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“Sono incostituzionali”: i magistrati di Siracusa contro i decreti del governo sul petrolchimico

Dalla Sicilia parte una questione di legittimità costituzionale che riguarda i decreti con cui il governo di Giorgia Meloni ha tentato di intervenire sul petrolchimico siracusano e “sull’indipendenza energetica nazionale”.
A cura di Luisa Santangelo
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Cinque articoli della Costituzione violati con due decreti del governo presieduto da Giorgia Meloni. È questa la tesi della procura e del gip di Siracusa che seguono il caso del depuratore IAS di Priolo Gargallo, il "depuratore dei veleni" del polo petrolchimico della provincia aretusea.

Con un'ordinanza del 12 dicembre 2023, il giudice per le indagini preliminari Salvatore Palmeri ha promosso un "incidente di costituzionalità". Toccherà dunque alla Corte Costituzionale decidere se le iniziative messe in campo dall'esecutivo meloniano per tenere vivo il petrolchimico possano restare in piedi. O se, invece, fossero illegittime.

L'accusa di disastro ambientale

Lo scenario è quello dell'intricata vicenda del depuratore IAS di Priolo, nel Siracusano. Nello stabilimento, di proprietà pubblica-privata, confluiscono i reflui di uno dei più importanti poli petrolchimici d'Europa. Dall'estate 2022, il depuratore IAS è sotto sequestro perché la procura di Siracusa ipotizza un gravissimo disastro ambientale. L'impianto, per l'accusa, non era nelle condizioni di gestire le sostanze tossiche che riceveva, per di più senza autorizzazioni. I periti dei magistrati parlano di tonnellate di benzene immesse in atmosfera e dell'assoluta inadeguatezza di un depuratore che sarebbe stato idoneo per gli scarichi urbani, e non per quelli delle raffinerie che producono da sole un quarto dei derivati del petrolio che circolano in Italia.

Accogliendo la richiesta di sequestro della procura, il giudice per le indagini preliminari stabilisce che i grandi utenti industriali (Isab ex Lukoil, Sasol, Sonatrach e Versalis) debbano staccarsi dal depuratore IAS (Industria Acqua Siracusana) per interrompere l'inquinamento in corso. Le raffinerie, a quel punto, rispondono che è un po' complicato: per fermare in sicurezza gli impianti, dicono, ci possono volere anche otto anni. Se non si fanno le cose per bene, sostengono, il rischio è di fare danni enormi.

L'intreccio con l'embargo al petrolio russo

In mezzo a una questione già di per sé complessa, si infilano le sanzioni imposte dall'Unione Europea alla Russia per la guerra in Ucraina. Tra queste, l'embargo al petrolio moscovita. Intorno alla fine del 2022 lo stabilimento Isab di Priolo trema: in quel momento è ancora di proprietà della russa Lukoil e, dall'inizio del conflitto russo-ucraino, ha potuto acquistare greggio solo dalla madrepatria.

La fine del petrolio russo rappresenterebbe la fine dell'impianto. E, con esso, l'ennesimo rischio di chiusura per l'intero petrolchimico siracusano, in cui un'azienda è collegata all'altra come in un circuito di lampadine. Se salta il collegamento di una, salta il collegamento di tutte. Gli oltre diecimila posti di lavoro in bilico diventano una priorità del governo nazionale.

A Roma, però, è chiaro che le sanzioni contro la Russia non sono l'unico problema. Perché, di fatto, che Isab si venda in fretta come auspicato (accadrà a maggio 2023) oppure no, c'è sempre il sequestro della magistratura a rendere il petrolchimico di Siracusa una polveriera. Tutti i grandi utenti sono collegati al depuratore: se il depuratore non depura, loro rischiano di doversi fermare perché le loro autorizzazioni sono tutte da rivedere.

Il Salva Ilva che salva Priolo

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Il governo mette quindi in fila una serie di provvedimenti per assicurare la continuità produttiva del petrolchimico e i posti di lavoro: a gennaio 2023 viene pubblicato il decreto Salva Ilva. Dentro ci sono le ennesime misure per l'acciaieria tarantina, ma c'è anche un passaggio che interviene direttamente sul codice di procedura penale: “Quando il sequestro ha ad oggetto stabilimenti industriali o parti di essi dichiarati di interesse strategico nazionale – si legge nel decreto di gennaio – ovvero impianti o infrastrutture necessari ad assicurarne la continuità produttiva, il giudice dispone la prosecuzione dell'attività”. Per IAS è perfetto.

