Omicidio Lea Garofalo, la Cassazione conferma i 4 ergastoli

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La donna uccisa dal marito e dagli altri componenti del suo clan perché diventata testimone di giustizia.

Definitive le condanne per l’omicidio di Lea Garofalo, la testimone di giustizia vittima di ‘ndrangheta. La Corte di Cassazione infatti ha confermato i quattro ergastoli e la condanna a 25 anni di carcere emesse nel processo di secondo grado dalla Corte d'Assise d'Appello di Milano il 25 maggio del 2013. I condannati all’ergastolo sono l’ex marito Carlo Cosco, il fratello Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, mentre l'ex fidanzato della figlia di Lea, Carmine Venturino, è stato condannato a 25 anni in ragione dello sconto di pena per le sue dichiarazioni. Fu proprio Venturino infatti che dopo la condanna in primo grado iniziò a collaborare dal carcere facendo ritrovare i resti del cadavere di Lea Garofalo in un campo in Brianza nel 2012. La Cassazione ha anche condannato gli imputati al pagamento delle spese processuali e al risarcimento alle parti civili, fra cui la figlia di Lea e il Comune di Milano.

Lea Garofalo uccisa nel 2009

Secondo quanto ricostruito durante le indagini e il successivo procedimento giudiziario Lea Garofalo fu uccisa a Milano il 24 novembre del 2009 e il suo corpo fu bruciato in un magazzino a Monza. La donna nel 2002 aveva iniziato a collaborare con la giustizia fornendo informazioni su omicidi di mafia avvenuti negli anni Novanta ad opera del clan guidato da suo marito e per questo era stata punita dagli uomini della cosca. Lea Garofalo era anche entrata nel programma di protezione dei testimoni, ma vi rinunciò e nel 2009 il marito riuscì a riavvicinarla attraverso la figlia facendola uccidere.

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