Siamo alla fine del concerto di Brunori Sas, mancano pochi minuti, sta per terminare "Per due che come noi", quando il cantante si interrompe e lascia che a cantare le ultime strofe sia Simona Marrazzo, sua moglie e una delle musiciste in tour: "Dopo vent'anni a dirsi ancora di sì e stai tranquilla, sono sempre qui a stringerti la mano. Ti amo, andiamo". È il momento in cui quella canzone non sembra più solo una canzone, ma racconta un'intimità che percorre, con registri diversi, tutto lo spettacolo messo su dal cantautore calabrese. Certo, siamo a teatro e il palco è il luogo della finzione, ma il confine tra ciò che è costruito per essere visto e ciò che è autentico si fa sottile, per un istante.
Ed è in questo equilibrio tra spettacolo e vita, tra personaggio e persona, che Brunori trova una delle chiavi del suo racconto: usa la messinscena per avvicinare il pubblico a qualcosa che sul palco, almeno per una volta, non ha bisogno di essere recitato. Dieci monologhi e diciotto canzoni (diciassette più "Guardia '82", fatta dopo i saluti, da solo con la chitarra e il pubblico) è la formula che Brunori ha scelto per tornare alla formula del teatro-canzone à la Gaber. E l'ha chiamata "TUTTOBRUNORI", tutto in maiuscolo.
È un periodo in cui alcuni artisti stanno sperimentando una nuova strada per portare la propria musica al pubblico. Uno spettacolo che mescola musica e recitazione: lo ha fatto Ghemon – che a un certo punto ha deciso di puntare solo sulla stand up comedy -, Arisa, ma anche Francesca Michielin, che ha annunciato un tour concepito come un piccolo spettacolo di Broadway. La musica resta protagonista, ma si mette anche al servizio di una narrazione che ne amplifica il messaggio, soprattutto quando dietro a un album o a un progetto esiste un filo conduttore che ne orienta lo sviluppo. Per Brunori sono le coppie di canzoni che esplicano quello che il cantautore recita nei monologhi.

Il pubblico di Brunori, quello che lo segue da anni, non sarà sorpreso, conoscendo le sue doti di intrattenitore: nei suoi show, infatti, ha sempre usato la comicità nei momenti di transizione tra le canzoni. I suoi firmacopie erano vere e proprie sessioni di stand up e anche il grande pubblico del Festival di Sanremo ha potuto assaporare questo lato che si alterna a una capacità emotiva che è evidente nei suoi brani. Questo spettacolo è costruito soprattutto sull'ironia, Brunori gioca con la sua vita, c'è suo padre, la sua paternità, quindi sua figlia Fiammetta, la vita di coppia, il trascorrere degli anni con la crisi della mezza età.
Il cantautore ha costruito un percorso tale che questo sconfinamento risulta naturale, qualcosa che era ovvio che accadesse prima o poi. Non è scontato, certo. Il pericolo maggiore era quello di perdere quell'autenticità che nasceva dall'improvvisazione. Ma se nel primo monologo l'artista è fermo e sembra aiutarsi con un gobbo, per il resto dello show sembra andare a braccio, rendendo tutto molto più spontaneo. È uno spettacolo di risate e commozione, che usa la vita privata per raccontare anche il mondo che ci circonda: è uno spettacolo politico, senza paura di dichiararlo. Ma anche con la voglia di desacralizzare il modo in cui la politica entra nelle nostre vite, senza trasformarsi in una lezione o in un comizio.
Nel pubblico sventola una bandiera della Palestina, causa a cui il cantautore è legato. Brunori, inoltre, non si nasconde dietro a un dito quando parla del suo essere di sinistra, con un simpatico aneddoto su Salvini che cantava le sue canzoni durante un torneo di tennis. In questo spettacolo, ancora una volta, si vede un percorso lungo, lento, che gli ha dato la possibilità di maturare e non bruciare tappe fondamentali. Le canzoni riarrangiate assumono un sapore diverso ma sempre confortevole grazie a una band formidabile, il repertorio è solido, ci sono classici ma anche tutte le canzoni dell'EP "Cheap", e tutto è armonico.
Insomma, il concerto conferma che Brunori è il cantautore per antonomasia della sua generazione, in grado di rendere universale ciò che è personale, in equilibrio perfetto tra ironia e malinconia. Uno degli ultimi cantautori classici, inteso nell'accezione della capacità di essere senza tempo, ma suonando contemporaneo. E soprattutto fare quello che il cantautorato ha sempre promesso: raccontare il proprio tempo, cominciando da sé.