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Opinioni
12 Agosto 2021
11:36

Liberate i capezzoli delle donne (e non solo su Instagram)

Il poster del nuovo film di Pedro Almodovar, Madres Parallelas, rimosso da Instagram per violazione delle norme di comportamento della piattaforma, mette al centro del dibattito una delle più sottaciute e frequenti discriminazioni di genere: perché l’uomo è libero di scoprire il proprio corpo e la donna no? Perché un capezzolo femminile è oggetto sessuale e un capezzolo maschile no? La parità di genere parte anche da qui.
A cura di Maria Cafagna
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Qualche giorno fa in rete è apparso il poster di Madres Parallelas, il prossimo film di Pedro Almodovar con Penelope Cruz che debutterà in concorso alla prossima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. A realizzare il poster è Javier Jaén, un illustratore di Barcellona che ha collaborato anche con il New York Times, il Newyorker e con tutte le più importanti testate spagnole. L’immagine ritrae un occhio con un capezzolo al posto del bulbo oculare da cui secerne una goccia di latte materno.

Un lavoro di grande impatto che è stato condiviso da centinaia di migliaia di persone, alcune delle quali hanno commentato: bellissimo ma sbrigatevi a farlo girare prima che lo levino. Per alcune ore il poster di Madres Parallelas è circolato come uno spinello nei bagni della scuola delle superiori durante l’assemblea d’istituto o come una fiaschetta di whisky durante il proibizionismo.

La ragione sta proprio nel capezzolo che l’algoritmo di Instagram e Facebook proprio non tollera e infatti, qualche ora dopo averla condivisa, molti utenti hanno ricevuto la notifica che avvisava della rimozione dell’immagine per violazione delle norme di comportamento sulla piattaforma.

Jaén, intervistato da El Pàis, ha dichiarato che sia lui che Pedro Almodovar erano consapevoli che il poster rischiava di essere censurato e ha espresso tutta la sua indignazione verso i social network: “È un meccanismo molto sessista e molto macho. Se è il capezzolo di un uomo, non è censurato e se è di una donna, è censurato. Inoltre – ha aggiunto – stiamo parlando di un contesto di maternità, che viene trattato come qualcosa di pornografico o sessualizzato. Partendo dal presupposto che non ci sia nulla di sbagliato nella sessualità o nell'erotismo, penso che stiamo parlando dell'immagine meno erotica del mondo».

Molte donne negli ultimi anni hanno sollevato la questione della disparità di trattamento tra la nudità femminile e quella maschile. Siamo in agosto, le spiagge sono piene e potete riscontrarlo facilmente: gli uomini sono liberi di girare a petto nudo, le donne molto meno. I social network si regolano di conseguenze e censurano i capezzoli femminili ma non quelli maschili.

Per questo nel 2013 è nato il movimento Free the Nipple che sottolinea la disparità di trattamento tra i corpi nudi degli uomini e quelli delle donne. L’idea ha subito scatenato l’entusiasmo delle star di Hollywood più giovani e sensibili ai temi legati alle disparità di genere come Miley Cyrus e Zoe Kravitz, e presto è diventata molto popolare soprattutto tra le ventenni che, col tempo, si sono disaffezionate al reggiseno mandando in crisi i produttori di lingerie.

Nonostante l’apparenza, il messaggio del movimento Free the Nipple è tutt’altro che frivolo perché mette in guardia sulla continua sessualizzazione del corpo femminile: ogni nostra scelta estetica, il nostro corpo e, più in generale, come scegliamo di mostrarci deve avere come metro di giudizio l’approvazione maschile.

Ma i nostri corpi non sono oggetti sessuali, sono i nostri corpi e i nostri corpi sono fatti di organi, parti, sono adibiti a funzioni e, se anche ci va di mostrarli, non è detto che lo facciamo perché vogliamo farci penetrare dal primo uomo che passa. Spesso, è questione di vanità, come ha sottolineato la conduttrice Andrea Delogu su Instagram dopo una serie di spiacevoli commenti a un post in cui giocava con un getto d’acqua completamente vestita, spesso di esigenze spicce: fa caldo e ci scopriamo. Peccato che il bisogno di scoprirsi o di scoprirsi, agli occhi degli uomini, venga sempre letta come un’offerta sessuale verso di loro. Spoiler: non è sempre così.

Del resto nessuno invoca la buoncostume se in spiaggia si vede un uomo con un costume adamitico da cui si intravedono pene e testicoli e state tranquilli che la scelta di un micro-costume da parte di un uomo non viene letta  necessariamente come un’offerta sessuale. Allora perché per una donna non vale lo stesso principio? Perché se una donna indossa un costume sgambato è una poco di buono mentre se un uomo fa sfoggio del suo fisico in spiaggia va bene?

Siamo cresciuti e cresciute in un contesto plasmato a misura dell’uomo maschio bianco ed eterosessuale: il nostro sistema giuridico, i nostri consumi culturali, la moda, i consumi, la pubblicità, l’intrattenimento per secoli sono stati pensati e realizzati per rispondere in maniera specifica ai bisogni basilari del maschio. Tutto questo è avvenuto a scapito delle minoranze, come la comunità LGBTQI+, ma paradossalmente anche a scapito della maggioranza delle persone: le donne! Secondo le ultime rilevazioni, in Italia ci sono più donne che uomini e le donne vivono in media di più. Insomma, parlare di tutela delle minoranze quando si tratta di questioni di genere è sbagliato, sarebbe più giusto dire che nel nostro Paese esistono importanti fette della popolazione con meno diritti e tutele e che questo è il frutto di anni di leggi, pratiche e abitudini che hanno sfavorito le donne in qualsiasi ambito della loro vita, compresa la libertà di mostrare una parte del corpo che agli uomini è ampiamente concessa di mostrare.

Pensate che persino allattare può diventare un problema e che molte donne sono ancora obbligate a coprirsi il seno mentre nutrono il proprio bambino o la propria bambina.  Siamo ben lontani dalla parità e si vede anche da questi particolari. Liberare i capezzoli non è una questione di poco conto e Almodovar, da sempre un regista attento alle tematiche di genere e tra i più capaci nel raccontare le donne, lo sa bene.

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Maria Cafagna è nata in Argentina ed è cresciuta in Puglia. È stata analista di TvTalk e oggi lavora come consulte politica e per la televisione. Vive e lavora a Roma.
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