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Omicidio Saman Abbas

Perché l’arresto di Nazia Shaheen potrebbe riaccendere la speranza di avere verità e giustizia per Saman

L’arresto di Nazia Shaheen, mamma di Saman Abbas latitante dal maggio del 2021 dopo l’omicidio della figlia 18enne avvenuto a Novellara, riaccende la speranza di avere piena giustizia per l’adolescente uccisa con la complicità dei familiari.
A cura di Margherita Carlini
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È stata catturata in Pakistan Nazia Shaheen, la mamma di Saman Abbas, accusata con sentenza di primo grado emessa dalla Corte di Assise di Reggio Emilia il 19 dicembre 2023, di aver ordinato l’omicidio della figlia, accompagnandola insieme al padre alla morte. Lo stesso giorno dell’omicidio di Saman, l’1 maggio 2021, Nazia era fuggita in Pakistan con il marito Shabbar.

Nazia Shaheen, 51 anni, era latitante dal 2021 e il suo arresto, all’interno di questa terribile vicenda, arriva come una bella notizia rispetto alla quale forse tutti noi avevamo anche solo smesso di sperare. Innanzitutto per un sentimento di giustizia nei confronti Saman, che a 18 anni è stata uccisa dai suoi genitori con la complicità dello zio per non aver accettato un matrimonio forzato (anche se dalle motivazioni alla sentenza i Giudici riconducono il movente dell’omicidio piuttosto alla volontà dei familiari di impedire a Saman di allontanarsi nuovamente da casa).

Dopo questa cattura sono state avviate le procedure per l’estradizione, che dovrebbero avere tempi più rapidi di quelli serviti per portare in Italia il padre di Saman, Shabbar. A fare la differenza al momento è la sentenza di condanna nei confronti della donna, in modo che sia assicurata alla giustizia e sconti in Italia la sua pena.

Saman Abbas
Saman Abbas

In primo grado i genitori di Saman sono stati condannati entrambi all’ergastolo e lo zio Danish Hasnain a 14 anni per l’omicidio e l’occultamento di cadavere. I cugini sono stati assolti perché non sarebbe stato possibile dimostrare il loro coinvolgimento nell’omicidio. La cattura della madre di Saman riaccende anche la speranza di poter avere forse la verità in riferimento ai fatti di quella notte.

È possibile che Nazia, accusata dalla giustizia italiana di aver condannato sua figlia a morte e di averne probabilmente materialmente procurato il decesso, giunta nel nostro Paese possa fornire la sua ricostruzione dei fatti? Proprio di lei, sua madre, parlava Saman in un vocale inviato al suo fidanzato Saquib la sera prima di essere uccisa.

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Un vocale nel quale la ragazza raccontava di averla sentita mentre suggeriva ad alcuni familiari di ucciderla. Si era spaventata Saman sentendo quelle parole, lei che era rientrata a Novellara dalla casa rifugio in cui era stata messa in protezione dietro la falsa promessa di poter riavere i suoi documenti per essere finalmente libera di vivere la sua vita. Aveva chiesto spiegazioni a sua madre che però si era giustificata dicendo che non si stava parlando di lei, ma di un'altra ragazza in Pakistan.

Invece era proprio Saman a dover essere uccisa, secondo la sentenza di primo grado, dai suoi genitori e da suo zio. Una ricostruzione dei fatti, quella a cui è giunta la Corte anche sulla base della versione fornita dallo zio Danish, in pieno contrasto con le dichiarazioni del padre di Saman, arrestato nel 2022.

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Danish, dopo aver consentito il ritrovamento del cadavere di Saman, il 18 novembre 2022, ha dichiarato la sua estraneità rispetto all’omicidio, riferendo di essere stato più volte contattato telefonicamente quella notte da Shabbar, ma di non aver risposto alle chiamate e di essere andato a dormire fino al momento in cui è stato svegliato dai parenti di Nazia che lo sollecitavano a recarsi a casa Abbas.

Sarebbe lì, vicino alle serre, che Danish avrebbe visto il cadavere di Saman. In quella circostanza avrebbe appreso che ad uccidere la nipote sarebbe stata proprio Nazia, pur riferendo di non aver creduto a quella versione dei fatti che gli era stata fornita da Nomanulaq e Ikram.

Racconta infine di essere stato coinvolto dagli altri parenti nella fase di occultamento del cadavere ma di non essere riuscito a scavare la buca per il troppo dolore causatogli dalla morte della ragazza. Un omicidio quindi, quello di Saman, già commesso al suo arrivo, dal quale quindi lui aveva già preso le distanze.

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Shabbar, invece, nel corso del processo ha reso dichiarazioni spontanee sconfessando del tutto la tesi dell’accusa, sostenendo cioè che Saman avrebbe accettato quel matrimonio con il cugino e dichiarandosi innocente rispetto all'omicidio. Questo nonostante le accuse mosse a suo carico anche dall’altro figlio, il fratello di Saman, che avrebbe dichiarato invece di aver sentito suo padre parlare del delitto e di una “fossa da scavare”.

Restano le immagini delle telecamere della cascina dalle quali Saman viene ripresa mentre è accompagnata, alle 00.10, dai suoi genitori verso le serre. La ragazza è vestita all’occidentale (a differenza di altre immagini che sempre fuori casa, la ritraggono con indosso abiti pakistani) e ha sulle spalle uno zainetto.

Saman e sua madre Nazia scompaiono nel buio delle serre per circa 90 secondi, mentre il padre resta in attesa. Poco dopo, Nazia torna verso casa da sola. Secondo gli inquirenti in quel frangente Saman verrebbe consegnata dalla madre allo zio ed ai cugini che compiranno materialmente l’omicidio e si occuperanno dell’occultamento del cadavere in un casolare che dista qualche centinaio di metri dall’azienda agricola.

Per la Corte che ha emesso la sentenza di condanna invece, Nazia in quel lasso di tempo potrebbe aver materialmente compiuto l’omicidio di sua figlia. Circa cinque minuti dopo Shabbar Abbas esce nuovamente dalla cascina e va verso le serre per tornare poco dopo tenendo in mano un oggetto che verosimilmente è lo zaino che Saman aveva addosso. Saman è morta.

La speranza, doverosa seppure flebile è che Nazia, giunta in Italia, possa e voglia raccontare cosa è successo quella notte a sua figlia.

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Sono Psicologa Clinica, Psicoterapeuta e Criminologa Forense. Esperta di Psicologia Giuridica, Investigativa e Criminale. Esperta in violenza di genere, valutazione del rischio di recidiva e di escalation dei comportamenti maltrattanti e persecutori e di strutturazione di piani di protezione. Formatrice a livello nazionale.
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