Patrick Zaki
in foto: Patrick Zaki

Sono trascorsi ormai 365 giorni da quando Patrick Zaki, tornato in Egitto da Bologna per una breve vacanza con la sua famiglia, è stato arrestato al Cairo. Le accuse non gli furono rese note al momento del fermo, ma soltanto dopo l'interrogatorio. Propaganda sovversiva e terrorismo tramite alcuni post Facebook, secondo l'accusa. Ma Patrick quei post non li ha mai scritti e la sua "non colpevolezza" è stata accertata più volte durante le udienze in tribunale. Niente da fare: Patrick resta in carcere.

Il 7 febbraio di un anno fa, Patrick è stato prelevato all'aeroporto ed è scomparso per 24 ore. Quando è "riapparso", si trovava alla procura di Mansura con un capo d'accusa a suo carico e i segni delle torture e dell'elettroshock. Durante i terribili interrogatori, gli avrebbero chiesto del suo lavoro da attivista. Le prime importanti manifestazioni per la sua liberazione sono servite a poco: Patrick è vivo, ma in una cella della prigione di Tora dove dorme per terra. Patrick può vedere il suo avvocato, ma il legale ha poco margine di manovra. Più volte si sono accese le luci che hanno fatto sperare in una sua imminente liberazione: a fine dicembre, l'Eipr (Ong con la quale Zaki collaborava) aveva annunciato in seguito al rilascio dei suoi 3 dirigenti che l'udienza per il rinnovo della carcerazione di Patrick era stata anticipata. Quell'udienza, però, ha fruttato solo un altro prolungamento della sua carcerazione. Quello di Patrick è l'unico caso di carcerazione in Egitto che è attualmente monitorato da un gruppo di Paesi stranieri.

Questo, anche secondo quanto dichiarato dalla sorella Marise, è l'unico motivo per cui Patrick, seppure ammaccato e stanco, è ancora in vita e in attesa di una sentenza. Per Patrick si sono mobilitati personaggi di rilievo internazionale in ogni campo oltre che associazioni umanitarie come Amnesty International. L'Università di Bologna, quella che Patrick aveva scelto per la sua formazione, si è più volte mobilitata con azioni di diverso tipo. Il Comune gli ha assegnato la cittadinanza onoraria, nella speranza che questo gesto possa smuovere in qualche modo le coscienze. "L'Università si sta mobilitando più di qualunque ente governativo" ha asserito la sorella Marise. Attorno a lei e a Patrick è nato un gruppo presente su tutti i social che conta fra i suoi membri cittadini di tutto il mondo. Il suo nome è #PatrickLibero e in 12 mesi di detenzione ha dato vita a una serie di iniziative per la libertà, online e nelle piazze. La pandemia, poi, è arrivata a complicare maggiormente le cose. Le visite già occasionali in carcere sono state cancellate per mesi mentre nessuno era in grado di sapere cosa avvenisse all'interno delle celle. "Ci hanno impedito di portargli medicine, disinfettante e sapone – ricorda la sorella Marise – e così Patrick non ha avuto alcuna chance di difendersi dal virus. Se gira nelle carceri, non lo sappiamo: i casi di positività potrebbero essere insabbiati. In carcere non c'è il ricambio dell'aria e parliamo di realtà sovraffollate".

Il secondo anno di detenzione

Il secondo anno di reclusione è un traguardo che si sperava di non dover raggiungere. Eppure, da domani Patrick sarà prigioniero da più di un anno. La sua carcerazione è stata rinnovata per altri 45 giorni in attesa di un udienze che, fa sapere l'avvocato, probabilmente confermerà lo stesso verdetto. La pressione internazionale è utile per evitare che il peggio possa accadere all'attivista 29enne, ma non è sufficiente a garantire a Patrick un processo equo che ne sottolinei l'innocenza davanti alle accuse stabilite dallo Stato. Secondo un report sulle carceri egiziane di Amnesty International Italia, i prigionieri di coscienza sono sottoposti a tortura e continui interrogatori. Questa è la possibilità che maggiormente preoccupa la famiglia, ma al momento sembra che i metodi per sfiancare il giovane 29enne siano condizioni detentive disumane in cui i carcerati dormono a terra e non vi è assistenza sanitaria. "Il personale e la direzione delle carceri ostentano totale disinteresse per la vita dei detenuti, stipati in carcere sovraffollate ed ignorano le loro esigenze sanitarie" ha dichiarato Philip Luther, direttore della ricerca e dell'advocacy di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa. La detenzione in carcere, sottolinea, deve essere già una punizione per il dissenso. Anche se coloro che si trovano in carcere non hanno ricevuto alcuna condanna.

La cittadinanza italiana

La famiglia di Patrick e con lui le associazioni umanitarie e dell'Università di Bologna hanno chiesto alle autorità italiane di concedere all'attivista la cittadinanza italiana, in modo da concedergli più possibilità di liberazione con le pressioni del governo. "Il governo italiano dice di aver fatto di tutto per liberarlo, eppure è trascorso un anno in cui Patrick è ancora in carcere – spiega Marise -. Abbiamo lanciato una petizione per concedergli la cittadinanza italiana, ma mi piacerebbe che questa raccolta firme non resti soltanto online. Mi piacerebbe che, dopo la cittadinanza onoraria della città di Bologna che mio fratello ama profondamente, anche l'Italia come Paese facesse questo passo per cercare di offrirgli ulteriore tutela".