Non si fermano gli attacchi armati contro la sede di Amazon a Torrazza Piemonte, lungo la strada provinciale 90: si tratta del quarto episodio nel giro di pochi mesi. È successo intorno alle 19 dello scorso 22 novembre: due colpi di pistola hanno colpito la palazzina di stoccaggi, nell’area di carico riservata ai tir. Il personale di vigilanza, preso alla sprovvista, ha subito chiamato i carabinieri, che sono intervenuti sul posto poco dopo. Gli inquirenti della compagnia di Chivasso stanno eseguendo indagini approfondite per verificare se i presunti attentati alla sede del colosso digitale hanno un collegamento tra di loro.

Tutto è cominciato il 16 febbraio scorso, quando un corriere di una ditta esterna era stato colpito da un proiettile mentre si dirigeva all’entrata del polo logistico di Torrazza Piemonte. Fortunatamente, il proiettile aveva colpito l’uomo solo di striscio, ferendolo superficialmente. In quel caso, i carabinieri avevano concluso che si fosse trattato di un colpo di pistola partito accidentalmente dal vicino poligono di tiro.
A fine febbraio, però, un altro episodio aveva cominciato a destare i sospetti degli inquirenti: tre proiettili Calibro 9×21 erano stati trovati da un addetto alle pulizie allineati sul water di un bagno dello stabilimento.

Di nuovo, la sera del 26 marzo scorso, alcuni addetti alla manutenzione si erano accorti di una perdita in una cisterna d’acqua. Pensando si trattasse di un normale guasto, non avevano allertato le forze dell’ordine. Ma il giorno successivo era stato scoperto nella cisterna un foro provocato da un proiettile. La pallottola era stata probabilmente sparata da una carabina dello stesso calibro di quella utilizzata nell’ultimo attacco del 22 novembre.

Il terzo episodio si è verificato a fine aprile, quando la stessa cisterna è stata colpita da altri due colpi di pistola. L’episodio era stato rivendicato da un comunicato sul sito di un’organizzazione anarchica: “Non è facile intimidire la più grande azienda del mondo. Ma non è sicuramente un motivo valido per non provarci”. Ma gli investigatori rimangono convinti che il messaggio sia stato costruito ad arte per attribuirsi il merito di un’azione commesa da terzi.