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Opinioni
16 Novembre 2022
13:00

L’odissea di Anastasiia e di suo figlio, la 23enne ucraina derubata due volte della sua libertà

Anastasiia Alashri è stata derubata due volte della sua libertà, dopo aver combattuto per se stessa e per suo figlio.
A cura di Anna Vagli
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Anastasiia Alashri
Anastasiia Alashri

Le abbiamo viste negli scantinati, abbracciate ai loro figli mentre si riparavano dai missili che piombavano sulle loro abitazioni. Abbiamo percepito il loro strazio mentre nelle stazioni cercavano di farsi largo tra la gente per salire su un treno, verso la salvezza oltre confine e in cerca di un futuro lontano dall’Ucraina.

Anche Anastasiia Alashri era tra quelle donne in fuga dalla guerra. Era arrivata in Italia a marzo con il figlio di tre anni e il marito con doppio passaporto, ucraino ed egiziano.

Ma nel Paese che aveva scelto per ricominciare, ha trovato la morte. Derubata due volte della sua libertà dopo aver combattuto per se stessa e per suo figlio. Senza aver neppure avuto il tempo di piangere.

Manca poco più di una settimana al 25 novembre, giorno in cui si celebra la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Dunque, il femminicidio di Anastasiia evidenzia ancora una volta le difficoltà del sistema a proteggere chi denuncia i maltrattamenti in famiglia. Ma questa ennesima “croce rosa” fa anche un passo in più. In questo senso, la morte di Anastasia ha assunto, nei fatti, una maggiore copertura mediatica.

Il motivo è semplice perché attiene all’impatto emozionale che la sua storia esercita sull’opinione pubblica. Anastasiia non è soltanto l’ennesima vittima della presunta violenza omicida del marito, ma è anche una giovane mamma di 23 anni che era già scampata al più terribile dei destini: quello di morire sotto i bombardamenti di Kiev.

Del resto, forse, non poteva essere altrimenti. Dopo due anni di pandemia ci siamo ritrovati schiacciati dallo spavento di una guerra che si combatte vicino casa. Un parallelismo di eventi forti: la paura che ha condizionato le nostre vite si è incrociata con l’incertezza e l’insicurezza derivante dalla guerra.

Ma chi era Anstasiia Alashri?

Anastasiia Alashri (foto Facebook)
Anastasiia Alashri (foto Facebook)

Anastasiia era arrivata in Italia lo scorso marzo e si era stanziata nelle Marche, in provincia di Pesaro Urbino. Da maggio lavorava come cameriera in un ristorante di Fano e, dallo scorso settembre, dava lezioni nella scuola musicale cittadina.

Nel nostro Paese, però, il matrimonio con il marito, Moustafa Alashri, egiziano di 42 anni, era entrato in una profonda crisi a causa delle vessazioni e delle violenze che la giovane era costretta a subire.

Maltrattamenti che l’avevano indotta, lo scorso venerdì, a recarsi presso la stazione dei carabinieri di Fano per denunciare le violenze. Aveva poi lasciato la loro abitazione e trovato accoglienza a casa di un collega ed amico. Quelli sono stati gli ultimi momenti in cui è stata vista viva. Poi la denuncia di scomparsa, la mattina del 13 novembre, presentata dal suo datore di lavoro, preoccupato e insospettito dopo che non l’aveva vista arrivare al ristorante.

Partite le ricerche, i carabinieri e i vigili del fuoco ne hanno recuperato il corpo in una zona collinare intorno a Fano. Secondo quanto emerso fino ad oggi, Anastasia era andata dal marito per riprendersi alcuni dei suoi vestiti, ma quella visita si sarebbe rivelata letale. Dopo l’ennesimo acceso diverbio, infatti, di lei si erano perse le tracce.

Sul suo corpo sarebbero state inferte almeno tre coltellate in varie parti del corpo. Sarebbe stato proprio l’ex, fermato alla stazione di Bologna, a indicare agli investigatori il luogo dove si trovava il cadavere. Il corpo senza vita sarebbe stato rinvenuto in un trolley. L’uomo, Moustafa Alashri, avrebbe poi tentato la fuga verso la Germania prima di essere fermato.

Anastasia Alashri
Anastasia Alashri

L'"orfano speciale": il figlio di Anastasiia

C’è un’altra vittima oltre ad Anastasiia in questa storia. Ed è suo figlio. Un figlio che rientra nella categoria di quei bambini che, in gergo tecnico, vengono definiti orfani speciali. Quei minori, cioè, che hanno perso entrambi i genitori per un femminicidio-suicidio o per un femminicidio con la contestuale sottoposizione a regimi detentivi del padre.

Un bambino di soli tre anni che probabilmente è stato testimone delle violenze perpetrate ai danni di sua mamma Anastasiia. E che ora si è trovato a perdere, nello stesso momento, entrambi i genitori. Colpito, oltre dal trauma derivante dal lutto, anche dall’incertezza del suo futuro. Ancor più incerto in un Paese che non è il suo e nel quale, probabilmente, non ha neppure parenti al quale essere affidato.

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Dottoressa Anna Vagli, giurista, criminologa forense, giornalista- pubblicista, esperta in psicologia investigativa, sopralluogo tecnico sulla scena del crimine e criminal profiling. Certificata come esperta in neuroscienze applicate presso l’Harvard University. Direttore scientifico master in criminologia in partnership con Studio Cataldi e Formazione Giuridica
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