Un mese dopo, a febbraio 2023, Isab Lukoil viene dichiarato "stabilimento di interesse strategico nazionale" e, di conseguenza, sottoposto alle tutele che spettano a chi garantisce la "sicurezza energetica" italiana. Alla stessa stregua di Isab viene considerata la sua infrastruttura necessaria principale: il depuratore IAS di Priolo. Sì, esiste il problema dell'indagine della magistratura e del presunto disastro ambientale, ma le misure per bilanciare la “continuità dell’attività produttiva e la salvaguardia dell’occupazione, della salute e dell’ambiente” vengono demandate a un decreto successivo.

Documento che arriva, ufficialmente, a settembre 2023 e che contiene le "disposizioni per il contenimento dei rischi dei danni ambientali" di Isab. Ancora una volta, è il governo a collegare Ilva a IAS: il bilanciamento tra gli interessi in ballo (salute, ambiente, libera iniziativa economica) deve "rispondere a criteri di proporzionalità e di ragionevolezza", scrivono i ministeri dell'Ambiente e del Made in Italy. Lo ha stabilito, ricordano, la Corte Costituzionale permettendo la prosecuzione delle attività dell'Ilva di Taranto. Nel resto del documento, i ministeri concedono quelle che il gip di Siracusa definisce "significative deroghe" alle previsioni del Testo unico ambientale.

L'accusa di incostituzionalità

Secondo i procuratori di Siracusa e il gip, è questo insieme di provvedimenti a essere – in varia maniera – incostituzionale. Col decreto di settembre, infatti, si decidono le misure da adottare per realizzare l'ormai famoso "bilanciamento" di interessi all'interno di uno stabilimento di rilevanza strategica nazionale. A queste condizioni, in base al testo del decreto Salva Ilva, il giudice dovrebbe autorizzare la prosecuzione delle attività. Per i magistrati aretusei, le implicazioni sono chiare: si chiede al potere giudiziario (il giudice) di sottostare al potere esecutivo (il governo), senza che il potere legislativo (il parlamento) sia intervenuto.

Inoltre, si legge sempre nell'incidente di costituzionalità, le deroghe stabilite dal decreto interministeriale di settembre non hanno una data di scadenza né si fa riferimento "ad alcun controllo da parte di soggetti terzi né a eventuali possibili sanzioni". Non è previsto, inoltre, il coinvolgimento di enti tecnici o, per esempio, dei Comuni sui cui territori insiste il petrolchimico. Il risultato, scrivono i magistrati, è "un'illimitata discrezionalità, che rischia di sfociare in arbitrio" in capo ai ministeri.

I valori limite di esposizione

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E i ministeri lo avrebbero esercitato: nel decreto di settembre si dispone che il "valore limite di esposizione (VLE)", che serve a evitare effetti nocivi per la salute, debba essere verificato come "media mensile". "In tal modo il decreto consente che le aziende possano effettuare degli scarichi di reflui caratterizzati da picchi giornalieri di inquinanti potenzialmente illimitati, posto che il rispetto dei VLE potrebbe essere raggiunto attraverso una banale operazione di compensazione", proseguono i magistrati di Siracusa.

Vero è, concedono dal tribunale, che si affida all'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e all'Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Sicilia) il "costante monitoraggio" degli scarichi nella fognatura IAS. È altrettanto vero, però, che non si dice come questo monitoraggio debba avvenire. Ancora di più considerando che l'Ispra, ad agosto 2023, aveva evidenziato le criticità derivanti dal fare una media mensile dei "valori limite di esposizione": bisognerebbe installare campionatori automatici nei punti di scarico, da controllare da remoto.

Oppure sarebbe necessario che per tre momenti diversi di ogni giornata, ciascuna volta per almeno un'ora, tecnici dell'Ispra o dell'Arpa andassero di persona a convalidare i prelievi. "Si ritiene che tale ultima modalità sia operativamente inapplicabile", dice l'Ispra, con uno sforzo di pacatezza. A queste condizioni, si domandano i magistrati, come si può considerare davvero "ragionevole" un bilanciamento sul quale nessuno sembra avere il potere di vigilare? La risposta spetterà alla Consulta.

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