Addio ad Antonio De Simone, il ricordo dell’ex direttore del MANN: “Metteva il futuro dell’archeologia davanti a sé”
È difficile elencare tutte le tappe del vasto e variegato curriculum di Antonio De Simone – archeologo, allievo di Alfonso De Franciscis e poi docente all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, scomparso giovedì 29 ottobre – così come scegliere un ricordo personale. Ma la mente va a me giovanissima che varca la soglia della Federico II per concretizzare finalmente il desiderio di diventare archeologa. Fu tra le prime persone che incontrai nella vecchia sede del dipartimento di Archeologia, situata nell’ex convento di via Porta di Massa.
L’immagine è nitida: l’ufficio del professore Fausto Zevi sulla destra e, in fondo al corridoio, De Simone che parlava con un gruppetto di studenti della delicata fase post-terremoto 1980 a Pompei. Intimorita, ma felice. Ero al centro del mondo. E lo sapevo. Non solo perché l’archeologia vesuviana attira da sempre l’interesse di studiosi e appassionati di ogni Paese, ma soprattutto perché smuove l’anima di chi si avvicina a quella tragica eruzione del 79 d.C. che, paradossalmente, ha sigillato la Storia, permettendole di arrivare intatta fino a noi. De Simone ha avuto, per di più, il merito immenso di raccontarci le tante storie racchiuse tra Pompei, la Villa augustea di Somma vesuviana e quella dei Papiri di Ercolano, riuscendo così a preservarle per l’eternità.
Affidiamo il suo ricordo a un compagno di "avventure" archeologiche, Paolo Giulierini, alla guida del MANN dal 2015 al 2023, che con De Simone ha avviato il complicato intervento di restauro, ancora in corso, del Mosaico di Alessandro Magno. A me resta impressa l’ultima domanda che gli feci di recente non su nuove scoperte o vecchi studi, ma sugli archeologi: "Mi dici quali sono le sfide di chi oggi è sul campo?". "Vieni allo scavo di Somma, ti aspetto", mi rispose. Non ho fatto in tempo. O forse è proprio questa l’eredità che il professore De Simone ci lascia: la spinta a continuare a conoscere.
Dottor Giulierini, Antonio De Simone ha vissuto l’archeologia non come una disciplina accademica distaccata, ma come un racconto vivo, capace di unire un rigore scientifico assoluto a una straordinaria generosità umana. Come si affronta, oggi, la perdita di un punto di riferimento così autentico?
De Simone ha scelto con coraggio la terza via: quella dell’impegno civile dell’archeologia. Un impegno supportato da una preparazione scientifica di altissimo profilo, riversata però non solo nel comparto accademico, ma anche nel rapporto con il mondo museale, l’imprenditoria privata, gli scavi, le istituzioni italiane e straniere.
Come vi siete conosciuti? Al di là del cordoglio istituzionale, quali sono l’immagine o il pensiero personali che le sono tornati subito in mente quando ha appreso la notizia della scomparsa?
Il professore faceva parte del CdA del Mann dalla prima ora, ovvero dal 2015. Non ha mai mancato di supportarmi, soprattutto nei momenti più difficili, come quello del Covid o nell’ultima parte del mio mandato quando, come spesso succede, tanti scendono dal carro del vincitore. Fu lui, insieme al professore Umberto Pappalardo, a segnalarmi, ad esempio, per il premio Maiuri. In seguito è venuto a trovarmi a Cortona e mi ha sempre incoraggiato, telefonandomi, a trovare comunque una strada. So con certezza che per me ci sarebbe sempre stato.
De Simone è stato una figura eclettica: uno scienziato di caratura internazionale che però non ha mai perso il senso profondo della relazione con colleghi e studenti. Cosa lascia in eredità alla scuola archeologica vesuviana e, più in generale, alla cultura italiana?
È stato un uomo di grande visione, una mente raffinata che poteva passare dal problema storico alla questione pratica legata al cantiere o al restauro. Ma non solo. Possedeva una qualità speciale.
Quale?
Aveva una statura intellettuale di vecchio stampo, un senso di solido equilibrio istituzionale e, se posso dire, non l’ha mai sfiorato l’idea di possesso del bene culturale. Il patrimonio nella sua concezione apparteneva a tutta quella comunità scientifica che voleva valorizzarlo con lealtà: dalle università giapponesi ai giovani studenti, ai grandi mediatori culturali. Nella mente di De Simone c’era spazio per tutti.

Nel 2021, sotto la Sua direzione al MANN, è iniziato lo storico restauro del mosaico di Alessandro Magno, di cui De Simone ha curato il progetto scientifico. In che modo si è articolata la vostra collaborazione così ravvicinata e complessa?
