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Rai, vietato dire “preservativo”

Come si può parlare di HIV e prevenzione senza ricorrere mai alla parola “preservativo” o a qualche suo sinonimo? Ebbene, queste le direttive giunte dall’alto in Rai in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS.
A cura di Nadia Vitali
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Come si può parlare di HIV e prevenzione senza ricorrere mai alla parola preservativo o a qualche suo sinonimo Ebbene, queste le direttive dall'alto giunte in Rai in occasione della Giornata Mondiale contro l'AIDS.

Nel 2011 la televisione pubblica italiana sceglie di non ricorrere a parole come «preservativo», «profilattico», «condom» e, fatto ancor più grave, precise direttive dall'alto in merito sarebbero giunte in occasione della Giornata Mondiale contro l'AIDS; celebrata ieri da una serie di trasmissioni su Rai Uno che, nel trattare l'argomento, sono riuscite ad eludere la scomoda «parolina». Impossibile? A quanto pare no, soprattutto se una email interna comunica alle redazioni e ai conduttori dei programmi che andranno in onda il 1° dicembre che: « in nessun intervento deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei comportamenti sessuali e alla necessità di sottoporsi al test Hiv in caso di potenziale rischio».

Insomma, va bene parlare di prevenzione, va benissimo sollecitare i telespettatori a sottoporsi al test HIV, ma, per carità, non ricordate che il solo modo per prevenire l'infezione è proteggersi con il condom, anche se i dati dell'Istituto Superiore della Sanità ci ricordano che oltre l'80% dei nuovi sieropositivi ha contratto il virus a causa di comportamenti sessuali a rischio; e anche se sappiamo che a più della metà delle donne il male è stato trasmesso dal proprio partner fisso. Ecco il metodo, del resto ottimamente collaudato in Italia, per creare eserciti di giovani che non considereranno più l'AIDS un pericolo, relegandolo a malattia destinata a tossicodipendenti ed omosessuali, quando i dati parlano chiaramente di una realtà ben diversa. Perché se durante l'anno scorso in Italia c'è stato un contagio ogni tre ore, la responsabilità risiede anche nella mancanza di adeguate campagne informative.

La notizia, che ha il sapore dell'incredibile nel 2011, è stata riportata dal Corriere della sera: l'email che è circolata per gli uffici Rai porta la firma di Laura De Pasquale «funzionaria della TV di Stato in rapida ascesa nonché fidanzatina del "cameraman privato" del Cavaliere» e rispecchierebbe le linee guida del Ministero della Salute guidato dal cattolico Renato Balduzzi. L'ufficio stampa ministeriale ha sottolineato che alcuna missiva è partita da lì con tali indicazioni ma preservativo, profilattico e condom sono stati «grandi assenti» anche nel comunicato ufficiale per la Giornata Mondiale contro l'AIDS e nella relativa conferenza stampa; e i sospetti di molte associazioni che le note posizioni della Chiesa in merito abbiano avuto un'influenza su questa iniziativa sono piuttosto forti.

Come si può parlare di HIV e prevenzione senza ricorrere mai alla parola "preservativo" o a qualche suo sinonimo Ebbene, queste le direttive giunte dall'alto in Rai in occasione della Giornata Mondiale contro l'AIDS.
Preservativo gigante in Piazza Montecitorio in occasione della Giornata Mondiale contro l'AIDS.

Una giornata amara per l'Italia quella di ieri, la prova di ipocrisia di un paese che preferisce non parlare, dimenticando con precisa volontà il rischio a cui sottopone migliaia di giovani che, da anni a questa parte, non vengono informati correttamente sui pericoli legati ai comportamenti sessuali e che, stando così le cose, continueranno ad ignorare che l'AIDS si combatte solo con la prevenzione, senz'altro non con il silenzio. La rimozione volontaria di una parola dai palinsesti sembra ricordare storie che provengono da epoche ormai remote.

Fino agli anni '70, infatti, in Rai erano molti i termini ad essere vietati: guai a pronunciare «membro» (anche se il membro in questione lo era del Parlamento) e stessa cosa valeva per «seno» (bandito anche Manzoni, dunque con il suo «ramo del lago di Como, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi»?). E poi «parto», «alcova» o «verginità» mentre addirittura i nomi di malattia si preferiva sostituirli con espressioni più tenui: ma di decenni, da allora, ne sono passati.

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