Non c’è caso-Regeni, né arresto di Zaki che tenga. Tra la vendita di armi e la ferma richiesta del rispetto dei diritti umani, l’Italia non ha dubbi: sceglie la prima, ossia di rifornire di strumenti militari un regime. I dati del 2020, quindi relativi al governo Conte 2, sull’esportazione di armi indicano che il primo partner resta l’Egitto del presidente al-Sisi. “È il Paese destinatario del maggior numero di licenze, aumentando la propria quota fino a 991,2 milioni di euro (+120 milioni) grazie alla licenza di vendita delle due Fregate Fremm, riferisce la Rete italiana per la pace e il disarmo (Ripd), anticipando il contenuto della relazione trasmessa al Parlamento. Il Cairo copre quasi un quarto del business.

Nel complesso, infatti, le autorizzazioni ammontano a poco meno di 4 miliardi di euro. Francesco Vignarca, Coordinatore campagne della Rete italiana pace e disarmo, esprime con Fanpage.it il suo stupore per l’ammontare delle autorizzazioni: “Pensavo fossero di meno. Il Covid ha fermato tutto ma non le armi. Certo, la cifra è scesa rispetto al boom del dopo-Renzi, ma 4 miliardi sono comunque tanti”, dice Vignarca, aggiungendo: “Nessuna sorpresa, invece, sul fatto che l’Egitto fosse in testa”. Il rapporto con il Cairo, però, tira in ballo la questione dei diritti umani. “Non si possono barattare i diritti umani con il business delle bombe”, dice a Fanpage.it la deputata di L’Alternativa c’è, Maria Laura Paxia. “Lo Stato italiano – aggiunge la parlamentare – deve dire una volta per tutte la parola fine al commercio di armi con Paesi come l'Egitto. A parole condanniamo le vergognose vicende legate alla morte di Regeni e alla prigionia di Zaki, ma poi nei fatti continuiamo a sostenerli come partner nella vendita di armi”.

Un altro dato si pone in continuità rispetto al passato: tra i primi dieci acquirenti di armi italiane, ci sono cinque Paesi che non fanno parte dell’Unione europea e della Nato e che coprono la maggior parte delle vendite, grazie a un giro di affari superiore ai 2 miliardi di euro. Spiega nel dettaglio la Rete italiana pace e disarmo: “Complessivamente il 56,1% (2 miliardi e 204 milioni, ndr) delle autorizzazioni per licenze all’export ha per destinatari Paesi fuori dalla Ue e dalla Nato, elemento da sempre sottolineato come problematico dalla nostra Rete perché la legge italiana sancisce che le esportazioni di armamenti italiani ‘devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’”. La dinamica non è certo nuova. Già dal 2016, quando a Palazzo Chigi c’era ancora Matteo Renzi, i Paesi extra Ue e Nato sono sempre i principali destinatari delle forniture.

Ma come si completa la graduatoria? Alle spalle dell’Egitto, secondo quanto riportato dalla Rete pace e disarmo, ci sono gli Stati Uniti con 456,4 milioni (+150 milioni) seguiti dal Regno Unito con 352 milioni (in calo di 67). “Dopo le mega-commesse del 2017 e 2018 ritorna tra le prime destinazioni di armi italiane anche il Qatar, con un controvalore di 212 milioni di euro (+195 milioni rispetto all’anno precedente), seguito dalla Germania (con 197,6 milioni in lieve calo) e dalla sorprendente Romania con 169,6 milioni di euro (nel 2019 era a meno di 1 milione in licenze al 54 posto tra le destinazioni)”, si legge ancora nel documento della Ripd. A seguire ci sono la Francia con 154,5 milioni, grazie al calo di 120 milioni, davanti Turkmenistan, che scende rispetto dal secondo posto del 2019, pur conservando 149,5 milioni di euro di autorizzazioni.

A completare la top ten: l’Arabia Saudita con 144,4 milioni di euro in licenze, una cifra elevata tenendo conto del blocco relativo a missili e bombe d’aereo, e la Corea del Sud con 134,8 milioni. Fuori dai primi dieci, ma comunque sopra i 100 milioni complessivi di licenze, ci sono Emirati Arabi Uniti (117,6 milioni con aumento di 28) e Spagna (108,7 milioni con aumento di 43). “Permane – aggiunge Paxia – una sorta di ipocrisia di rapporti con tutta una galassia di Paesi dove i diritti umani non valgono niente, per discutibili interessi di parte. Una situazione non più sostenibile”. E dal governo Draghi non c’è da attendersi molto. “Non credo in grandi cambiamenti” ragiona Vignarca. “Mi aspetto – conclude – qualche azione dal Parlamento. Lo scorso anno ha ripreso a discutere il tema. È il momento che si esprima, perché i dati non vengono inviati per una statistica, ma per assumere delle decisioni, indicare una linea. E con un governo con dentro tutti, il Parlamento deve essere libero di esprimersi”.