Gianbruno Cecchin e la diocesi di Treviso a destra (Gianbruno Cecchin/Diocesi di Treviso)
in foto: Gianbruno Cecchin e la diocesi di Treviso a destra (Gianbruno Cecchin/Diocesi di Treviso)

“I reati e i crimini che hanno commesso questi criminali sono andati ovviamente in prescrizione, ma in prescrizione non andranno mai il mio dolore, le mie lacrime, i miei traumi subiti. Dio non archivia!”. È un lungo atto d’accusa quello scritto dal professore Gianbruno Cecchin al vescovo di Treviso, monsignor Michele Tomasi. Cecchin, 48 anni, docente di filosofia, bioetica e antropologia filosofica in diverse università del nord Italia, lo scorso dicembre ha spedito una lettera al vescovo di Treviso, e per conoscenza anche a Papa Francesco, nella quale denuncia gli abusi sessuali che sarebbero stati commessi da don P. C. e don L. B. nei sui confronti.

I fatti risalgono al 1990-91, quando Cecchin era seminarista a Treviso e i due sacerdoti erano rispettivamente il responsabile della comunità vocazionale e l’altro assistente della stessa. “Per più di 28 anni ho cercato di andare avanti, di dimenticare, di guardare oltre a quello che mi era successo – ha detto il professor Cecchin a Fanpage.it – ma nulla è mai stato come prima dopo quello che ho vissuto in quel terrificante posto. Il trauma esce ancora oggi, mi attanaglia con qualsiasi cosa che può essere un ricordo, un sogno, una parola”. Un dolore molto forte che lo ha portato anche al bordo del suicidio. “”Ho pensato più volte anche di farla finita per porre fine ai ricordi dolorosi – continua Cecchin – poi per fortuna la svolta e la rinascita”. Il giro nella vita del docente arriva nel 2000 quando si reca come volontario ad Haiti dopo il terremoto che ha sconvolto l’isola dei Caraibi. E lì incontra l’uomo della sua vita, un dottore francese della Ong Medici senza Frontiere. Sarà proprio quello che diventerà suo marito a spingerlo a denunciare quanto accaduto quasi 30 anni fa.

“Abusi sessuali tra le mura maledette del seminario”

“La mia vicenda è simile a quella di tanti ragazzi vissuti all’ombra del campanile negli ambienti della chiesa fin da piccolo – inizia la lettera di Gianbruno Cecchin al vescovo di Treviso – all’età di 8 anni ho iniziato a fare il chierichetto, a 15 anni l’animatore nella mia parrocchia di Galliera Veneta (in provincia di Padova, ndr) e a frequentare i gruppi dell’Azione cattolica in patronato. A 18 anni ho iniziato a frequentare il Gruppo Diaspora (il gruppo di orientamento vocazionale per giovani) perché sentivo in me una sorta di chiamata a diventare prete e l’anno successivo, finita la maturità, sono entrato in comunità vocazionale dove ho conosciuto molti preti, sia della comunità vocazionale, del seminario minore e maggiore. Ero un ragazzo normale, pieno di vita e di sogni, come tutti i ragazzi di quell’età. Volevo fare un’esperienza forte per capire meglio la mia vocazione. Ma è stato proprio lì dentro, nelle maledette mura del seminario, altro luogo satanico che è avvenuto quello che mai avrei pensato mi succedesse. Per un anno intero non ho avuto la forza di andarmene e di denunciare quello che mi era successo, anche perché erano anni in cui ancora non si potevano denunciare e parlare di pedofilia e di abusi sessuali da parte di preti”.

“Quando don P. mi toccava nella sua stanza”

“Mai potrò dimenticare quei terribili pomeriggi a fare ‘direzione spirituale’ all’interno della camera di don P. chiusa a chiave, in cui mi ha toccato le parti intime e mi ha invitato a fare lo stesso. Oppure quando mi hanno lasciato dormire in macchina dopo aver abusato di me”. “Quando venivo e vengo a Treviso sto tutt’oggi ancora male, evito di passare per quelle vie e guardare quegli edifici, troppo grande è il dolore. “Dopo più di 28 anni, ho trovato anch’io la forza di denunciare gli abusi sessuali, le umiliazioni e le gravi vessazioni che ho subito durante l’anno di seminario”. “Ho trovato il coraggio soprattutto perché questi due loschi figuri continuano ad essere sacerdoti – precisa Cecchin – don P. a San Donà di Piave, nel veneziano, e don L. a San Martino di Lupari, in provincia di Padova”. “Sono stato spesso, e continuo ancor oggi nonostante siano passati così tanti anni, ad essere minacciato di morte da questi preti che hanno abusato sessualmente di me e che ancora oggi mi scrivono o mi fanno arrivare dei messaggi minatori del tipo: ‘Se parli sei morto’”.

