Giuseppe Antonelli: “I giovani non parlano peggio, ma faticano a capire testi lunghi. L’IA? Influenzerà la lingua”

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Giuseppe Antonelli
Il linguista Giuseppe Antonelli, decente all’Università di Pavia, spiega a Fanpage come cambiano l’italiano, il linguaggio dei giovani e il ruolo dell’IA, tra difficoltà di comprensione dei testi e manipolazione delle parole che “plasmano la nostra visione del mondo”.

L'italiano è una lingua più povera? Che peso hanno i social network, lo slang giovanile, il polylanguaging e l'intelligenza artificiale? Il dibattito è continuo e per questo ne abbiamo parlato con il linguista Giuseppe Antonelli, Professore Ordinario di Storia della lingua italiana all’Università di Pavia, autore di libri come "Il mago delle parole" (Einaudi) e l'ultimo "Alfabit" (Il Mulino). Per lui il problema non è l'impoverimento della lingua quanto la crescente difficoltà di comprendere testi complessi, argomentare e organizzare il proprio pensiero. Nell'intervista a Fanpage, Antonelli riflette sulle trasformazioni dell'italiano, sul rapporto tra la lingua e i giovani, sul dialetto, il ruolo della musica e anche sul linguaggio politico. Perché, spiega "le parole non si limitano a descrivere il mondo ma contribuiscono a costruirlo". Il professore sarà tra gli ospiti di Agorà Festival che si svolgerà dal 6 all'8 novembre intorno al tema "Autorità e Fiducia" e terrà un incontro intitolato "Fidarci delle parole, fidarci della letteratura". Tra gli ospiti del Festival, organizzato da Laterza e promosso dal Comune di Cesena e da Emilia Romagna Teatro ERT, ci sono anche Vittorio Lingiardi, Stefano Mancuso, Michela Marzano, Carlo Greppi e Vera Gheno.

Qual è la situazione della lingua italiana oggi? Si dice spesso che l'italiano sia più povero, contaminato dagli inglesismi, dai social e così via: è davvero così o si tratta solo di una fase di trasformazione?

È sempre difficile rispondere in maniera secca. Diciamo che ci sono sicuramente alcuni elementi che colpiscono favorevolmente. Intanto, partiamo dall'idea che praticamente tutta la popolazione parla abitualmente una lingua italiana che è, giustamente direi, colorita di elementi locali. Questo è già un fatto non ovvio: se ricordate, Pasolini e non solo lui aveva profetizzato che l'affermarsi della lingua nazionale avrebbe ucciso i dialetti, e invece è andata diversamente. Abbiamo una situazione in cui le persone parlano italiano e parlano anche il dialetto. Questo vale ancora per almeno un quarto della popolazione italiana, che nell'ultima indagine Istat dichiara di parlare sia l'italiano sia il dialetto in famiglia o tra amici.

Una nota positiva…

Certo, la nostra situazione è molto migliore rispetto a quanto certe profezie apocalittiche avessero immaginato. Non parliamo né un "itanglese", né ci troviamo in una situazione in cui i dialetti sono morti. Non solo: rispetto al passato, persino rispetto alla fine del Novecento, possiamo dire che molte più persone scrivono. Ricordiamo che da alcune indagini di fine Novecento e del 2000 emergeva che gran parte della popolazione, una volta terminato il tema di maturità o la tesi di laurea, utilizzava la scrittura esclusivamente per la lista della spesa. Questi sono elementi molto positivi e tutt'affatto scontati rispetto a ciò che si diceva fino a poco tempo fa, e mi sembra che, sulla lunga distanza della storia della nostra lingua, offrano un quadro solido. Poi, se andiamo a scomporre questi elementi, ci rendiamo conto che non tutto rappresenta una situazione ideale.

Cominciamo con i problemi.

Si può definire "scrivere" quello che facciamo tutti i giorni digitando sulla tastiera di uno smartphone? In realtà no, e ormai è abbastanza evidente che scrivere e digitare sono due cose diverse. Quando le persone si abituano soltanto a un ambiente di scrittura e di lettura frammentario – quello della messaggistica, dei social network o dei titoli letti di fretta sui giornali online – la natura stessa dell'atto linguistico cambia. Come facciamo a saperlo? Gran parte della popolazione digita quotidianamente, ma quando andiamo a vedere come scrive effettivamente ci accorgiamo che la scrittura è molto approssimativa dal punto di vista della sintassi e dell'organizzazione del testo. E la controprova si ha sul fronte della lettura che è diverso dallo scrollare un testo.

