Douglas Stuart: “Working class e omosessualità al centro dei miei libri. Nel prossimo porto quello sguardo nella moda”

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Douglas Stuart - ph Carsten Koall:dpa (Photo by Carsten Koall:picture alliance via Getty Images
Douglas Stuart racconta John figlio di John: working class, omosessualità, famiglia e identità in una comunità scozzese tra tradizione e libertà. Per il futuro: “Spero di scrivere un libro sulla faccia autentica della moda”.

Con la vittoria del Booker Prize per "Storia di Shuggie Bain", lo scrittore scozzese Douglas Stuart si è conquistato un posto importante nel pantheon della letteratura inglese e mondiale. E lo ha fatto raccontando una Scozia dove protagonista è la working class che si intreccia al mondo queer, come accadeva anche ne "Il giovane Mungo". In "John figlio di John" (Mondadori), Stuart torna alle radici della sua scrittura: la working class, appunto, i legami familiari e le identità che una comunità pretende di imporre. Nell’isola di Harris, il ritorno a casa di Cal, giovane omosessuale fuggito a Edimburgo per studiare e per vivere una vita più libera, riapre vecchie ferite e fa emergere segreti, violenze e ipocrisie. Tra religione, gaelico e lavoro tessile, Stuart racconta una comunità sospesa tra tradizione e libertà, senza mai smettere di interrogare il peso delle proprie radici.

Il titolo originale del tuo libro, "John of John", offre immediatamente una duplice chiave di lettura grazie alla preposizione: quella della genitorialità e quella dell'appartenenza. Com'è nata un'idea del genere?

È un titolo tipico da isola, appartiene a quei luoghi perché, naturalmente, i cognomi e i nomi di battesimo sono comunissimi e quindi, quando le persone ti incontrano per la prima volta, non ti chiedono chi sei, ma ti chiedono a chi appartieni. Ed è così che in un certo senso ti collocano e risalgono alla tua storia. Voglio dire, per molti versi è probabilmente una dinamica molto italiana, ma è il modo in cui inquadrano la tua famiglia, il tuo passato e la tua gente.

Ti confermo che è anche molto italiana…

Infatti. Stavo riflettendo su quel senso di appartenenza dei figli ai genitori: a quale punto i genitori lasciano andare il figlio per permettergli di essere una persona autonoma, e cosa succede se non sono disposti a farlo? Inoltre, il giovane Cal è quasi una copia carbone di John. Sai, sono così simili sotto tanti aspetti che sembrano due gocce d'acqua. Da questo punto di vista, è una storia d'amore tra padre e figlio.

Una cosa che tu non hai potuto vivere.

Io non ho i miei genitori; sono morti quando ero bambino. Perciò sono in qualche modo ossessionato dalla domanda su quanto dobbiamo ai nostri genitori man mano che invecchiamo, soprattutto perché mi trovo ormai nella generazione in cui vedo tutti i miei amici entrare nell'era dell'assistenza: il momento in cui devono preoccuparsi di tornare a casa per essere più vicini alla madre, o di prendersi cura del padre ormai molto anziano. Anche se non lo sto vivendo in prima persona, ne sono in qualche modo affascinato e ossessionato. Posso aggiungere una cosa?

Certo.

Spesso avere figli gay non è ciò che i genitori avevano sperato. Nella migliore delle ipotesi possono arrivare come una sorpresa; in altri casi, invece, agiscono quasi come un elemento di rottura di una catena. Sai, in un certo senso spezzano la speranza riposta nelle generazioni future. Ed è per questo che il libro s'intitola "John of John": perché la maggior parte di noi, in quanto persone omosessuali, deve lasciare la propria famiglia o trasferirsi altrove per costruirsi una vita autonoma, mentre Cal non ha questa possibilità. In un certo senso non riesce a spezzare la propria catena perché appartiene letteralmente al padre. Inoltre, appartiene a John anche perché quest'ultimo ha bisogno che lui resti per ereditare la terra, altrimenti lui stesso rimarrebbe senza un tetto.

Ti è mai capitato, come a Cal, di abbandonare un luogo e pensare costantemente a come tornarci? Non per forza un luogo fisico, ma anche emotivo.