“Alla mia prima lettera non è seguita nessuna risposta dal vescovo di Treviso. A fine gennaio ho inviato una seconda missiva – sottolinea il docente universitario – in cui lo ho avvertito che avrei reso pubblica la storia dei miei abusi. Quel giorno stesso, monsignor Tomasi mi ha chiamato al telefono. Si è mosso solo quando ha capito che mi sarei rivolto alla stampa. Mi ha proposto un incontro per il 21 febbraio però ho capito che il vescovo stava solo cercando di rabbonirmi per chiudere la vicenda”. “Nessun ritardo eccessivo nella risposta e nella disponibilità all’incontro – risponde con una nota la diocesi di Treviso – semplicemente impegni istituzionali del Vescovo, come la visita pastorale alla missione in Ciad”.

Il vescovo: “Poteva opporsi o denunciare subito”

“I miei avvocati –chiarisce Cecchin – dovevano consegnare l’esposto alla procura di Treviso il 17 febbraio però mi hanno consigliato di aspettare un paio di giorni per evitare la gogna mediatica che già è partita nei miei confronti”. Il docente di filosofia si riferisce alle ultime dichiarazioni di Corrado Pizziolo, vescovo di Vittorio Veneto. Intervistato da Il Gazzettino, il monsignore rigetta le accuse ai due preti, definendo “inverosimile” l’intera storia. “Ho lavorato con questi sacerdoti per oltre trent’anni – afferma Pizziolo – mi fido di loro più che di me stesso. Sono persone dalla reputazione cristallina”. “Aveva 20 anni – continua il vescovo riferendosi a Cecchin – non era un bambino. Anche ammesso che avesse visto o subito qualcosa di strano, avrebbe avuto la possibilità di denunciare e opporsi immediatamente, non dopo 30 anni”. Insomma, per il vescovo di Vittorio Veneto, la presunta vittima degli abusi sessuali avrebbe dovuto trovare il coraggio di accusare subito e non aspettare così tanto tempo. “Se Pizziolo pronuncia un’altra volta il mio nome – attacca il professore universitario – agirò per vie legale anche nei suoi riguardi”. “Tra l’altro – precisa Cecchin – all’epoca dei fatti, l’attuale vescovo di Vittorio Veneto era educatore teologico all’interno del seminario di Treviso e non aveva niente a che fare con la comunità vocazionale. Non l’ho mai conosciuto e afferma il falso quando dice che mi ha parlato durante l’anno in cui sono rimasto lì”.

La diocesi: “Fiducia nei due sacerdoti coinvolti”

“E’ con dolore ma anche con serenità che stiamo procedendo per valutare i passi da fare, in tutte le sedi”. Il vicario generale della Diocesi di Treviso, monsignor Adriano Cevolotto, interviene così sulla vicenda della segnalazione di presunti abusi che sarebbero avvenuti circa 30 anni fa nel Seminario vescovile di Treviso, denunciati da un uomo allora maggiorenne. “Ribadendo la volontà di chiarezza, trasparenza e verità, esprimiamo la nostra fiducia nei confronti dei due sacerdoti coinvolti e del loro lavoro, che è una fiducia in tutto il presbiterio diocesano” ribadisce Cevolotto. “Una fiducia – si legge sempre nella nota diffusa dalla diocesi trevigiana – che è confermata anche nei confronti dell’ambiente del Seminario, che nel corso degli anni ha saputo dimostrare un impegno e una serietà nell’accompagnare tanti giovani, nel discernimento vocazionale, che non sono mai stati messi in dubbio”. “La lotta agli abusi nella Chiesa portata avanti con fermezza da papa Francesco è importantissima e vede impegnata la diocesi di Treviso, insieme a tutte le diocesi, per l’ascolto, l’accoglienza, il rispetto, per la trasparenza e per la verità. “Una verità – conclude il vicario generale – e un rispetto che dobbiamo anche alle persone e alle Istituzioni accusate, che hanno diritto di fare i passi necessari per difendersi e tutelare la propria onorabilità”.