Questo ha portato a una difficoltà nella comprensione di un testo?

Esatto. Viviamo tutti immersi in testi da scorrere rapidamente, ma le ultime indagini dell'OCSE ci dicono che le competenze di lettura sono peggiorate in tutto il mondo. L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico sottopone periodicamente un articolo di giornale a un campione di persone, valutandone il livello di comprensione attraverso alcune domande. Ebbene, la comprensione sta calando rapidamente un po' ovunque, e persino nei paesi con livelli di lettura tradizionalmente molto avanzati, come la Finlandia o il Giappone, il calo è marcato. L'Italia, essendo peggiorata in misura minore rispetto ad altre nazioni negli ultimi due anni, ha persino risalito qualche posizione in classifica; ciononostante, circa un terzo della popolazione italiana fatica a comprendere appieno il senso profondo di un articolo originale.

Qual è il rischio?

Il rischio vero sul quale dobbiamo concentrarci non riguarda tanto il voto scolastico o la grammatica in sé, quanto la disabitudine a gestire testi che abbiano un inizio, un'argomentazione e una conclusione. Questo deficit di complessità rende le persone oggettivamente più vulnerabili – si pensi alla facilità con cui si casca nelle fake news – e riduce la capacità di argomentare il proprio pensiero, aumentando la probabilità che il confronto civile degeneri nell'insulto.

Quindi il pregiudizio per cui ogni generazione adulta tende a considerare impoverito il linguaggio dei giovani non è poi così infondato, se il rischio è la perdita di contatto con la complessità?

Il problema non è tanto la presunta carenza numerica di parole, quanto la disabitudine alla complessità del testo che, a ben vedere, riflette la disabitudine alla complessità del mondo. Basti pensare a ciò che la politica fa ormai da tempo: semplificare la realtà dividendola in buoni e cattivi, in giusto e sbagliato, proponendo soluzioni tanto elementari quanto inapplicabili. La lingua è uno strumento per stare nel mondo: se attraverso di essa perdiamo la capacità di interpretare la realtà che ci circonda e di interagire criticamente con essa, si creano problemi sociali tangibili, alcuni dei quali purtroppo sono già sotto i nostri occhi (fake news, hate speech, derive populiste).

A chi dà la colpa a un certo linguaggio giovanile cosa dice?

Il punto non sono i vocaboli del linguaggio giovanile, che cambiano fisiologicamente di generazione in generazione – oggi si dice ghostare, ieri si diceva gasato, l'altro ieri limonare. È vero che c'è una certa perdita del lessico letterario tradizionale, ma questa avviene a vantaggio di una serie di neologismi che mappano un territorio nuovo, quello della rete e delle tecnologie digitali. E lo stesso vale per le parole inglesi: sì, per carità, sono alla moda, ne sentiamo tante, ma è un aspetto superficiale. Se andiamo a guardare i grandi dizionari dell'uso come lo Zingarelli o il Devoto-Oli, la percentuale di forestierismi inglesi si attesta stabilmente tra il 3% e il 4%. Non intaccano la struttura profonda della lingua.

Cosa fa sì che ne percepiamo molte di più, quindi?

Le sentiamo spesso perché dominano radio, televisione e social media, generando una sorta di "temperatura percepita" altissima, ma è un fenomeno che si ripete ciclicamente nella storia: cento anni fa ci si lamentava dei troppi gallicismi e delle espressioni francesi che avrebbero corrotto l'italiano. Bisogna dunque imparare a distinguere i fenomeni di superficie – come il lessico – dai fenomeni strutturali, come la già citata perdita di abitudine alla gestione testuale, sia in lettura che in scrittura.

Come cambiano le cose con l'intelligenza artificiale?

Da un lato, i testi generati dall'IA sembrano scritti meglio, se guardiamo i social media ci imbattiamo spesso in un italiano formalmente corretto. Ma sappiamo che dietro c'è una macchina.

Qual è il rischio?

Che le persone siano sempre più tentate di delegare alla tecnologia la parte creativa e argomentativa della scrittura. Delegare alle macchine la scrittura significa, in un certo senso, delegare una parte fondamentale del nostro pensiero.