Sì, per me è una situazione molto complicata, perché ero figlio di una madre sola che ho perso quando avevo sedici anni. Quando perdi il tuo unico genitore, perdi la tua casa, tutti i mobili, tutti i vestiti. Perciò, per molti versi, sebbene io non abbia fisicamente una casa di famiglia, cerco sempre in qualche modo di riportare me stesso a Glasgow. Tuttavia, credo che esista una forza di attrazione e repulsione per tutti noi quando lasciamo la casa d'origine. Diventiamo persone diverse e forse vediamo del mondo molto più di quanto i nostri genitori abbiano fatto. Di conseguenza, spesso è difficile tornare a casa, è difficile rimettersi in sintonia, rimpicciolirsi per far stare la propria persona in quel contesto da cui si proviene. Penso che sia un'esperienza profondamente universale. E di sicuro – so che è molto vero anche per l'Italia – in Scozia tutte le aree rurali sono le prime a perdere i giovani: tutti i ragazzi se ne vanno per trasferirsi in città o altrove, facendo sì che questi luoghi invecchino rapidamente e si spopolino. Perciò, per un ragazzo di ventidue anni, essere richiamato lì equivale un po' a una morte sociale.

Cosa ha rappresentato Glasgow?

Provavo una grandissima nostalgia di casa, pur non avendo una casa di cui poter sentire la mancanza. Non si tratta solo del fatto di essere cresciuto a Glasgow ed essere un vero glaswediano, conservando ancora un accento molto marcato: da bambino, Glasgow non mi faceva sentire parte della comunità, perché ero un ragazzo gay in un ambiente fortemente machista e patriarcale. Vivo a New York ormai da ventisei anni, e non solo provo una profonda nostalgia per la mia città natale, ma la mia città natale è cambiata radicalmente in seguito alla deindustrializzazione, alla disoccupazione di massa e alla trasformazione profonda del mondo operaio, che gli ha tolto ogni controllo sulla propria vita. La città è diventata incredibilmente liberale, incredibilmente moderna; è cambiata del tutto.

E come cambia te nei suoi confronti?

Provo nostalgia a causa della distanza geografica, ma provo anche una nostalgia legata al tempo, per una città che in realtà non esiste più nella forma in cui la conoscevo da bambino. E poiché c'era un silenzio assordante intorno alla mia educazione – non potendo leggere libri come quelli che scrivo oggi, né avendo il permesso di parlare della povertà, dell'essere gay o della dipendenza in famiglia -, sento che oggi, da adulto, sto cercando di documentare che cosa sia stato quel mondo. Non solo perché non potevo dirlo quando ero un bambino, ma perché il tempo ha quasi cancellato la città che conoscevo.

È questo, quindi, il motivo per cui omosessualità e working class hanno così ampio spazio nei tuoi libri?

Quando sono entrato nei miei vent'anni, ho iniziato a leggere la storia della letteratura della classe operaia e, successivamente, anche quella della letteratura queer, accorgendomi però che non si sono mai sovrapposte. La letteratura queer raccontava sempre storie di privilegio, o vite ambientate in grandi città, collegi esclusivi, dimore signorili e scuole private. Le conseguenze dell'essere omosessuale erano completamente diverse, così come le possibilità di mobilità: l'idea di poter fare fagotto, trasferirsi altrove e trovare la propria gente, la propria tribù, assumeva contorni del tutto differenti.

Non c'era una letteratura che raccontasse quello che vivevi, quindi?

Io mi inserisco in una lunga tradizione di scrittori scozzesi della classe operaia – penso a James Kelman, Alistair Gray, Irvine Welsh, Agnes Owens -, ma anche quando raccontano il nostro paese, i loro testi adottano quasi sempre un punto di vista esclusivamente maschile ed eterosessuale. Nella loro letteratura le persone gay semplicemente non esistono. Eppure siamo sempre esistiti, in Italia come in Scozia. Perciò sento che questo è un progetto profondamente necessario. Non si tratta soltanto di espressione artistica o del desiderio di raccontare queste storie: sento una vera e propria urgenza, un obbligo morale.

Le cose sono migliorate col tempo?

Oggi, nel mondo occidentale – negli Stati Uniti e nel Regno Unito, mentre non saprei collocare esattamente l'Italia sul fronte dei diritti umani, pur sapendo che resta un luogo molto conservatore -, la comunità queer è andata così avanti che spesso non vuole più parlare dei nostri recenti momenti difficili. Si tende quasi a voler discutere solo dei bei momenti, delle feste, delle celebrazioni, del romanticismo. E questo è un modo di pensare molto pericoloso, che costituisce un'altra forma di cancellazione e silenzio. Sento quindi il bisogno impellente di ribadire che, nel corso della mia vita, le cose sono state incredibilmente difficili.

