Cosa è emerso sul cordino legato attorno al collo a Liliana Resinovich: non si esclude che arrivi da casa
Le 352 pagine di perizia sulla morte di Liliana Resinovich si soffermanosu più di 30 oggetti legati al giallodella 63enne scomparsa a Trieste il 14 dicembre 2021 e trovata senza vita il 5 gennaio del 2022. Uno dei nodi principali riguarda il cordino legato attorno al collo della donna, lo stesso che andava a chiudere il sacchetto dell'immondizia poi trovato dalle autorità che hanno reperito il cadavere.
Su quel cordino si è concentrato uno dei quesiti del giudice per le indagini preliminari, Fulvia Mangiante. Ai periti è stato chiesto di analizzare il cosiddetto Reperto 8845 e di compararne il materiale con altri gomitoli e pezzi di spago trovati in casa della donna e del marito, Sebastiano Visintin, indagato per il decesso. I periti sono stati chiamati anche a riferire sul tipo di taglio del cordino e sul tipo di strumento o oggetto utilizzato per reciderlo.
Il cordino è stato oggetto di un articolato approfondimento merceologico e forense nella perizia Fattorini, Sacchi e Turchi. Gli accertamenti del laboratorio hanno permesso di definire con esattezza le caratteristiche fisiche dello spago, ma non di trovare una compatibilità certa con i gomitoli sequestrati nell'abitazione dove la 63enne aveva vissuto con il marito. Riscontrata anche l'assenza di tracce biologiche terze. Si tratta però di un limite di laboratorio e non di una prova che possa permettere alle indagini di protendere per la pista dell'omicidio o per quella (già esclusa con la mancata archiviazione del caso) del suicidio.
Il materiale e il taglio sul cordino
I due spezzoni e la fibra vegetale trovati al collo di Liliana nella giornata del 5 gennaio 2022 sono stati analizzati dal punto di vista merceologico e dalle verifiche è emerso che il materiale è di tipo vegetale a due fili con torsione a S. Il cordino è costituito di canapa o iuta e ha un diametro irregolare tra i 3 e i 4 millimetri. Il primo taglio, quello apparentemente effettuato con un paio di forbici, sarebbe stato effettuato dal medico legale durante il sopralluogo nel roseto dell'ex Opp di Trieste.
Il reperto è stato consegnato al collegio peritale suddiviso in due spezzoni distinti proprio per permettere le verifiche anche sul taglio originale, effettuato invece con una lama. L'intero cordino però era imbevuto da una sostanza fluida a base proteica di colore beige, derivata dai processi naturali degradativi del corpo nel sacchetto di plastica.
La comparazione con altri cordini
Gli accertamenti hanno di fatto evidenziato l'impossibilità di dire con certezza se lo spago al collo di Liliana fosse uguale a uno di quelli sequestrati il 16 marzo 2022 nell'abitazione di Visintin. Tre spaghi sono stati esclusi già al primo esame visivo: il primo è quello che legava le chiavi trovate nella borsa di Liliana, lo stesso sul quale sono state trovate tracce di Dna maschile sconosciuto. Altri due, invece, presentavano semplicemente un diametro diverso, di 1,5 e 2 mm. Nettamente più sottile, secondo quanto scrivono i periti, rispetto a quello del collo.
Altri tre spaghi sono invece stati definiti compatibili per tipologia, ma il materiale grezzo e di uso comune privo di anomalie, non ha permesso confermare o escludere la piena compatibilità con il cordino trovato al collo di Liliana.
L'assenza di impronte sul cordino
Non è dunque possibile escludere che il cordino arrivi dall'abitazione dove la donna viveva con Sebastiano, ma neppure confermarlo. Gli esami genetico forensi e quelli dattiloscopici non hanno permesso di individuare tracce diverse da quelle di Liliana, ma anche in questo caso i limiti di laboratorio sono diversi.
I primi sono di tipo materiale: la prolungata permanenza del cordino a contatto con i liquidi della decomposizione (quindi con la sostanza beige trovata sullo spago) ha alterato e coperto le eventuali micro-tracce preesistenti. Sul cordino non è stato possibile individuare il profilo né dell'indagato, né di altre persone vicine a Resinovich. Lo stesso è accaduto per quanto riguarda la ricerca delle impronte: la porosità della fibra vegetale non permette di trattenere efficacemente le impronte dermo- papillari rispetto alle superfici lisce. L'eventuale uso di guanti da parte del killer, inoltre, potrebbe aver evitato a un terzo soggetto di lasciare impronte papillari.
La scienza merceologica e genetico-forense ha consegnato quindi alla Magistratura uno spago tipologicamente compatibile con quelli presenti in casa (anche se non è dimostrabile che si tratti dello stesso), ma anche analiticamente "muto" sull'identità di chi lo abbia maneggiato.
Il sacchetto di plastica sulla testa della vittima: cosa racconta secondo la perizia
Un altro elemento fondamentale nella perizia, è stato il sacchetto di plastica trovato sulla testa di Liliana, quello che era stato poi legato con lo spago preso in esame. Sono stati svolti esami alla ricerca di impronte dermo-papillari o palmari, ma non sono state evidenziate impronte utili, né di terzi, né della stessa Liliana.
Diverso è invece il discorso sul Dna, perché le analisi biologico-forensi hanno effettivamente permesso di individuare sulle superfici del sacchetto e sulle formazioni pilifere recuperate al suo interno un profilo genetico, ma si tratta di quello della vittima. Non sono state quindi trovate tracce appartenenti ai soggetti noti dell'inchiesta.
Anche in questo caso, la plastica sottile del sacchetto, unita alla condensa e ai fluidi trovati anche sul cardino, costituisce un ostacolo per la conservazione delle impronte papillari. L'assenza di impronte di terzi è del tutto compatibile con l'ipotesi che chiunque sia stato, possa aver indossato i guanti per non lasciare tracce.
L'impossibilità di individuare tracce di questo genere, come il solo profilo biologico della vittima presente sul sacchetto di plastica, non può dimostrare un suicidio: una terza persona, infatti, potrebbe aver agito protetta da guanti. Per la magistratura, il dato certifica solo l'assenza del contatto biologico o digitale diretto sul sacchetto da parte dei protagonisti dell'indagine e dell'indagato, Sebastiano Visintin. Il quadro indiziario generale va valutato con quanto emerso finora sui 3 profili di Dna maschili presenti sul corpo e sugli oggetti di Liliana.