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13 Maggio 2022
10:40

“Io, infermiera premiata in Italia e campionessa di boxe ma senza cittadinanza”, la storia di Pamela

Vincitrice nel 2021 degli assoluti per i 64 chili e infermiera al pronto soccorso, Pamela vive in Italia dal 2000 e nell’anno del suo esordio fra i professionisti è ancora senza quel “pezzo di carta per il quale sono chiuse tantissime porte”.
A cura di Beppe Facchini
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Io mi sento al cento per cento italiana e per me la cittadinanza ha sempre rappresentato solo un pezzo di carta, fin da piccola. E il merito è anche della comunità in cui ho vissuto, che non mi ha mai fatto sentire diversa. Quando cresci, però, ti rendi conto che quel pezzo di carta ti serve per fare determinate cose, non solo in ambito sportivo”. Ad esempio ottenere più facilmente un mutuo in banca per acquistare casa, andare in gita all'estero coi compagni di classe alle superiori o recarsi alle urne quando ci sono delle elezioni. “Ho quasi trent'anni e ancora non ho mai votato in vita mia” ci racconta Pamela Malvina Noutcho Sawa, infermiera al pronto soccorso dell'Ospedale Maggiore di Bologna e campionessa nel 2021 dei campionati assoluti di boxe per i 64 chili, ormai pronta al grande salto fra i professionisti dopo anni di vittorie a suon di pugni fra i dilettanti, ma ancora senza cittadinanza italiana, nonostante sia praticamente cresciuta nel nostro Paese.

Arrivata dal Camerun nel 2000 insieme al resto della famiglia per ricongiungersi col padre, ai tempi studente a Perugia, Pamela ha vissuto prima in Umbria per una decina d'anni e poi si è trasferita nel capoluogo emiliano per frequentare l'università, incrociando la boxe quasi per caso nel 2015, durante un tirocinio svolto all'interno di una struttura dedicata a persona adulte in condizioni di marginalità sociale. “Fra le attività proposte c'era anche il pugilato -racconta a Fanpage.it -. Ho provato, mi è piaciuto e così, step dopo step, sono arrivati ai campionati italiani”.

“Per me il pugilato ha rappresentato una rinascita -continua Pamela-, perché sul ring ho capito davvero chi ero e come, fra virgolette, raggiungere i miei obiettivi. Adesso sto affrontando questa nuova avventura fra i professionisti e non avere la cittadinanza vuol dire anche in questo caso che il mio percorso verrà rallentato”. Senza quel pezzo di carta, infatti, Pamela non ha alcuna possibilità per combattere per il titolo italiano e nemmeno di intonare l'inno di Mameli con la casacca azzurra. Eppure, è da tanto tempo che sta provando ad ottenerla, ma la burocrazia nostrana ha fino a questo momento ostacolato ogni suo tentativo. “Tutto questo ti chiude naturalmente tante porte – sottolinea la campionessa classe 1992- e mi fa sentire abbastanza frustrata, ma non arrabbiata. Perché non dipende da me. Spero però, prima o poi, di riuscire ad ottenerla”.

Per il suo impegno in corsia durante l'emergenza pandemica, oltre che per l'ultimo titolo conquistato, lo scorso anno Pamela è stata anche premiata dal Comune di Bologna, direttamente dalle mani di Matteo Lepore, all'epoca assessore allo sport, oggi sindaco. “Penso che fare l'infermiera e la pugile un po' si somiglino -spiega -. Io poi lavoro in pronto soccorso, che spesso sembra un campo di battaglia, perché le persone arrivano in un momento difficile, non sanno cos'hanno, sono spaventate e immaginano sempre il peggio. Ed è più o meno la stessa cosa quando salgo sul ring: sono spaventata, non conosco l'avversaria che ho davanti e non so bene cosa fare. Un pugno oppure una parola detta bene al paziente possono quindi fare la differenza”.

La speranza di Pamela per un iter meno tortuoso per l'ottenimento della cittadinanza italiana, almeno per chi “vive in Italia da tanti anni, lavora e paga le tasse qui”, sottolinea la giovane atleta, è che si possa snellire, riducendo i tempi di attesa e l'infinita mole di carteggi richiesti anche a chi come lei non ha praticamente mai vissuto nel Paese d'origine. Quella della Bolognina Boxe, la società nella quale Pamela è cresciuta finora, è invece non soltanto legata ai futuri successi che saprà regalare la campionessa-infermiera, ma anche a un problema non da poco riguardante l'attuale palestra. Come spiega il tecnico Alessandro Danè, l'associazione rischia infatti di restare presto senza una sede. Il motivo? I rumori eccessivi dei pugni sferrati nella palestra popolare nel quartiere San Donato del capoluogo emiliano. Dopo un primo cambio di sede e alcuni lavori di insonorizzazione dove si trova attualmente, l'ente regionale preposto ha fatto sapere alla società (circa 300 associati, 7 dipendenti, 2 pugili professionisti, 22 agonisti, 18 nazionalità diverse che convivono sullo stesso ring e "i conti apposto", rimarca il tecnico) che i loro decibel hanno ormai superato i limiti consentiti dalle legge.

La ditta incaricata di trovare una soluzione non è riuscita a individuare i lavori utili per risolvere il problema e nel frattempo i proprietari dei locali hanno chiesto di lasciare il campo, nel caso non si fosse trovato un rimedio. “Siamo in attesa di un incontro con l'amministrazione per provare a intavolare una trattativa in grado di arrivare ad un nuovo spazio per noi” racconta Danè, che conclude: “Speriamo che il Comune ci dia una mano”. In caso contrario, sarebbe una (nuova) beffa non solo per Pamela, ma anche per i tanti giovanissimi e non solo che hanno trovato nella sua stessa palestra popolare un punto di riferimento importante e un motivo di crescita e aggregazione positivo, a dispetto di alternative ben diverse rispetto a quelle che lo sport, da sempre, è in grado di garantire.

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