Caso Raiz, Alonzi: “Il pubblico decide prima che cosa abbia detto e poi lo aggredisce per averlo detto”

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Maria Beatrice Alonzi, scrittrice ed esperta di etica della comunicazione, analizza a Fanpage.it il caso Raiz: “Alla fine la maglietta non ricorda più nulla: accusa”. Sul meccanismo: “Iniziamo con l’avere una biografia e finiamo con l’avere un fascicolo”. Sulla censura anticipatoria: “Insegna alle persone a rimuoversi preventivamente”.

Una maglietta dei Culture Club indossata sul palco, un post che invita al boicottaggio, e poi le minacce: fantasie sulla vita privata, riferimenti a persone non più tra noi, auguri di morte rivolti ai figli e ai nipoti. Raiz ha raccontato tutto in un lungo intervento su Instagram e ha annunciato azioni legali. La catena che ha prodotto quell'ondata è nota: Culture Club porta a Boy George, Boy George alla sua canzone di sostegno a Israele, la canzone a Raiz.

Ma come funziona, esattamente, il passaggio in cui un maglietta, che Raiz ha associato a un ricordo proprio, diventa una prova politica? Lo abbiamo chiesto a Maria Beatrice Alonzi, scrittrice, sceneggiatrice ed esperta di etica della comunicazione. Lavora sulle conseguenze delle narrazioni pubbliche, sulla reputazione e sulla costruzione dell'identità negli spazi digitali, e ha pubblicato sei libri per Vallardi, Salani e Sperling & Kupfer; il più recente è Hai ancora paura (2026).

La sua risposta parte da una formula: i social network sono fatti a immagine e somiglianza dell'inconscio. Associano per vicinanza, comprimono tempi diversi, e a un certo punto il presente torna indietro e colonizza il passato. "Iniziamo con l'avere una biografia e finiamo con l'avere un fascicolo."

Sul caso della maglietta di Raiz, hai scritto che "non parla, ma online viene interrogata finché confessa". Come funziona tecnicamente l'interrogatorio a cui viene sottoposto un oggetto come la maglietta di Raiz? Qual è il primo passaggio?

Partirei da una formula che uso spesso: i social network sono fatti a immagine e somiglianza dell'inconscio. È una metafora, ma descrive con precisione il modo nel quale possono circolare i significati. La mente umana non procede soltanto per dimostrazioni logiche. Associa per vicinanza, somiglianza e ripetizione; condensa tempi diversi; trasferisce su un oggetto piccolo un conflitto molto più grande. Le piattaforme rendono questo funzionamento pubblico, replicabile e collettivo.

Il primo passaggio consiste nel sottrarre l'oggetto alla sua storia. Raiz attribuisce a quella maglietta un significato autobiografico: il ricordo di uno dei progetti musicali che lo hanno formato durante l'adolescenza. Online, invece, la maglietta perde il suo proprietario. Culture Club conduce a Boy George; Boy George conduce alla canzone We Will Dance Again; la canzone viene letta come una posizione pro-Israele; quella posizione conduce all'etichetta di sionista; l'etichetta viene infine applicata a Raiz. A ogni passaggio la contiguità prende il posto della prova. Alla fine la maglietta non ricorda più nulla: accusa.

L'interfaccia rende questa trasformazione particolarmente potente. Ognuno riceve il contenuto sul proprio telefono e vive un'esperienza apparentemente individuale, ma vede commenti, condivisioni, numeri e reazioni che gli restituiscono la sensazione di trovarsi davanti a una folla. Tecnicamente noi possediamo ciascuno un algoritmo personale: sistemi comuni di ranking e raccomandazione costruiscono feed personalizzati a partire dai nostri comportamenti e dalle reazioni che prevedono. Psicologicamente, però, siamo soli davanti allo schermo e contemporaneamente esposti allo sguardo di un gruppo percepito.

Quando un'associazione riceve abbastanza conferme visibili, comincia a sembrare una realtà già accertata. Un like non costituisce una prova, eppure può funzionare come una prova percepita. La catena, inoltre, non avanza ordinatamente da A a B, poi da B a C. Si riproduce lungo migliaia (a volte milioni, contemporaneamente) di percorsi paralleli. Molte persone incontrano direttamente l'ultima conclusione e non vedono più i passaggi che l'hanno prodotta, le persone alle quali è accaduta la stessa catena e l'attenzione che ciascuno gli ha riservato. A quel punto non leggono più: "Raiz indossava una maglietta dei Culture Club". Leggono: "Raiz ha lanciato un messaggio politico a sostegno di Israele" (cambia persino il tempo verbale). Ti sembra il telefono senza fili? Lo è: ma di portata spaventosa.

