Veronica D’Ascenzo il giorno della sua laurea
in foto: Veronica D’Ascenzo il giorno della sua laurea

"Mi sono seduta in cattedra perché volevo affrontare la mia paura. Negli occhi dei miei bambini, rivedo il mio cuginetto Luigi che non ce l'ha fatta". Queste sono le motivazioni che muovono Veronica D'Ascenzo, insegnante elementare in una scuola di Roma. All'apparenza, è una maestra come tante, ma la sua storia personale ha riempito per mesi i TG nazionali. Il 31 ottobre del 2002, è entrata nell'aula della sua scuola elementare di San Giuliano come tutti i giorni. Si è seduta accanto alla compagna di banco e poi, all'improvviso, il terremoto che ha causato il crollo dell'edificio. Sono 27 i bambini che quel giorno persero la vita. Anche la sua maestra non ce l'ha fatta. Allora la piccola Veronica aveva solo sette anni e ha trascorso ore sotto le macerie ad aspettare che i soccorsi la trovassero. Adesso Veronica è una donna adulta. La sua intervista telefonica, infatti, avviene in un momento di relativo riposo prima di un corso di formazione. La sua è la routine di tante altre docenti, ma nonostante la stanchezza parla con entusiasmo di quella che è diventata la sua vita dopo la tragedia. Risiede e lavora a Roma dove, ormai grande, ha finalmente superato la paura di tornare in classe. Con i sopravvissuti ha mantenuto rapporti che durano ormai da una vita: certe tragedie, spiega, diventano un collante che è difficile ignorare. "Parliamo poco di quello che ci è successo – spiega a Fanpage.it – perché abbiamo affrontato dei percorsi di recupero davvero difficili. Abbiamo riportato ferite fisiche e psicologiche davvero importanti. Il nostro trauma non è un argomento di discussione, ci limitiamo a seguire i progressi che stanno facendo le nostre esistenze. Abbiamo le dinamiche di un gruppo di amici di vecchia data, ma ci lega qualcosa di molto profondo che non possiamo cancellare".

Il sogno di diventare una maestra, per D'Ascenzo, fiorisce proprio da quelle macerie. In seguito alla tragedia che ha segnato la sua infanzia, ha pensato a come poter restituire l'amore ricevuto. "Sono rimasta sulla sedia a rotelle subito dopo il crollo – racconta – e in quel periodo ho avuto la vicinanza di persone che per me erano sconosciute. C'erano giornalisti che seguivano la nostra vicenda che si sono affezionati a me, c'erano le forze dell'ordine. gli infermieri, i vigili del fuoco. Tantissimi hanno cercato di colmare il vuoto che quell'esperienza e la scomparsa della mia insegnante avevano lasciato in me. La mia maestra era il mio punto di riferimento. Le docenti lo sono state anche dopo, quando ho dovuto guardare di nuovo in faccia la vita di tutti i giorni". Quell'affetto regalatole in istanti di totale buio le ha permesso di chiedersi come poterlo restituire agli altri. "Volevo superare il trauma di tornare in classe, ma volevo farlo in grande. In più volevo essere quel punto di riferimento: incontro tanti bambini e so che si ricorderanno di me per sempre. A distanza di tanti anni ogni giorno guardo i miei alunni negli occhi e rivedo i miei amichetti che non ce l'hanno fatta. Voglio ricordarli così. Rivedo in particolare l'entusiasmo e il sorriso di mio cugino Luigi che non c'è più. Quando penso a lui non vedo mai il volto del 31 ottobre, ma vedo il suo sguardo vispo. Questo è il regalo che cerco di farmi ogni giorno".

