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Opinioni
14 Novembre 2021
11:58

Orsola Severini racconta il suo aborto terapeutico: “Non siamo così diversi dalla Polonia”

Cosa vuol dire abortire oggi in Italia? Orsola Severino racconta in un libro la sua esperienza: “Se continuiamo così, l’interruzione di gravidanza sarà presto impraticabile anche da noi”.
A cura di Maria Cafagna
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Izabela Sajbor era una parrucchiera polacca di 30 anni e aspettava un bambino. Ricoverata in ospedale per complicazioni, i medici le avevano detto di aspettare che il suo feto morisse perché non potevano interrompere la gravidanza a causa delle leggi che hanno resto le norme sull’aborto ancora più restrittive. Izabela Sajbor è morta insieme al suo bambino. La tragica vicenda ha riportato in piazza le donne polacche, le associazioni femministe e i movimenti LGBTQI+, che già nei mesi precedenti avevano fatto sentire la loro voce contro le scelte del governo ultra-conservatore molto legato alla potente chiesa cattolica locale.

La guerra sul corpo delle donne non si è mai fermata. Come ha dimostrato lo studio Mai Dati dell’associazione Luca Coscioni, ci sono alcune regioni e province in cui l’interruzione di gravidanza è impossibile a causa dell’altissimo numero di obiezioni. Ma per capire cosa vuol dire oggi abortire in Italia, i dati non bastano, serve ascoltare la voce delle donne, o leggere le loro storie. Orsola Severini è dovuta ricorrere all’aborto terapeutico, un’esperienza che l’ha segnata profondamente e che le ha cambiato la vita. Lo racconta nel suo esordio letterario, Il Consolo, edito da Fandango Libri.

Orsola, nei giorni in cui usciva il tuo libro è arrivata la notizia della prima morte accertata a causa delle restrizioni imposte dal governo polacco sull’aborto, come hai vissuto questa vicenda?

Malissimo. Ho subito pensato che quella donna potessi essere io. Se fossi nata in un paese dove non è consentito abortire, anche io avrei agito clandestinamente, perché ero e sono tutt’ora convinta che sia stata la scelta giusta, che porta meno sofferenze per tutti. Non pensiamo che ciò che sta accadendo in Polonia sia una realtà tanto distante dalla nostra. In Italia il tasso di obiezione di coscienza tra i sanitari rasenta l’80% e i non obiettori sono soprattutto persone che hanno lottato per la 194, quindi vicini alla pensione. Se continuiamo di questo passo, tra qualche anno l’interruzione di gravidanza sarà di fatto impraticabile in Italia.

Il tema dell’obiezione di coscienza è ancora molto dibattuto. Durante il tuo percorso hai incrociato diversi medici, ginecologi e personale sanitario; parli delle loro condizioni di lavoro spesso frustranti; cosa ti rimane di quell’esperienza?

Da una parte l’assurdità dell’obiezione di coscienza che è qualcosa di molto subdolo. Quando ho detto al medico che mi aveva seguita nelle gravidanze andate bene che volevo interrompere, mi ha consigliato di aspettare almeno un mese prima di decidere, mentre in queste situazioni è importante agire il prima possibile per risparmiare sofferenze al feto e per tutelare la salute della madre. Poi quando ha capito che ero decisa ad andare avanti è completamente sparita. Come lei, molti altri mi hanno mandata via in malo modo senza darmi nessun tipo di indicazione. Dall’altra parte ci sono i medici non obiettori che lavorano in condizioni terribili (reparti fatiscenti, in perenne sottorganico), la non obiezione è una vera propria scelta di vita visto che compromette tutta la carriera. Sono come dei resistenti che si ritrovano a fare solo aborti, questi reparti sono delle vere e proprie “catene di montaggio” dell’aborto, le pazienti vengono trattate in modo brusco senza il minimo supporto psicologico. È un’esperienza che mi ha segnata per sempre.

Nel libro parli anche della fatica di reperire le giuste informazioni sull’interruzione di gravidanza, cosa si potrebbe fare per migliorare questo aspetto secondo te?

Sicuramente facendo in modo che l’aborto non rimanga più un tabù e portando l’attenzione sul tema. Viviamo in un paese in cui non esiste l’educazione sessuale a scuola e questa è una delle conseguenze, purtroppo questo aspetto non mi sembra in procinto di cambiare. Possiamo fare rete tra di noi e lottare perché se ne possa parlare apertamente.

