La redazione di Fanpage.it raccoglie le testimonianze di chi ha deciso di lasciare l'Italia e cambiare vita. Se anche tu hai una storia da raccontare al nostro giornale, puoi farlo cliccando a questo link.
Da giorni stiamo raccogliendo le storie dei nostri lettori che hanno scelto di vivere una vita lontana dal loro Paese d'origine, l'Italia. Ci sono quelli che vanno via da giovani, per trovare un lavoro e un futuro altrove, ma anche quanti decidono di lasciare l'Italia dopo la pensione, come ad esempio ci hanno raccontato di recente Maurizio e Giulio, due italiani che hanno scelto di vivere a Fuerteventura. Oggi pubblichiamo la lettera di Sara (nome di fantasia), che si è trasferita a Barcellona dodici anni fa, dopo il pensionamento, per raggiungere i suoi figli. Nella lettera racconta la sua esperienza in Spagna, tra aspetti positivi e altri che invece ancora la spingono a chiedersi se sia quello il luogo in cui vuole vivere.
La lettera a Fanpage.it
Vivo a Barcellona da dodici anni. Ho deciso di trasferirmi qui qualche anno dopo il pensionamento, per raggiungere i miei figli. All’inizio sono stata bene. Tornavo spesso in Italia e andavo altrettanto spesso a Londra da mia figlia: forse proprio per questo non mi rendevo conto di tante cose che, con il passare degli anni, ho iniziato a vedere e che oggi mi piacciono sempre meno.
Una delle cose che mi pesa maggiormente è il cibo. A Barcellona non mancano i negozi di prodotti italiani, ma i prezzi sono spesso molto alti. Quello che mi manca davvero, però, è la varietà e soprattutto il sapore delle verdure fresche, dei legumi, della frutta e dei prodotti vegetali che trovavo in Italia. Qui ho spesso la sensazione che la stagionalità sia quasi scomparsa: durante tutto l’anno si trovano più o meno gli stessi prodotti e, troppo spesso, la frutta e gli ortaggi sembrano aver perso il loro sapore.
Ma il problema, per me, non è soltanto questo.
Con il tempo ho avvertito sempre più una certa distanza nei rapporti con la città e con una parte dei suoi abitanti. A volte ho la sensazione che noi che arriviamo da fuori continuiamo a essere considerati soprattutto come “invasori”, piuttosto che come persone che hanno scelto di vivere qui, di lavorare, consumare, pagare affitti e tasse e contribuire, nel nostro piccolo, alla vita e all’economia della città.
Non voglio generalizzare: ogni esperienza è diversa e ho incontrato anche persone gentili e disponibili. Ma la sensazione di essere sempre un po’ estranea, dopo dodici anni, non è facile da ignorare.
E poi ci sono quelle piccole contraddizioni quotidiane che finiscono per diventare emblematiche: i cani sulle spiagge dove non dovrebbero stare, i nudisti in luoghi dove non sarebbero previsti, regole che sembrano esistere ma che spesso vengono tranquillamente ignorate. Non sono certo questi episodi, da soli, a rendere difficile vivere in una città. È piuttosto l’impressione di una certa indifferenza, di un “lasciar correre” che, alla lunga, può diventare pesante.
Forse il problema è proprio questo: all’inizio vivevo Barcellona come un luogo da scoprire. Dopo dodici anni la vivo come la mia città. E quando un luogo diventa casa, cominci a vedere anche tutto ciò che, da semplice visitatrice, non avevi motivo di vedere.
Barcellona continua ad avere bellezze straordinarie. Ma oggi, dopo dodici anni, mi chiedo sempre più spesso se sia ancora il luogo in cui desidero vivere.