Maria Paola Gaglione è stata uccisa perché il fratello non accettava la sua relazione con Ciro, un ragazzo trans gender. La cronaca recente ha fatto emergere, oltre alla drammaticità della vicenda, anche l'inadeguatezza di buona parte del mondo dell'informazione sull’uso corretto delle parole quando ci si approccia alle questioni di genere. Le parole hanno un peso nella descrizione della realtà. Ne abbiamo discusso con Vera Gheno, sociolinguista e docente universitaria, che da anni si occupa del tema.

C’è un problema di linguaggio e questioni di genere in Italia?

La risposta secca è si. Chiamare “Cira” il fidanzato della ragazza uccisa a Caivano, riferirsi a loro come “due amiche” o addirittura parlare della loro storia come di una generica “relazione lgbt”, vuol dire essere superficiali e non ammettere che esiste un problema di linguaggio quando si parla di questioni di genere. Bisogna però sottolineare che non è giusto generalizzare. L’italiano possiede già gli strumenti per non essere usato in maniera sessista.  E là dove eventualmente non esistono ancora è possibile crearli. La nostra, come diceva anche Tullio de Mauro, è una lingua molto mobile, adattabile e vitale. Possiamo dire che non è l’italiano ad essere sessista ma eventualmente l’uso che se ne fa.

Come si può superare il problema?

Voglio essere chiara, usare una lingua evitando il sessismo è impegnativo; prevede uno sforzo e un'attenzione che non tutti sono disposti ad avere, perché non è un problema che le persone ritengono centrale nel dibattito pubblico. Come dice il mio collega Federico Faloppa, che ha appena pubblicato un libro molto bello intitolato #Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole” per UTET, una delle cose più difficili da fare e più sottovalutate quando parliamo di linguaggio, è cercare di comprendere lo sguardo altrui, che non è una cosa da poco. Se non sei nero non capisci fino in fondo cosa voglia dire essere discriminati per il colore della pelle. Se non sei transessuale non capisci cosa voglia dire essere "genderizzati". Un esempio comune di genderizzazione è definire una donna trans come “un trans” o non rispettare il genere di elezione quando si usano i pronomi.

Chi fa informazione ha una responsabilità attiva in queste dinamiche?

Secondo me si, certo in alcuni casi la comunicazione è distorta di proposito per diversi motivi. Ma ho la sensazione che nella maggior parte dei casi il tema principale sia proprio il non capire che un uso scorretto di una parola o di una definizione può ferire chi legge o ascolta. Bisogna agire su due fronti: da una parte è sicuramente necessaria la riflessione a livello personale in quello che viene definito il micro uso della lingua, cioè cosa io decido di dire e in che modo. Dall’altra sono altrettanto necessarie, e nell'immediato hanno un impatto maggiore, le scelte macro linguistiche che vengono messe in campo da tutti coloro che hanno un megafono e una risonanza maggiore: i media, le istituzioni, la scuola, il governo. La sensazione è che non ci siano abbastanza strumenti per affrontare il problema in modo adeguato. Mi spiego meglio; quando si parla di migranti, immigrati, richiedenti asilo i media si possono riferire alla carta di Roma, per il trattamento dei minori c’è la carta di Treviso.  Quando invece si affrontano i temi di genere o quelli riguardanti la comunità Lgbtq+ non esistono delle linee guida ufficiali che possano aiutare i giornalisti a orientarsi verso una comunicazione corretta. Molti giornalisti sono lasciati soli di fronte a questi fatti di cronaca e si rischia, come è successo, di sbagliare grossolanamente.

Gran parte della comunicazione avviene oggi sui social, sono un problema o una risorsa?

Il lato positivo dei social, che non sono sempre un ambiente facile da frequentare, è stato quello di aver portato la discussione sul linguaggio e sul genere al di fuori dei contesti accademici o specialistici.  Hanno contribuito sicuramente ad allargare la platea di persone che si interessano al dibattito. Ad esempio il problema dell’uso del femminile per alcuni mestieri che tradizionalmente sono stati appannaggio dei soli uomini come “ministra”.