Le donne hanno spesso idee contrastanti anche su come approcciarsi al tema. Molte parlano di un’esperienza traumatica, altre rivendicano con orgoglio quella scelta. Dacia Maraini qualche tempo fa ha rilasciato un’intervista per FanPage dicendo che l’aborto non è un’esperienza felice e che non dovrebbe proprio esistere: che ne pensi delle sue parole?

Il mio libro non è un saggio sull’aborto e posso parlare solo della mia esperienza. Quello che mi sento di dire è che, se l’aborto non può essere un’esperienza felice in Italia è soprattutto a causa di come vengono trattate le donne che vi hanno ricorso. Una donna può compiere questa scelta in modo relativamente sereno, ma passare da quei reparti è qualcosa di molto traumatico. Sul fatto che non dovrebbe esistere, vorrei ricordare che le donne non rimangono incinte da sole, ma che la responsabilità di una gravidanza indesiderata ricade anche sugli uomini.

Infatti c’era un vecchio slogan femminista diceva: se gli uomini dovessero partorire, l’aborto sarebbe un sacramento. Cosa vorresti che arrivasse della tua esperienza agli uomini che leggeranno il tuo libro?

Credo che il corpo femminile, quando non è rappresentato come oggetto sessuale, faccia molta paura, o addirittura schifo agli uomini. Penso che parlare di cosa succede alle donne anche dal punto di vista fisico sia molto importante perché spesso gli uomini non sanno niente a riguardo. Quando parliamo di aborto ci concentriamo soprattutto sugli aspetti morali ma l’aborto è qualcosa di molto concreto. È ciò che ho cercato di fare io nel mio racconto ma che ritroviamo anche nel romanzo l’Evento di Annie Ernaux e nel suo adattamento cinematografico. La scelta di Anne che ha vinto il Leone d’oro quest’anno.

All’inizio del libro parli della tua come una vita quasi perfetta: due bambini bellissimi, un marito e un equilibrio conquistato e felice. Forse anche per questo le battaglie femministe ti sembravano molto lontane da te, com’è cambiato ora il tuo approccio a queste istanze?

La donna che descrivo all’inizio del libro non esiste più, ed è un bene. In quegli anni vivevo con il pilota automatico inserito e cercavo di omologarmi il più possibile al modello di giovane donna realizzata sotto tutti gli aspetti. È difficile dire se fosse una pressione autoindotta o proveniente dalla società, ma sicuramente l’esperienza dell’aborto terapeutico ha fatto cadere la maschera che portavo allora.

Perché hai deciso di raccontare una storia così personale?

Nel giugno del 2018 ho letto un’intervista al Papa in cui paragonava le donne che hanno ricorso all’aborto terapeutico ai criminali nazisti. e mi sono detta che se sapesse cosa significa veramente compiere quella scelta mi avrebbe chiesto scusa. Vorrei che la mia scelta – che è anche quella di migliaia di donne – venga rispettata come una scelta d’amore, in primis nei confronti del mio bambino che non è mai nato. Vorrei rompere il silenzio che circonda questo argomento e che le altre donne che hanno vissuto la mia stessa esperienza si sentano meno sole. Da un punto di vista più personale, l’elaborazione di questo trauma è stata l’occasione per riflettere sulla mia identità ed è per questo che nel libero parlo anche del rapporto con mio padre.

Spesso gli incontri su libri come il tuo si trasformano in gruppi di auto-coscienza femminile, sta accadendo lo stesso anche con Il Consolo?

Si, ed è una cosa molto bella. Sono molte le donne che mi stanno contattando per raccontarmi la loro esperienza, non solo di aborto terapeutico ma di maternità o non maternità. In Italia il rapporto con la maternità mi sembra sempre problematico: sia le donne che hanno scelto di avere figli, sia quelle che hanno deciso o non hanno potuto averne esprimono sempre un certo senso di colpa o di inadeguatezza. Credo che sia veramente giunto il momento di lavorare tutte insieme per spazzare questi sentimenti per sempre.

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Maria Cafagna è nata in Argentina ed è cresciuta in Puglia. È stata redattrice per il Grande Fratello, FuoriRoma di Concita De Gregorio, Che ci faccio qui di Domenico Iannacone ed è stata analista di TvTalk su Rai Tre. Collabora con diverse testate, ha una newsletter in cui si occupa di tematiche di genere, lavora come consulente politica e autrice televisiva. -- Maria Cafagna   Skype maria_cafagna
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