Pilastro, Bologna: Salvini, in favore di telecamera e con una diretta Facebook, citofona alle case di quelli che gli vengono indicati da una signora come spacciatori del quartiere. Lascia che si sentano i cognomi, enfatizza l'origine etnica, inquadra i citofoni, chiede di poter salire in casa, usa la scusa del riabilitare una famiglia da una accusa che egli stesso sta lanciando. Per calcolo elettorale, il leader della Lega viola i diritti alla dignità, alla sicurezza, alla privacy delle persone sulla base del sentito dire, e propone una narrazione inquisitoria, in cui l'onere della prova finisce su chi deve difendersi.

Del pericoloso populismo penale di Salvini, che peraltro ha già avuto conseguenze sul nostro ordinamento, si è già scritto. Il tema dello spaccio, però, merita di essere approfondito, perché è in effetti indice di una piaga ben più grave: la criminalità organizzata.

Giusto qualche giorno fa è stata pubblicata la relazione semestrale sull'attività svolta dalla Direzione Investigativa Antimafia nel primo semestre del 2019: quasi settecento pagine per fare il punto sui risultati ottenuti nel contrasto alle organizzazioni mafiose.

Per quanto impegnato nella campagna elettorale per le regionali in Emilia, Matteo Salvini dovrebbe trovare del tempo per leggere quelle pagine, che si riferiscono peraltro al periodo in cui era ministro degli Interni e si sarebbe dovuto occupare anche di mafia (ma l'ha fatto poco e male).

La situazione mafiosa in Emilia Romagna

Innanzitutto, viste le mire politiche a breve termine, il leader della Lega dovrebbe leggere le pagine che la DIA dedica alla criminalità organizzata in Emilia Romagna. La crescita economica della Regione negli ultimi anni ha attirato i capitali mafiosi: nel territorio emiliano "la criminalità si esprime con un approccio marcatamente imprenditoriale", infiltrandosi sia nel tessuto economico-produttivo, sia nelle amministrazioni locali.

Tale modello operativo è riuscito a consolidare un "sistema integrato" tra imprese, appalti e affari, che ha costituito l’humus sul quale avviare le attività di riciclaggio e di reinvestimento delle risorse illecitamente acquisite. Un’azione, quest’ultima, favorita dalla disponibilità di compagini imprenditoriali, in particolare nel settore edile e dei trasporti, ad entrare in rapporti con famiglie di mafia. Si tratta di imprese che se da un lato fungono da schermo per le attività illecite, dall’altro diventano funzionali a rilevanti frodi fiscali, spesso realizzate attraverso fatturazioni per operazioni inesistenti (f.o.i.). Uno strumento, quello delle fatture false che, senza generare tensioni o allarme sociale, e grazie alla la complicità di professionisti e imprenditori, consente alla criminalità organizzata di inquinare il tessuto produttivo, creando un grosso danno all’erario.

L'Emilia Romagna non è allora immune dall'infiltrazione mafiosa, anzi. Eppure, nelle pagine dedicate alla situazione emiliana, in cui vengono denunciati l'aumento esponenziale dei soggetti segnalati per reati sintomatici di criminalità organizzata, la corruttela nelle amministrazioni pubbliche e negli appalti, la connivenza con realtà imprenditoriali per il riciclaggio di denaro, non c'è alcun riferimento ad arresti o indagini su soggetti tunisini o nordafricani, nemmeno per quanto riguarda il traffico di stupefacenti.

La Lombardia, la droga, l'ultrà con Salvini

Se Salvini è così interessato alla droga, più che ai quartieri di Bologna dovrebbe allora guardare alla Lombardia, a cui la Direzione Investigativa Antimafia dedica molta attenzione. La regione di provenienza del leader della Lega vive ormai quella che sembra una normalizzazione mafiosa, tanto da spingere il Procuratore Aggiunto di Milano Alessandra Dolci a rivelare, alla conferenza stampa per la conclusione dell'ennesima operazione antimafia, che in Lombardia "emerge un quadro sconfortante" visto che "negli ultimi dieci anni, nonostante le indagini e gli arresti, non è cambiato nulla. Le cosche sono ancora padrone del territorio" e "hanno ripreso il controllo del territorio che non è mai sfuggito di fatto dalle mani della ‘ndrangheta che esercita la giurisdizione dell’antistato".

Al catalogo criminale non manca nulla: dal traffico dei rifiuti alle estorsioni, dalla gestione degli appalti alle rotte della droga. Proprio sugli stupefacenti la relazione si sofferma, citando un caso: il sequestro di beni mobili e immobili "riconducibili ad un capo tifoseria", raggiunto da un provvedimento cautelare emesso nell'ambito dell'operazione Mongolfiera, nel giugno 2019. Ma chi è questo tifoso a cui la Direzione Investigativa Antimafia dedica attenzione? Si chiama Luca Lucci, ultras milanista, già condannato per reati contro la persona, l'anno scorso al centro delle polemiche anche per via di una foto scattata con Matteo Salvini durante la festa all'Arena Civica di Milano per i cinquant'anni della Curva Sud del Milan. Per il traffico di droga, le accuse nei suoi confronti non arrivano da una signora qualunque che punta il dito senza prove, ma dalla magistratura, che non può disporre un sequestro senza consistenti indizi di reato: se proprio Salvini vuole citofonare a qualcuno e chiedergli se spaccia, dovrebbe avere almeno il coraggio di partire dai nomi e cognomi contenuti nella relazione antimafia.