Liliana Resinovich non è stata nel laboratorio di Visintin prima di morire: la perizia sulle scarpe
Un lavoro iniziato l'8 luglio del 2025 e depositato al Tribunale di Trieste soltanto lo scorso 12 ottobre dopo una serie di rinvii: nelle 352 pagine di perizia sui reperti (oltre 30 oggetti e più di 200 formalizioni pifilere) legati alla morte di Liliana Resinovich, trova ampio spazio anche l'analisi effettuata sulle scarpe della 63enne scomparsa il 14 dicembre 2021 e trovata morta il 5 gennaio del 2022 nei giardini dell'ex Opp di Trieste.
Ed è proprio da questo luogo che partono gli accertamenti ad alta tecnologia al microscopio elettronico sulle scarpe stringate in pelle nera e bordeaux indossate da Resinovich il giorno del ritrovamento del cadavere. La perizia ha già evidenziato con le analisi genetico-forensi la presenza di 3 Dna maschili sconosciuti rispettivamente sui jeans indossati dalla vittima, su uno dei sacchi neri nei quali era avvolta, sulla maglietta della 63enne (il cosiddetto Ancona 1, trovato grazie all'analisi di un capello) e sul cordino che legava le chiavi custodite nella sua borsa.
L'analisi delle scarpe, invece, puntava a raccontare il tragitto compiuto da Liliana per arrivare dalla sua abitazione fino al roseto nel quale è stata trovata senza vita il 5 gennaio 2022. Nella perizia firmata da Fattorini, Sacchi e Turchi, si cerca di ricostruire il percorso e le sue tappe intermedie.
L'assenza di zolle di terreno particolarmente evidenti sotto le suole di quelle che in laboratorio erano contrassegnate come Reperto 8388, hanno contrassegnato una delle principali difficoltà per i periti, ma anche uno dei tasselli scientifici più rilevanti dell'intero impianto di indagine.
L'ipotesi del passaggio nell'officina del marito indagato
Le scarpe, evidentemente usurate, sono state sottoposte a sofisticati esami al microscopio elettronico a scansione con microanalisi chimica, ad accertamenti di geologia forense e a test biologici. Le risposte ottenute in seguito ai test sono abbastanza nette: la più evidente riguarda il presunto passaggio della 63enne nell'officina e laboratorio del marito, Sebastiano Visintin, unico indagato per il delitto.
In questo caso, gli esperti hanno eseguito un confronto chimico e microscopico tra i residui sotto le suole delle scarpe e i campioni prelevati all'interno dell'officina. La comparazione ha permesso ai periti di escludere la presenza della donna nel locale nel giorno della sua scomparsa.
Va detto che dopo la scomparsa della 63enne, Visintin ha trasferito la sua attività nella sua abitazione, lasciando di fatto l'officina. Nel 2025, infatti, il locale non era più nelle sue disponibilità. L'esito scientifico non tiene però conto del dettaglio e si basa principalmente su 3 elementi di laboratorio: il primo riguarda l'assenza di trucioli metallici. Nell'officina dell'indagato, era stata infatti riscontrata un'elevata presenza di sfridi d'acciaio derivati da lavorazioni da taglio. Sotto le calzature di Liliana, non ne è stato rinvenuto alcuno.
Incompatibile anche la chimica dello zirconio trovato sulle calzature. Sulle scarpe della vittima sono stati isolati rari granuli del materiale associato al sicilicio, di semplice origine minerale e ambientale. Secondo quanto si legge nella perizia, invece, nei campioni dell'officina lo zirconio era sistematicamente legato all'alluminio, tipica impronta chimica dei dischi e delle mole abrasive usate da Visintin per affilare i coltelli. Il terzo dato, invece, è legato alle fibre di vetro.
Sulle scarpe di Resinovich sono state individuate frequenti fibre artificiali vetrose che non sono invece state trovate nel laboratorio del marito. Secondo gli accertamenti, si può quindi escludere il passaggio della 63enne nel laboratorio di Visintin prima di sparire.
Impossibile la comparazione tra il terreno sotto le suole e quello del roseto
Un altro nodo importante è quello relativo alle zolle di terreno compatibile con quello del roseto del giardino dell'ex Opp di Trieste, dove Resinovich è stato trovata morta. L'analisi chimica ha chiuso la porta all'ipotesi dell'officina, ma quella di geologia forense ha lasciato aperto l'enigma del percorso compiuto dalla 63enne prima del decesso.
Non è infatti possibile dire che Liliana sia stata trasportata nel boschetto dopo la sua morte e neppure che sia giunta fino a lì a piedi. Le suole delle scarpe erano molto usurate, ma non vi erano depositi macroscopici di terreno. L'assenza di quantità utili di terra non ha permesso il confronto geologico con il suolo del roseto. Per la scienza non è possibile confermare o smentire nessuna delle due ipotesi in campo.
Assenti anche le tracce di Dna
Esito nullo anche per i test biologici effettuati sul reperto. Sono state eseguite 4 tamponature alla ricerca di tracce di Dna sulla superfice esterna delle calzature (rispettivamente sulla punta e sul tallone di ciascusa scarpa). Nessuno dei prelievi ha restituito tracce di Dna o profili biologici utili per le comparazioni con Visintin o con gli altri soggetti maschili legati a Liliana.
La perizia, quindi, sembra aver risolto il mistero sul presunto passaggio nell'officina di Visintin, ma non ha di fatto spiegato come la 63enne possa essere arrivata nel giardino dell'ex Opp di Trieste. Per provare a ricostruire il percorso, bisognerà aspettare l'udienza del 30 ottobre, decisiva anche per un eventuale rinvio a giudizio del marito della 63enne.