provvedimenti discussi, alcuni validi (nonostante la messa di pareri contrari, la ratio della sua "riforma della riforma" non è da sottovalutare), la messa in palio di migliaia di nuove assunzioni e soprattutto alcune uscite, di carattere comunicativo, che ne hanno danneggiato gli intenti.

Una su tutte. Il modo in cui annunciò di voler cancellare le domeniche gratis nei musei, le famose prime del mese volute dal suo precedessore Dario Franceschini, non è stato certo tra i più felici, anzi, a maggior ragione perché si trattava di una semplice riorganizzazione e razionalizzazione delle stesse. Anche la sua recente riorganizzazione ministeriale ha avuto il difetto di mostrare sempre in primo piano la parte "destruens" del discorso. L'hanno definita "riforma della riforma", "controriforma". Certo, aver ereditato un ministero che secondo il parere comune era stato gestito bene da Franceschini, non lo ha aiutato. In più, le sue deleghe sono state azzoppate sin da subito. Differentemente da Franceschini, ad esempio, non ha potuto gestire quella al turismo, affidata invece al leghista Gian Marco Centinaio, ministro dell'Agricoltura.

In mezzo al suo percorso da ministro diverse le questioni e i nodi spinosi che ha dovuto affrontare, dalla questione dei prestiti (il caso del Caravaggio a Napoli che si decise di non spostare per un paio di chilometri ed essere esibito alla mostra al Museo di Capodimonte) alle nomine dei nuovi direttori dei grandi musei, tra riconferme e licenziamenti inspiegabili e quasi coatti, come quello di Cecilie Hollberg, che pure bene aveva fatto alla Galleria dell'Accademia di Firenze. Più volte annunciati anche i concorsoni per l'assunzione di nuovi lavoratori al Mibac, questione cruciale per il buon funzionamento di un ministero da sempre considerato di Serie B e che invece dovrebbe avere un valore ben più strategico nella visione del governo del Paese. Pochi gli interventi negli altri settori, affidati perlopiù a iniziative parlamentari, come la legge sulla lettura e sull'editoria, settore fortemente in crisi che avrebbe bisogno di una reimpostazione totale e nuove idee. Ciò che colpisce di più, tuttavia, è come un ministro di un governo sostenuto da forze che si sono predicate negli ultimi anni sempre "rivoluzionarie" non abbia mai veramente messo in discussione, se non attraverso forme vetuste di centralismo ministeriale, i vecchi schemi e le vecchie logiche di spartizione dei fondi ministeriali (basta guarda le graduatorie del FUS, dei contributi ministeriali all'audiovisivo, le campagne per la diffusione della lettura) per non parlare di nuove impostazioni generali basate sulla gratuita della fruizione culturale, come quelle suggerite da esperti come Tomaso Montanari.