La cosa più interessante e più grave sta qui: il presente torna indietro e colonizza il passato. Una posizione assunta oggi da Boy George pretende di spiegare ciò che Raiz amava da adolescente. Una biografia complessa viene riletta finché ogni amicizia, lutto, appartenenza e ricordo non sembra coerente con l'accusa formulata nel presente. Iniziamo con l'avere una biografia e finiamo con l'avere un fascicolo.

Chi partecipa alla catena si rende conto di starlo facendo?

Spesso no, anche se naturalmente non possiamo sapere che cosa accada nella mente di ogni singola persona. Il meccanismo funziona proprio perché ciascun gesto appare piccolo e ragionevole: condivido, aggiungo un commento, riconosco quello che il gruppo mi presenta come un segnale. Chi partecipa raramente si rappresenta come qualcuno che sta fabbricando una prova; pensa di averla riconosciuta.

La fiducia nel gruppo appartiene alla nostra storia umana. Sopravviviamo e costruiamo identità attraverso la cooperazione, l'imitazione e la lettura delle norme condivise. Online questa tendenza incontra gruppi mobili, spesso anonimi, e indicatori visibili di approvazione. Le reazioni degli altri ci dicono rapidamente quale interpretazione riceverà premio e quale produrrà isolamento. Il dissenso, quando ha un costo, tende a diventare silenzioso; quel silenzio viene poi scambiato per consenso.

Nel caso di Raiz c'è un dettaglio decisivo. Lui racconta di essere rimasto colpito soprattutto dai commenti di persone che conosceva da una vita e che avrebbe potuto considerare amiche. Il nemico conferma il confine del gruppo; l'amico ambiguo lo mette in pericolo. Per questo i gruppi polarizzati sorvegliano con particolare durezza i propri membri e le figure difficili da classificare. Raiz è ebreo, ha vissuto in Israele e ha espresso giudizi durissimi contro Netanyahu e il governo israeliano. La sua storia non entra docilmente nella casella dell'alleato o del nemico. Quando l'ambiguità diventa intollerabile, il gruppo tenta di risolverla imponendo una prova di fedeltà.

Quanto pesa l'algoritmo in tutto questo?

Pesano molto (sono tantissimi gli algoritmi che governano i comparti di ciascun social network, non è uno, mai stato uno), purché smettiamo di immaginarli come burattinai onniscienti. Con la parola algoritmo indichiamo, in modo semplificato, diversi sistemi di ranking e raccomandazione. Questi sistemi raccolgono segnali comportamentali e stimano quali contenuti guarderemo più a lungo, commenteremo, condivideremo o ci faranno tornare sulla piattaforma. Ne traggono la possibilità che abbiamo un lavoro insoddisfacente, una relazione difficile o una specifica fragilità; imparano che alcuni contenuti catturano la nostra attenzione con maggiore regolarità, e ricominciano. I contenuti che vediamo funzionano ad asta (come le adv): gli algoritmi provano a farci vedere A, sulla base di ciò che hanno immagazzinato su di noi, se non funziona passano a B e imparano. Questo cambia migliaia di volte al giorno: gli algoritmi sofisticati di alcune piattaforme sanno che in quel momento non vogliamo una ricetta, allora ci propongono un gattino, anche se la stessa mattina la ricetta ci andava benissimo. Domani riproveranno la ricetta, il gattino, e tutto quello che abbiamo finito per guardare nel mezzo.

Anche l'indignazione: se l'indignazione ci trattiene, produce commenti e ci spinge a tornare, il sistema riceve un segnale utile e propone contenuti simili. La ricerca ha mostrato che il linguaggio morale ed emotivo tende spesso a diffondersi di più e che le ricompense sociali possono insegnare agli utenti a esprimere più indignazione nel tempo. Questo non accade a tutti e non determina automaticamente ciò che pensiamo. Crea però un ambiente nel quale le espressioni più intense risultano più visibili e una minoranza molto attiva può apparire come una maggioranza.

La piattaforma, dunque, non inventa il bisogno umano di appartenenza e non crea dal nulla l'associazione tra la maglietta e Israele. Offre velocità, ripetizione, pubblico e ricompensa. Il meccanismo umano fornisce il materiale; l'architettura digitale gli consegna una scala, una velocità e una misurabilità nuove. Il rischio più sottile consiste nel confondere la frequenza dell'esposizione con la frequenza sociale: ciò che vedo continuamente finisce per sembrarmi ciò che pensano tutti.

Proprio in questi giorni Meta affronta negli Stati Uniti un processo promosso da diversi Stati americani sulle presunte scelte di design rivolte ai minori e sulla raccolta dei loro dati, accuse che l'azienda contesta. È un contesto diverso dal caso Raiz, ma ricorda un punto essenziale: l'architettura delle piattaforme produce conseguenze sociali e non può essere trattata come uno sfondo neutro.