L'IA, tra l'altro, usa marcatori che ancora sono riconoscibili…

Attenzione, nel 2023 scrivevo che le espressioni generate dall'IA erano ancora riconoscibili, perché reiterate. Negli ultimi anni, tuttavia, le macchine sono diventate straordinariamente duttili: i test di Turing condotti negli Stati Uniti alla fine del 2025 mostrano che il 73% delle persone ha scambiato un testo automatico per il prodotto di un essere umano. Sanno imitare la "voce" di un adolescente sui social o il tono burocratico di un rapporto istituzionale.

Questo significa che l'intelligenza artificiale diventerà il modello di riferimento per la nostra scrittura?

Inevitabilmente influenzerà la nostra lingua, anche perché il volume di testi prodotti in rete dalle macchine è destinato a crescere a dismisura e saremo molto più esposti a questi testi. Da un lato ciò potrebbe imporre uno standard più corretto e tradizionale.

Che ne pensa dello scandalo che in Francia ha colpito Thélyson Orélien, accusato di aver scritto un libro interamente o in parte dall'intelligenza artificiale?

Quello è stato uno scandalo, ma io inviterei a ragionare in maniera diversa: non libri scritti dall'IA o da un essere umano, perché la realtà è che tutti i libri, d'ora in poi, saranno scritti con l'intelligenza artificiale. Come faremo a fare a meno di uno strumento che semplifica enormemente la ricerca di fonti verificabili, aiuta a strutturare una scaletta o funge da severo editor in grado di scovare contraddizioni narrative all'interno di un romanzo? Il discrimine fondamentale sta nel capire chi guida il processo. Se usiamo la macchina come un'assistente, ne trarremo giovamento; se invece abdichiamo al pensiero critico e ci riduciamo a semplici esecutori di "taglia e incolla", finiremo in uno scenario distopico alla Matrix in cui è la macchina a dettare la rotta. Del resto, etimologicamente, il termine macchina deriva dal latino macina, lo strumento meccanico che aiutava a macinare il grano per fare il pane. La macchina deve restare un ausilio per il lavoro umano, non sostituire l'uomo stesso.

Fino a poco tempo fa eravamo preoccupati da come i social network – da TikTok a Instagram – stessero modificando il linguaggio dei giovani. Questa preoccupazione è ormai superata dall'avvento dell'IA?

Diciamo che non è più il motore principale del dibattito sul futuro dell'italiano. Tuttavia, alcuni elementi convergono: social network e messaggi vocali hanno spinto le persone verso una lingua orale anziché scritta. Intorno al 2013-2014, con l'arrivo dei messaggi vocali di WhatsApp e il sorpasso di Instagram su Twitter, si è inaugurata quella che chiamo "oralità terziaria". Non è la vecchia oralità del telefono o della radio, né un testo scritto: sono messaggi orali inseriti in una cornice pensata per la scrittura, ma privi di interazione in tempo reale.

In che modo l'intelligenza artificiale e questa nuova oralità modificano le priorità educative e professionali, a partire dalla scuola?

Più le macchine scriveranno, più diventerà cruciale curare la capacità di parlare in pubblico e di padroneggiare gli aspetti non verbali e paraverbali – tono, ritmo, gestualità e mimica – che i giovani già sperimentano istintivamente sui social. La scuola anglosassone insegna da sempre il public speaking, mentre da noi è stato trascurato. In un contesto in cui la scrittura standard è delegata alle macchine, non potremo più accontentarci di scrivere o parlare correttamente. Dovremo inserire nei nostri testi elementi di sfida alla macchina, cose che un algoritmo non potrà mai replicare: empatia, esperienza personale, ironia, creatività e la violazione consapevole delle regole per dare dinamicità al discorso. La sfida per i professionisti della comunicazione, per esempio, oggi si è enormemente alzata.

Parlando di cultura e musica, quanto incidono il rap, la trap e le canzoni in generale nel plasmare il linguaggio delle nuove generazioni?

Un peso storico enorme, attivo sin dal secondo dopoguerra. Negli anni Cinquanta e Sessanta le canzoni di Sanremo – penso a interpreti come Gianni Morandi, Rita Pavone o Gigliola Cinquetti – unificarono linguisticamente l'Italia, insegnando l'italiano a una popolazione ancora largamente dialettofono. Negli anni Settanta e Ottanta il linguaggio musicale ha fatto da eco ai modi di dire giovanili, diffondendo espressioni regionali su scala nazionale. Basti pensare agli 883 o Jovanotti, che nel suo primo album usò per la prima volta in due canzoni la parola "maranza", allora intesa con un significato ben diverso: un ragazzo scanzonato, dedito al divertimento e vestito in modo sgargiante.

