Vittorio Gassman e Jean-Louis Tritignant in una celebre scena de "Il sorpasso" di Dino Risi.
in foto: Vittorio Gassman e Jean–Louis Tritignant in una celebre scena de "Il sorpasso" di Dino Risi.

Nel suo De Vulgari Eloquentia Dante Alighieri cerca di individuare quale "volgare" fosse tanto nobile, "decoroso ed illustre", da guadagnarsi il titolo di lingua ufficiale. Nel nono capitolo, arrivato al romano, il Sommo poeta non potrebbe essere più duro: i Romani, dice Dante, non possono essere presi in considerazione in quanto la loro parlata è un "tristiloquio, è il più turpe di tutti i volgari italiani".

"Scherza ch'i fanti, ma lassa stà i santi", si dice: e se i santi non devono essere disturbati, con le persone la lingua romanesca sa giocare eccome. Così moltissime delle "offese" più colorite e vivaci scopriamo che derivano da mestieri, o da tipi di persone che l'occhio acuto e ironico del romano non tralascia di classificare: come il "coatto", il cafone per eccellenza. Anche se il termine possiede un'etimologia latina derivata dal gergo giuridico, questa parola nel corso dei secoli è passata ad indicare persone vissute in un ambiente malavitoso, fino ad assumere la connotazione che ha oggi.

Il coatto non deve essere confuso con il "burino", altro simbolo romano per eccellenza: il rozzo, lo zotico, trova nel contadino che si trasferiva dalle campagne di Roma il suo corrispettivo figurato. Totalmente diverso dal "boro" che è sì cafone, zotico e imbarazzante, ma proviene dalla città.

Sono tantissimi altri gli insulti derivati da mestieri, da luoghi di provenienza o semplicemente troppo curiosi per essere ignorati: come lo stupido "babbione", usato spesso anche in italiano, o il "cazzabbubbolo". Quest'ultimo termine, di origine toscana, descrive un ometto sciocco e presuntuoso. Come sciocco è chi si fa "impresciuttà", ovvero ignora le cose anche più palesi. Un tipo ridicolmente raffinato lo chiameremmo "cocimelovo", mentre uno fin troppo cortese e lecchino sarebbe un "lavannaro". Un'accezione negativa ha anche il "baciapile", una persona fin troppo religiosa, mentre quella fin troppo superstiziosa è un "cornacchione".

La parlata romanesca conserva tratti di stupefacente vivacità fin dai tempi più antichi, con una ricchezza di espressioni derivate dai più svariati campi della vita quotidiana. Espressioni come "li mortacci tua" sono entrate nell'immaginario comune a simboleggiare l'estrema immediatezza di questa lingua che non lesina sinonimi e non ha bisogno di giri di parole per indicare uno stato d'animo o una condizione particolare. Non esiste "censura" o "decoro" e, forse proprio per questo, resta una delle parlate più affascinanti dell'Italia dei dialetti.