Oltre al caso Raiz, c'è stato il caso Nevruz, aggredito dopo aver esposto la bandiera palestinese. Sono due casi identici?

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Nevruz contestato in provincia di Mantova per aver esposto la bandiera della Palestina.

No. Appartengono allo stesso clima, ma descrivono due passaggi diversi. Nevruz espone deliberatamente una bandiera palestinese e pronuncia un discorso contro la guerra e il riarmo. Viene aggredito per ciò che ha scelto di comunicare. Raiz indossa un oggetto al quale attribuisce un significato autobiografico; il pubblico gli assegna un messaggio politico e poi lo punisce per quel messaggio.

La distinzione si può formulare così: Nevruz viene aggredito per ciò che ha scelto di dire; nel caso di Raiz il pubblico decide prima che cosa abbia detto e poi lo aggredisce per averlo detto. Nel primo caso il simbolo è politico per intenzione e contesto. Nel secondo viene politicizzato retroattivamente.

Resta un elemento comune: la minaccia sostituisce il confronto con la punizione. Critica, boicottaggio e minaccia vanno tenuti separati. La critica e il boicottaggio appartengono alla sfera del conflitto pubblico; la minaccia introduce coercizione, paura e possibili conseguenze legali. I commenti rivolti a Raiz non rappresentano l'intero movimento pro-Palestina, così come gli aggressori di Nevruz non rappresentano tutti coloro che contestano le sue posizioni. Il meccanismo che stiamo osservando attraversa le fazioni.

Spiegare il meccanismo non rischia di sembrare una giustificazione di chi lo mette in atto?

Il rischio esiste soltanto quando confondiamo una causa con un'assoluzione. Una condotta può essere spiegabile sul piano causale e restare inaccettabile sul piano etico e giuridico. Capire come il bisogno di appartenenza, la paura dell'ambiguità, l'indignazione e la struttura della piattaforma concorrano a produrre una minaccia non riduce la responsabilità di chi la formula. La rende più leggibile e quindi più prevenibile.

Trattare l'aggressore come un mostro incomprensibile offre un sollievo morale immediato: ci consente di pensare che il problema appartenga soltanto a persone completamente diverse da noi. I fenomeni collettivi più pericolosi, invece, spesso crescono attraverso meccanismi ordinari che, in determinate condizioni, diventano distruttivi. Capire aumenta la responsabilità, perché toglie al gesto l'alibi del mistero.

Da dove nasce quella necessità?

Nasce dall'incrocio tra emozione, tempo, pubblico e appartenenza. Le emozioni organizzano l'attenzione e preparano all'azione. La rabbia orienta verso il confronto e la rimozione di un ostacolo; la paura verso la protezione e l'allontanamento. Sono sistemi preziosi, ma non infallibili: funzionano sulla base di ciò che percepiamo, e la percezione può essere incompleta o distorta dal contesto.

Le piattaforme comprimono il tempo della risposta. Il contenuto arriva già accompagnato da una cornice, da commenti e da un pulsante che permette di reagire prima di aver ricostruito la storia. In una situazione di pericolo immediato, la strategia più rapida può coincidere con la più efficace: se un'auto mi viene addosso, ritraggo il piede. Davanti a un oggetto ambiguo, la risposta più rapida può invece proteggere nell'immediato la mia identità di gruppo e danneggiare la comprensione, le relazioni e perfino la mia posizione legale.

C'è poi un secondo livello. Nei gruppi costruiti attorno a una questione vissuta come morale, reagire pubblicamente diventa una dichiarazione su di sé. Non sto soltanto giudicando Raiz; sto mostrando agli altri chi sono io. Il silenzio può essere interpretato come complicità, la moderazione come debolezza, la complessità come sospetto. L'urgenza della reazione viene scambiata per sincerità morale.

Quando l'appartenenza si costruisce soprattutto attraverso il rifiuto di un nemico, il gruppo ha bisogno di continue dimostrazioni di distanza. Dire ciò che pensiamo nel presente non basta più: dobbiamo provare che ogni frammento della nostra vita sia sempre stato dalla parte corretta. È una richiesta di purezza impossibile e, proprio per questo, interminabile. (Che errore grande commettiamo quando, perché qualcuno ci piaccia o possiamo stimarlo, debba essere stato sempre perfetto, puro, scevro da ogni inciampo e dubbio: da pensare che oggi si abbia bisogno di idoli, più che di artisti.)

Ti è mai capitato di smettere di dire o di postare qualcosa per non lasciarti assegnare una posizione? Ti capita di autocensurarti?

