"La situazione si stava normalizzando e iniziavano ad esserci dei prezzi corretti: anche per questo credo che non c'era bisogno di fare politica e demagogia. Il costo di cinquanta centesimi è leggermente più basso del costo di produzione, ma poi c'è tutta la filiera che non si può ignorare. Spero che ci si renda conto di aver preso una scelta avventata e che si possa tornare sui propri passi". Così Gianluca Pavanello, amministratore delegato di Macron, commenta l'annuncio fatto qualche giorno fa dal premier Giuseppe Conte per imporre il prezzo di vendita al pubblico di cinquanta centesimi per le mascherine chirurgiche. Il noto marchio bolognese di abbigliamento sportivo guidato da Pavanello è infatti partito a fine marzo con un progetto no-profit per produrre, nei suoi stabilimenti in Cina, mascherine di questo tipo ma anche Ffp2, camici e tute protettive da destinare prevalentemente ai servizi sanitari regionali di Emilia-Romagna, Veneto e Campania. "Tra le varie controparti con cui lavoriamo c'è anche Invitalia", e cioè l'agenzia guidata dal commissario straordinario Domenico Arcuri per collaborare con la Protezione Civile per la gestione dell'emergenza Covid-19 nel nostro Paese. E proprio a Invitalia, Pavanello ha scritto subito dopo la decisione di Palazzo Chigi per esporre tutte le sue perplessità su questa scelta e annunciare la sospensione della produzione di mascherine chirurgiche perchè insostenibile "viste le attuali condizioni di mercato, che non sono condizioni normali".

"Prodotti conformi, certificati e in regola -spiega l'ad di Macron a Fanpage.it– hanno un costo di produzione superiore ai cinquanta centesimi, figuriamoci tutta la filiera. Abbiamo messo a disposizione la nostra organizzazione e le nostre competenze per dare una mano e continueremo a farlo per le tute, i camici e le Ffp2, ma certamente sulle mascherine ci fermeremo. Per noi è un progetto no-profit, dunque avevamo già deciso di non guadagnarci, però non ci possono imporre di perdere dei soldi. Sono due cose diverse".

Assicurando inoltre che tutti gli ordini finora in sospeso verranno comunque evasi fino alla fine, Pavanello sottolinea come questa decisione rischi di bloccare anche altre realtà, rendendo pertanto introvabili nelle prossime settimane le mascherine chirurgiche. "Se si impone un prezzo sottocosto -spiega- inevitabilmente il prodotto scompare dal mercato, perchè nessuno sarà più disposto a produrlo o importarlo". E si tratterebbe di uno scenario "terribile", sottolinea ancora Pavanello, soprattutto perchè nella cosiddetta "fase 2" la necessità di reperire questi dispositivi continuerà ad essere fondamentale, a maggior ragione se verrà imposto l'obbligo di indossare la mascherina nei luoghi di lavoro e non solo.

"Un dispositivo di questo tipo, in regola, con filati corretti e conformi, se prodotto in Asia non può costare meno di 35 centesimi -continua- e se prodotto in Italia probabilmente di più. Per trasportarlo oggi il costo è di sette volte quello standard: se in momenti normali è di due euro al chilo, oggi è di 14 euro al chilo. Quindi si devono già aggiungere dieci o venti centesimi, ai quali sommare anche i costi per smistare e distribuire la merce e i margini della farmacia di Assago, ad esempio, che deve venderli". E poi c'è l'iva, da non dimenticare. "Al di là delle promesse attualmente è ancora al 22%, una follia. La prima cosa da fare sarebbe stata eliminarla -commenta ancora Pavanello-. Se poi vogliamo comunque mettere un tetto, questo deve essere congruo agli attuali costi di produzione di filiera". Il suggerimento è quindi quello di almeno 80 centesimi più iva. "Un costo basso che almeno copre tutti i costi di filiera con zero margine per tutti", anche se, pure in questo scenario, non sarebbe scontato che chiunque sia disposto a condizioni di questo tipo.

"Io credo non sia stata fatta un'analisi corretta, ma solo politica, buttando lì una cifra irrealistica e non sostenibile. Poi è evidente che adesso -prosegue Pavanello- si cerca di tenere un punto dicendo che c'è una produzione nazionale, ma anche questa, se fatta bene, costa più di 50 centesimi. Tanto è vero che ci sono già aziende italiane che si sono in parte convertite arrabbiatissime perchè così non ci stanno dentro. Chi lavora sa che si può sbagliare -conclude- dunque mi auguro che ci renda conto dell'errore e che si possa tornare sui propri passi definendo delle modalità più corrette".