L’avvocato della fonte sul caso David Rossi: “Dubbi sugli accessi in carcere, Commissione lo ha messo in pericolo”
William Renan Villanova Correa e Saverio Giampà sono le due fonti della Commissione d'inchiesta su David Rossi, il capo della comunicazione della Monte dei Paschi di Siena morto precipitato dalla finestra del suo ufficio a Siena il 6 marzo 2013. Quello che questi due detenuti hanno detto ai membri della Commissione, e a un ufficiale della polizia giudiziaria, è stato tutto reso pubblico nella conferenza stampa dello scorso 19 ottobre. Sarebbero stati loro a svelare i nomi di Gabriele Ceccherelli, ex capitano della squadra di calcio storico fiorentino, e Giuseppe Mussari, ex presidente di Monte dei Paschi di Siena.
Il primo – secondo quanto svelato dalla Commissione – avrebbe organizzato la violenza nei confronti di David Rossi (poi eseguita da altri due giocatori del calcio storico) mentre il secondo sarebbe il mandante delle intimidazioni. Secondo il lavoro della Commissione d'inchiesta infatti, l'intenzione sarebbe stata "solo" quella di spaventare il capo della comunicazione per convincerlo a non opporsi a certi affari illeciti e, quindi, per non metterlo nel mirino della criminalità organizzata. Alla fine però quelle intimidazioni sarebbero sfuggite di mano e David Rossi sarebbe stato ucciso. Tutto dovrà essere provato eventualmente in sede giudiziaria. Ceccherelli e Mussari si dicono estranei a quanto accaduto a David Rossi. In questi 13 anni la Procura per due volte ha archiviato il caso per suicidio.
Resta il fatto che a far discutere ora sono anche le modalità utilizzate dalla Commissione. Sono stati fatti nomi accusandoli di reati quando non sono indagati, è possibile? Può farlo una Commissione politica? E ancora: due detenuti sono stati sentiti e utilizzati come fonti importanti, come fossero collaboratori di giustizia. Ma sono stati tutelati come vengono tutelati i collaboratori di giustizia? A Fanpage.it sull'accaduto è intervenuto Roberto Nesticò, l'avvocato di Correa.
Cosa non torna secondo lei avvocato sulle modalità usate della Commissione?
Le mie perplessità sull'operato della Commissione risalgono già a quando c'è stato il primo incontro tra la Commissione e il mio assistito a Prato, in carcere, all'inizio del 2025. Poi sono state confermate da alcune anticipazioni alla stampa di notizie, prima che fossero comunicate agli interessati. Ma sono valutazioni personali. Per la vicenda specifica di questi giorni, posso dire che Renan in carcere mi ha fatto sapere che la Commissione era stata da lui lo scorso 13 luglio e gli avevano fatto alcune domande, anche su vicende oggetto di altre indagini. Peraltro, la polizia penitenziaria gli aveva detto che queste persone si erano presentate come suoi parenti. Su quell'incontro la Commissione non ha rilasciato al detenuto nessun verbale, nessun documento e, ovviamente io ne sono rimasto all'oscuro.
Passano pochi giorni e a fine luglio il mio assistito viene chiamato ancora dalla polizia penitenziaria e informato che c'erano suoi parenti ad aspettarlo per un colloquio. Renan ha subito chiamato suoi familiari i quali gli ha negato che erano passati a trovarlo. Così il mio assistito non si è presentato all'incontro. Ad agosto mi ha raccontato tutto e ho subito chiesto chiarimenti alla Commissione che mi ha risposto il 17 settembre.
Cosa le hanno risposto?
Mi hanno fatto prima di tutto sapere che la mia richiesta di accesso alle copie degli atti era stata rigettata, poi hanno definito il colloquio del 13 luglio come un "incontro informale finalizzato a valutare l'utilità di un'eventuale audizione in commissione" del mio assistito. Ma l'utilità sotto quale aspetto? Sotto l'aspetto della conoscenza dei fatti? Per vagliare il grado di conoscenza all'interessato sono state fatte domande. In che forma? Non si sa. Verbalizzate? Non si sa. Registrate? Non si sa. Certo è che non sono state informazioni spontanee come sostengono loro, Renan ha dovuto rispondere a delle domande.
Dalla Commissione hanno poi precisato: "Il suo assistito era stato precedentemente informato di tale incontro e aveva espressamente manifestato il suo assenso". E ancora: "La commissione parlamentare d'inchiesta non aveva posto limiti all'eventuale presenza di un suo legale di fiducia". Ma mi risulta che il mio assistito non venne informato sulla data, quindi come facevo a essere presente? Infine hanno precisato che "i componenti della delegazione non si sono mai qualificati come familiari". Proprio perché non ho condiviso le modalità procedurali della Commissione, ho fatto un esposto alla Procura di Spoleto. Anche per capire come la Commissione è stata registrata sul registro degli accessi in carcere oltre a tutti gli altri particolari.
Il dichiarazioni del suo assistito possono essere utilizzate in un eventuale processo?
C'è da dire che come prevede il Codice di procedura penale, se un atto è viziato da un punto di vista di acquisizione, di compimento, quell'atto diventa inutilizzabile davanti a un giudice. E l'atto in cui ci sarebbero le parole del mio assistito mi sembra che sia assolutamente inutilizzabile. Senza contare che queste modalità potrebbero aver messo a rischio l'incolumità personale del mio assistito. Ma c'è di più: perché Renan non è stato sentito formalmente, ma le sue dichiarazioni sono confluite in una annotazione di polizia? Sarebbe stato forse opportuno, a seguito di quelle dichiarazioni, audirlo.
In queste ore ho chiesto alla Commissione di inviare anche a me i documenti che sono stati consegnati già a voi giornalisti e sono in attesa di risposta.