Nel libro il gaelico, lingua identitaria che rende tale quella comunità, è anche usata come strumento per escludere. Quanto è importante la lingua, nel romanzo, come forma di appartenenza e contemporaneamente di potere?

La lingua è essenziale. Nella mia vita è sempre stata uno strumento di orgoglio ma anche di oppressione. Nel Regno Unito l'accento conta molto, e da bambino mi dicevano che il mio era quello sbagliato, perché tradiva povertà e mancanza di istruzione, non essendo il modo desiderabile di parlare. Eppure era il mio modo di parlare, il modo in cui parlavano i miei vicini e in cui guardavamo il mondo. Parlando poi del gaelico, si tratta di una lingua minoritaria parlata forse da sole poche decine di migliaia di persone, in gran parte perché il governo ha cercato di sradicarla con la forza dalla popolazione locale. Sento una forte protezione verso le voci locali, i dialetti e le lingue, visti come un atto di resistenza e come un modo per riparare ai danni causati dalle classi sociali. Il governo inglese voleva che dimenticassimo il gaelico, definendolo "la lingua della gente selvaggia e malvagia". E questo in parte perché i governi detestano che i loro cittadini parlino una lingua che essi stessi non comprendono, cercando così di standardizzare ogni cosa come forma di controllo.

Tu lo conoscevi?

Il gaelico è più antico dell'unificazione tra Scozia e Inghilterra; è una lingua fiera. Io non sono un madrelingua gaelico, ho dovuto impararlo facendomi aiutare dagli amici, ma lo volevo fortemente: sentivo di avere una certa risonanza a livello globale e desideravo celebrare questa lingua. Mi piaceva anche usarla per scopi drammatici: adoro il fatto che i personaggi la utilizzino per escludersi a vicenda, per parlare alludendo ad altro o per passarsi dei segreti. E amo quando usano il gaelico come lingua romantica tra John ed Innis, per poi passare bruscamente all'inglese – dicendo "basta con la lingua degli affari" – e facendo venire meno tutta questa dimensione romantica.

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Douglas Stuart e il libro John figlio di John

Etta, Grace e Isla reagiscono in modi molto diversi alle regole della comunità: sopravvivendo, fuggendo o mettendole apertamente in discussione. Perché ha sentito il bisogno di affidare a tre personaggi femminili così diversi una parte importante del discorso sulla libertà?

Credo che le donne rappresentino la vera forza del romanzo: non hanno alcun potere sociale, trattandosi di un contesto dominato dal lavoro manuale e dalla Chiesa, e di conseguenza non possono comandare, eppure sono l'elemento assoluto. Nel libro c'è una frase precisa: le donne sono la malta che tiene insieme la comunità, e se le donne vengono rimosse, gli uomini vanno in pezzi. E credo che sia assolutamente vero. Mi sono reso conto di stare scrivendo di un padre e un figlio che si amavano moltissimo, così vicini da formare un nucleo familiare chiuso in quella piccola casa, dove lavoravano, pregavano e mangiavano insieme, eppure erano incapaci di esprimere la propria verità emotiva. Del resto, sono cresciuto circondato da uomini che non parlavano mai delle proprie emozioni: anche quando eri legatissimo a loro, non ti rivelavano mai ciò che provavano. Sapevo di poter gestire questa dinamica dal punto di vista tecnico e narrativo, ma con una donna non puoi farlo: le donne non si possono ingannare, una donna sa sempre tutto. Specialmente in una famiglia così unita, la donna vede ogni cosa.

Come hai gestito tutto questo materiale?

La sfida è diventata capire come mantenere questi uomini racchiusi nel loro silenzio, e allo stesso tempo fare in modo che le donne del loro universo vedessero e sapessero tutto, pur senza avere il potere di interrompere quella situazione, senza la forza di smascherare le loro vite e i loro inganni. Parlando di Etta, poi, volevo che all'inizio apparisse quasi come un personaggio passivo: è malata fin dalla prima riga del libro, sta morendo. Ma non è affatto così; è il personaggio più forte del romanzo e non solo: è l'architetto di tutto, colei che ha messo in moto ogni cosa.

E comprende il gaelico.

Esatti, benché le sia sempre convenuto fingere di non capirlo, perché in questo modo poteva ascoltare di cosa parlavano davvero. Inoltre, è lei che salverà Isla, pensando già a come aiutarla e a gestire tutto il resto. Parla della grande forza delle donne e della debolezza degli uomini forti: gli uomini forti possono essere estremamente fragili.

