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Parla Michelle, una delle “ragazze tavolino”: “Non mi sono sentita oggettificata né mercificata”

Una delle due “ragazze tavolino” di Verona: “Non mi sono sentita oggettificata, né mercificata e neppure sfruttata – ha spiegato a Repubblica -. Ho solo espresso la mia arte, in quel contesto. Insomma, ho lavorato normalmente, come faccio sempre”.
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A cura di Davide Falcioni
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Ragazze che indossavano un costume da tavolino, sul quale erano stati appoggiati calici di champagne da offrire agli ospiti. È successo alcuni giorni fa a Verona nel corso di una cena di gala, e la vicenda ha innescato una dura presa di posizione da parte dell'amministrazione comunale. L'occasione è stata una serata organizzata a Palazzo della Gran Guardia, nel centro storico cittadino, dai vertici del Consorzio Zai, in occasione del 75esimo anniversario dell'ente che gestisce l'area industriale del capoluogo scaligero. In quell'occasione gli organizzatori avevano ideato una messinscena che mescolava costumi, luci e musica. Oltre alla "donna tavolino" c'era anche una sorta di "uomo farfalla" con ali punteggiate di luci, un ragazzo vestito con piccole tessere metalliche, trampoliste con abiti bianchi e altre performance in maschera.

A catturare l'attenzione della vicesindaco e assessore comunale alla Parità di genere, Barbara Bissoli, sono però state nello specifico due ragazze agghindate con una sorta di gonna a cerchio rigido, come un tavolino, utilizzate per appoggiare i calici di vino. "Un'oggettivazione della donna – l'ha definita – che alimenta una cultura misogina e patriarcale che, con grande impegno, stiamo cercando di eliminare. Una scena irrispettosa, alla quale ci auguriamo di non dover più assistere. E' nostra intenzione istituire un codice di condotta per gli enti collegati al Comune, nella direzione di tutelare la dignità di tutte e tutti, nonché di promuovere la cultura del rispetto e la parità di genere, soprattutto dove è messa a rischio da scelte inadeguate"

In seguito alle polemiche, sulla vicenda è intervenuta anche Michelle, studentessa di 21 anni, una delle due "donne-tavolino" presenti alla cena: "Non mi sono sentita oggettificata, né mercificata e neppure sfruttata – ha spiegato a Repubblica -. Ho solo espresso la mia arte, in quel contesto. Insomma, ho lavorato normalmente, come faccio sempre. Altrimenti mi sarei rifiutata. Credo che non ci sia nulla per cui indignarsi, i problemi sulla mercificazione sono altri. Sono consapevole di quello che faccio e non mi sento sfruttata. Non serve che altri si indignino al posto mio. C'era anche un ragazzo in queste performance: era vestito come una sorta di pavone. Di lui non è stato detto niente, perché è uomo. E questa non è discriminazione?"

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