La sicurezza nelle scuole e il Covid-19

Il Covid-19 rappresenta per la Veronica D'Ascenzo insegnante una nuova sfida in tema di sicurezza. "Ho iniziato la mia battaglia per istituti sicuri da un anno, prima non mi sentivo pronta. Mi sono laureata e ho deciso che questa sarebbe stata la mia missione. Il 70% dei nostri edifici scolastici non è a norma: sono stati costruiti negli anni '60 e i fondi attuali vengono usati male. La pandemia ha messo a nudo alcune di queste criticità. Le classi sono sovraffollate e gli studenti non hanno le stesse tutele dei lavoratori, ma hanno l'obbligo di frequenza fino ai 16 anni di età. Sono considerati alla stessa stregua solo nei laboratori, dove sono a contatto con materiali chimici. L'epidemia magari offrirà uno spunto per ragionare in tema di diritti dello studente". E a proposito di sicurezza, è naturale concentrarsi sulla didattica a distanza. Veronica lo definisce uno strumento efficace in un momento di emergenza, ma non può essere che una toppa momentanea su un tessuto da ricucire al più presto. "Manca il contesto di socialità che è fondamentale. I bambini devono toccare con mano, scoprire il mondo guardandosi negli occhi. A me per esempio mancava il momento in cui portavo il giornale in aula e discutevamo di attualità. Non è possibile pensare che in Italia abbiamo iniziato a parlare di come gestire le classi soltanto ad agosto: bisogna capire che la scuola online è una soluzione a scadenza. I bambini devono stare tra i banchi e devono essere tutelati, è un loro diritto ed è un dovere delle autorità. Non possiamo continuare a chiudere gli occhi e risolvere le problematiche con provvedimenti di fortuna". La fortuna, secondo l'insegnante, è la dea alla quale purtroppo si appellano molti edifici scolastici. Mentre ripercorre la sua storia personale, racconta il suo tirocinio formativo in un quartiere benestante di Roma, la sua città adottiva ormai da diversi anni. "Ricordo questo filo dell'elettricità scoperto che penzolava ad altezza bambino. Era pericolosissimo. Quando l'ho visto sono corsa dall'insegnante a chiedere di essere ricevute dalla dirigente, ma mi ha spiegato che la preside aveva sempre evitato il discorso ponendo come giustificazione la mancanza di fondi. Sempre in quel periodo, però, stava investendo denaro nella restaurazione delle aree verdi della scuola. Ci concentriamo sulle cose sbagliate e aspettiamo che le tragedie ci aprano gli occhi".

San Giuliano 18 anni dopo

A San Giuliano, ora, le macerie non ci sono più. Al loro posto c'è un monumento in memoria di quel tragico evento del 2002. Come risarcimento al ricordo delle vittime, nel paese esiste ora la scuola più all'avanguardia d'Italia in tema di sistemi antisismici. La descrive come bellissima, ma poi aggiunge una nota amara. "Se ti sposti di pochi metri, ci sono ancora studenti che frequentano le lezioni nei container. Proprio quelli che dovevano essere provvisori in seguito all'inagibilità di alcuni edifici dopo il terremoto del 2002". Nonostante gli anni di lontananza dal paese, Veronica sente ancora il profondo legame con la sua terra. In particolare lo sente con Rachele, la bambina che l'ha aiutata a rimanere sveglia durante le ore tra le macerie in attesa dei soccorsi. Quel lasso di tempo, racconta, ha creato un legame di sorellanza che prescinde dal sangue. "Ci guardiamo in faccia e sappiamo cosa stiamo pensando – dice -. Non abbiamo bisogno di comunicare con le parole. Abbiamo una connessione che è nata in occasione di quella tragedia". Rachele ha scelto di rimanere a San Giuliano dove ora porta avanti la sua vita da donna adulta. Neppure le strade diverse sono riuscite a scalfire il loro legame. Veronica, da Roma, ha fatto della dignità degli studenti la sua missione. "Racconto la mia esperienza in giro per l'Italia durante diversi convegni – spiega con tranquillità -. Ormai ripercorrere quella vicenda è necessario, anche se sicuramente non è meno doloroso. Ho scritto un manuale per i docenti su come rapportarsi a minori che hanno subito traumi importanti. Anche la mia tesi di laurea è stata sul tema della didattica per bambini con sindrome post traumatica da stress. Voglio che quello che mi è successo non sia solo una brutta ferita che non si dimentica. Voglio che sia un monito non trascurabile sia per me che per chiunque altro".