Il ruolo di direttore creativo nel mondo della moda è stata la cosa più grande a cui hai dovuto rinunciare per la scrittura?

Sì, credo di sì, e mi sentivo molto in colpa per aver voluto seguire i miei sogni. Ho lavorato per oltre vent'anni nella moda, avevo due lauree, un master, ed era il modo in cui pagavo l'affitto. Ma, alla fine del giorno, ero infelice – o meglio, ero felice professionalmente, ma non lo ero artisticamente. Perciò ho dovuto fare una scelta e, per molti versi, non avendo né figli né genitori, sentivo che l'unica persona verso cui avevo una responsabilità ero io stesso. E così, in un certo senso, sono riuscito a farlo.

Qualche giorno fa ero a Parigi e il tuo libro era in vetrina da Shakespeare and Company. È passato qualche anno, ma com’è scrivere dopo la vittoria di un Booker Prize, quando hai gli occhi del mondo addosso?

Avevo iniziato a scrivere questo libro nel 2019, prima di vincere il Booker Prize e prima di pubblicare altro, e ne sono davvero grato perché almeno ho potuto sviluppare le mie idee e avere una visione chiara. Intanto avevo anche già chiuso "Il giovane Mungo". La notte in cui ho vinto il Booker, moltissimi dei giornalisti con cui mi sono trovato a parlare mi hanno fatto domande tipicamente britanniche: appena ottieni un po' di successo, non vedono l'ora che tu fallisca.

Cioè?

Sono quasi esultanti di fronte alla tua prevista caduta. Vogliono sapere se il tuo prossimo libro farà schifo, come farai a essere all'altezza delle aspettative. Non riescono semplicemente a festeggiare.
Perciò ero molto felice di aver già finito Mungo e di essere già al lavoro su quest'altro romanzo. Tuttavia, tutto è cambiato, soprattutto intorno alle aspettative. Credo che vincere il Booker come romanziere d'esordio sia una cosa meravigliosa, ma comporti anche una pressione un po' eccessiva, perché ogni scrittore si evolve, impara e cerca di migliorare costantemente. Di solito un premio del genere arriva come coronamento di una carriera già avviata da molti anni.

Cosa è cambiato, quindi?

Che ho dovuto imparare in pubblico: sto praticamente crescendo sotto gli occhi di tutti, e questa è una forma di pressione unica. Allo stesso tempo, però, mi ha permesso di scrivere a tempo pieno, il che è stato un regalo meraviglioso per la mia arte e mi ha evitato di dover tornare a lavorare nella moda. Però sono anche uno scrittore che non riesce a fare quella cosa che fanno tutti gli autori, ovvero sedersi alla scrivania e scrivere ogni singolo giorno. Avendo trascorso i primi quindici anni della mia carriera letteraria a scrivere quando potevo – quindici o venti minuti nei ritagli di tempo -, ora che ho tutto il tempo del mondo non riesco a integrarlo. Continuo a essere una persona che deve scrivere solo quando sente davvero il bisogno di farlo.

Dopo Shuggie e Mungo dicesti in un’intervista: "Considero entrambi i libri parte di un futuro trittico, un arazzo dai contorni liberi sulla mascolinità scozzese, se vogliamo". Direi che questo trittico è completo, ora c'è altro che vuoi indagare?

In realtà, l'altro giorno ho risposto a un giornalista che "mi ritiro", ma il mio editore si è arrabbiato moltissimo: "Non dirlo in pubblico!", mi ha detto (ride, ndr)

Ma era un titolo perfetto, da prima pagina. La verità qual è, però?

È una cosa interessante. Spero di trasferirmi a New York e di scrivere un libro sulla moda. Credo che la moda sia un ecosistema di cui, se ti trovi all'esterno, riesci a cogliere solo la superficie. È un business da mille miliardi di dollari che compie molte azioni scellerate in tutto il mondo: distrugge il pianeta e, dietro la facciata di lusso che a volte mostra, cela sfruttamenti e condizioni di lavoro disperate. Penso che ci sia una faccia autentica della moda di cui vorrei scrivere. Per me questo rappresenta la naturale continuazione di un discorso sulle classi sociali, sul lavoro e su tutte queste tematiche. Spero di poterlo scrivere un giorno. Questa è un'esclusiva, non l'avevo mai rivelato a nessuno prima, di solito rispondo sempre "non lo so, non lo so".

Douglas Stuart presenterà il suo libro al Festivaletteratura Mantova, con Mario Desiati, sabato 12 settembre 2026.

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