Come si è trasformato, invece, il ruolo del dialetto all'interno della musica contemporanea?

Il ritorno del dialetto è l'onda lunga di un processo avviato negli anni Novanta dai centri sociali. Quella che ho definito la stagione del "dialetto per dispetto": di fronte a una lingua nazionale che si era affermata – quella della scuola e dei telegiornali, la lingua ufficiale del potere – nei centri sociali cominciò ad arrivare il dialetto come lingua della controcultura e di orgogliosa riconquista culturale in tutta Italia, dai 99 Posse ai Sud Sound System, passando per i Pitura Freska. Il dialetto diventa una forma di appropriazione culturale quando non è più la lingua degli ignoranti e dei marginalizzati ma si riconquista una volta che si conosce l'italiano. Oggi trap e rap mantengono vivo questo legame, conferendo alle parlate locali un'aura di fascino e contemporaneità lontana da ogni folklore.

Queste nuove scritture musicali accolgono anche molte contaminazioni linguistiche, come la commistione con l'arabo portata dalle seconde generazioni nella trap, insomma il polylanguaging. Come valuta questo fenomeno?

È una bellissima forma di arricchimento, una convivenza linguistica naturale. Mi colpisce come la tendenza della politica, e non solo di quella italiana, sia invece quella di innalzare steccati laddove la lingua ha sempre mescolato. Siamo pieni di parole arabe: quando diciamo arancio, tamburo, zenit, zero o cifra, usiamo parole arabe. La mescolanza è sempre stata una forma di grande arricchimento e deve continuare ad esserlo, perché le parole hanno sempre circolato senza problemi di dogane o frontiere.

Un'ultima domanda riguarda proprio il linguaggio della politica. Qual è lo stato della lingua politica oggi e come si è trasformata?

Anche qui bisogna distinguere due piani. Da un lato, almeno da Bossi e Berlusconi in poi, la lingua della politica ha cambiato paradigma: non più il modello della superiorità e del prestigio ("votami perché parlo meglio di te, sono più colto e competente"), ma il paradigma del rispecchiamento ("votami perché parlo come te, sono come te, ho i tuoi stessi difetti"). C'è l'ostentazione di un italiano rozzo, dialettale, l'ingresso delle parolacce nel dibattito ufficiale. È la "volgare eloquenza" della politica italiana, spinta ulteriormente con l'irruzione del Vaffa e dei 5 Stelle, che abbassa il livello medio per compiacere l'elettore.

In che modo la politica utilizza la manipolazione semantica per rendere accettabili concetti altrimenti inaccettabili?

L'altro piano è quello di individuare nuove parole o dare nuovo significato a parole esistenti per veicolare una drastica semplificazione o rendere accettabili concetti che, detti esplicitamente, sarebbero inaccettabili. Pensi alla parola "remigrazione" che è qualcosa di totalmente inumano e disumano. Si tratterebbe di prendere una parte della popolazione che ha pieni diritti e trasferirla di forza in altri paesi. Quindi, se lo chiamassimo col suo nome, chiaramente non sarebbe così accettabile. Invece in quel caso si è inventato questa specie di eufemismo: non diciamo deportazione di massa, diciamo remigrazione, che suona meglio.

E maranza, invece?

Maranza è un po' la stessa cosa: dovendo individuare una sorta di minaccia o capro espiatorio per poter prendere misure eccezionali riguardo alla sicurezza, si è presa una parola che pian piano aveva cambiato già significato, spostandosi verso le persone della periferia milanese, perché è a Milano che è successo questo cambiamento di significato. Adesso si è individuato il pericolo pubblico numero uno in questa definizione che ormai ha connotazioni neanche troppo latamente razziste, perché appunto non si riferisce solo alle persone delle periferie, ma a persone che di solito provengono da famiglie non italiane o più specificamente nordafricane.

Ancora una volta hanno risemantizzato una parola.

Esatto, anche qui invece di inventare una parola, si è ricaricata di nuovi significati, in un'accezione però politicamente connotata, una parola che già circolava. Le parole fanno: le parole plasmano la nostra visione del mondo, indirizzano le nostre reazioni, quindi è chiaro che la politica deve lavorare tanto sulle parole, l'ha sempre fatto e adesso continua a farlo.

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