Mi fece capire senza mezzi termini la gravità della situazione e la necessità di un intervento risolutivo. Ma non pretese di avere ragione a prescindere: si confrontò con i nostri restauratori, gli uffici e varie università. Quello che non gli mancava era il coraggio, in questo caso fortemente motivato dal rischio di perdere uno dei più grandi capolavori del mondo antico. E, ancora, la sua profonda conoscenza degli aspetti tecnici fu determinante per risolvere alcuni problemi che parevano insormontabili, come stabilizzare le tessere e rovesciare il mosaico oppure prendere la decisione definitiva di posizionarlo orizzontalmente nella versione finale.
Dal punto di vista prettamente tecnico e scientifico, quali sono state le difficoltà maggiori che si sono dovute affrontare nel documentare e muovere un’opera così monumentale e fragile?
Principalmente due. Una di natura economica. Al superamento di questo ostacolo non da poco dedicai tutte le mie energie.
E l’altra?
La seconda riguardava l’ottenere preventivamente tutti quei dati che ci consentissero di prendere una decisione non avventata. Ma il professore era pure in contatto con numerosi enti di ricerca che padroneggiavano le nuove tecnologie di monitoraggio e, al contempo, aveva una confidenza tale con il tema del restauro da considerarlo il suo pane quotidiano. Insomma, un fuoriclasse.
Essendo delicata e sotto gli occhi della comunità scientifica di tutto il mondo, l’impresa ha sollevato anche alcune critiche e dibattiti accesi. Come avete gestito quelle tensioni e qual era la visione di De Simone in merito?
Il clima era di grande fiducia reciproca. Lui era consapevole che in un’operazione del genere io, come direttore, rischiavo di essere spazzato via dalle polemiche. Dal canto mio, sapevo che un passo falso avrebbe potuto compromettere il futuro dello stesso restauro. Ma entrambi abbiamo posto la salvaguardia dell’eccezionale reperto come priorità rispetto a noi stessi, credendo nell’utilità pubblica di un simile intervento.
Un punto di non ritorno per il destino del Gran Musaico. Come è andata finire?
Superate le resistenze iniziali legate a vecchie impostazioni, il programma è andato avanti spedito grazie al lavoro di una squadra straordinaria che non si è fermata neanche davanti alle restrizioni del Covid. Anzi, l’eco internazionale ha offerto l’occasione per ricevere il sostegno della televisione giapponese e per avviare una serie di documentari sul recupero della celebre opera musiva, tra cui uno realizzato con il suo carissimo amico Alberto Angela.
La storia stessa dello spostamento di questo capolavoro musivo è leggendaria: nel 1844 il pavimento fu trasportato dall’esedra della Casa del Fauno di Pompei al Real Museo Borbonico di Napoli su un carro trainato da sedici buoi, per poi essere sistemato a parete da Spinazzola nel 1916. Adesso, invece, sono state utilizzate moderne tecnologie ingegneristiche d’avanguardia per movimentare le sue circa sette tonnellate con una precisione millimetrica. Quali riflessioni vi ha stimolato questo dialogo a distanza di quasi due secoli?
Probabilmente anche nell’Ottocento si compì un mezzo miracolo, se solo si guardano le foto dell’epoca con argani e impalcature. Quegli argani hanno acceso l’idea che si potesse ricostruire una intelaiatura in metallo, completamente smontabile e rimontabile all’interno del museo, ma con processi di controllo del sollevamento legati a software di ultima generazione. Ecco, De Simone ci ha insegnato anche il valore della pluridisciplinarità.
Il mosaico immortala lo scontro decisivo tra Alessandro il Macedone e il re persiano Dario III, da molti interpretato come lo scontro tra Occidente e Oriente. Guardando alla complessità dello scenario geopolitico odierno, la Storia si ripete o l’archeologia può offrirci una chiave di lettura diversa per superare i conflitti?
Salvare il mosaico significa anche aprire la strada alla comprensione dei processi geopolitici di un tempo e del periodo attuale: la storia dello scontro tra Oriente e Occidente si ripete sempre negli stessi luoghi. Ma oggi possiamo provare a guardare il mondo non solo con gli occhi di Alessandro, ma anche con quelli di Dario e dei Persiani, cercando di comporre le ragioni di tutti.
Dottor Giulierini, sarò onesta: avrei potuto ricordare il professor De Simone attraverso mille aneddoti sulla sua lunga e feconda carriera, ma ho scelto questo cantiere perché incarna l’archeologia del prossimo presente. Non si tratta solo di scavare, ma di conservare e traghettare il passato nel futuro. Quale messaggio lascia questa monumentale sfida alla nuova generazione di archeologi, a quegli studenti che De Simone ha guidato come mentore e spinto a guardare avanti fino all’ultimo?
Che la cultura serve a preservare i nostri beni identitari, senza i quali non avremmo più una strada da seguire. Ma, soprattutto, che non basta essere grandi scienziati, bensì occorre avere uno spessore umano fuori dal comune per cambiare le cose in meglio. Tutti noi siamo tante tessere di un unico mosaico e, se non siamo uniti, il disegno non si legge più. De Simone, che era l’Alessandro dell’Archeologia, ce lo ha fatto capire con l’affetto di un fratello e di un padre, prima che di sommo archeologo.