Ti parlo di coloro che aiuto a costruire reputazione e un posizionamento etico sui social e, in generale, negli spazi digitali: capita certamente di scegliere di non pubblicare qualcosa, di cambiarne la forma o di rimandarne il momento. Sarebbe poco serio sostenere il contrario. Distinguo sempre però la scelta strategica dall'autocensura. La strategia nasce quando conoscono il loro obiettivo, valutiamo i costi e decidiamo consapevolmente quale prezzo accettare. L'autocensura comincia quando la punizione immaginata restringe lo spazio di ciò che qualcuno riesce perfino a pensare e lo induce a sparire prima ancora di parlare.

Nel lavoro sulla reputazione la prima domanda che pongo, soprattutto durante una crisi, è: che cosa sei disposto a sacrificare? Tutti sanno dire che cosa vorrebbero ottenere. Nel momento critico, invece, non si può proteggere tutto con la stessa intensità. La correttezza dei fatti è il vincolo di partenza; poi bisogna stabilire una gerarchia tra sicurezza, tutela legale, privacy, fiducia, velocità, visibilità e benessere (anche mentale) delle persone coinvolte. Questa gerarchia andrebbe costruita prima della crisi, perché nel pieno dell'allarme il gruppo esterno tende a decidere al posto tuo.

Il caso Raiz mostra una forma di censura anticipatoria molto efficace. L'artista successivo, prima di salire sul palco, guarderà la propria maglietta e si domanderà che cosa potrebbe confessare al posto suo. Prima di condividere una canzone controllerà le dichiarazioni recenti dell'autore; prima di pubblicare una fotografia valuterà chi compare nell'inquadratura. Nessuno gli avrà vietato formalmente nulla, eppure il repertorio dei gesti possibili si sarà già ristretto. La censura più efficiente arriva quando non deve rimuovere il contenuto, perché insegna alle persone a rimuoversi preventivamente.

Un esempio?

Il debunking è un esempio molto chiaro. Immaginiamo che una persona pubblichi un video in cui sostiene che la fragilità psichica non esista. Posso ignorarlo, posso usare il suo video in uno stitch e rispondergli direttamente, oppure posso realizzare un contenuto autonomo nel quale spiego che cos'è la fragilità psichica, quando diventa limitante e quando sfocia in disturbo (e che in ogni caso l'unica strada è rivolgersi ai professionisti della salute mentale quali psicoterapeuti e psichiatri), come viene diagnosticato e perché costituisce una condizione clinica reale e documentata.

Lo stitch eredita il conflitto, il volto dell'avversario e una parte della sua attenzione. Per questo può ottenere una diffusione più rapida. Porta però con sé altri effetti: espone nuovamente il pubblico all'affermazione falsa, offre visibilità a chi l'ha formulata, richiama la sua comunità e trasforma la divulgazione in un duello personale. Il contenuto autonomo può crescere più lentamente, ma consente di controllare meglio la cornice, il linguaggio e ciò che il pubblico ricorderà.

Prima di scegliere, bisogna chiedersi quale risultato stiamo ottimizzando: portata, accuratezza, fiducia, conversione, qualità della discussione, salute mentale di chi pubblica. La piattaforma può premiare il duello; la divulgazione può avere bisogno di un'altra forma. La viralità misura soltanto la circolazione. Qualità ed efficacia complessiva richiedono altri indicatori. Si deve decidere, di volta in volta: cosa si è disposti a sacrificare?

Quindi la risposta è che non ti sei mai censurata?

Su di me non saprei, ma posso parlarti di coloro con i quali lavoro: la risposta più onesta è che ho certamente selezionato ciò che a volte fosse giusto dire e in base al loro desiderio di censurarsi qualche volta anche mentre non se lo riconoscevano. L'autocensura sa travestirsi molto bene da prudenza, buon senso e professionalità. Cerco quindi di rendere loro esplicito il conflitto: stai cambiando la forma per far arrivare meglio il pensiero, oppure stai cancellando il pensiero per evitare che qualcuno ti assegni un'identità?

La capacità di sostenere le conseguenze di una presa di posizione, inoltre, non è distribuita in modo uguale. Chi possiede sicurezza economica, un ruolo istituzionale, una reputazione consolidata, un team e assistenza legale paga il conflitto in modo diverso da una persona giovane, precaria o completamente dipendente dalla piattaforma per lavorare. Il coraggio pubblico non può essere misurato ignorando il prezzo richiesto a chi parla.

Per me una buona strategia reputazionale deve proteggere proprio questo: la possibilità concreta di scegliere. La linea decisiva passa tra una decisione che resta a chi la compie e una paura collettiva che decide al posto suo.

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