Dall’Italia all’Islanda, la storia di Francesco: “Qui niente gerarchie, valorizzano subito i neolaureati”
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Clima, socialità, e soprattutto lavoro. Sono queste le più grandi differenze che Francesco ha trovato quando, subito dopo la laurea, è arrivato in Islanda. "Fin da bambino ero affascinato dai paesi nordici, così ho scelto questo paese per una ricerca per la mia tesi di laurea magistrale. Mentre la scrivevo ho lasciato qualche curriculum e pochi mesi dopo mi hanno chiamato nell'azienda biofarmaceutica dove lavoro ancora adesso, ormai sono qua da 5 anni".
"Qui non contano le gerarchie e tutti sono informali"
Dopo la laurea in farmacologia e la magistrale in biotecnologie, Francesco, 34 anni, ha scelto di entrare nel mondo nel lavoro direttamente in Islanda, proprio durante il periodo della pandemia. "Non avrei trovato questo lavoro così facilmente in Italia. Non sono entrato come stagista, non sono stato pagato, e non ho avuto rimborso spese: sono sempre un dipendente a tutti gli effetti, nonostante non avessi esperienza".
Una vera rivoluzione rispetto a quello che si aspettava provenendo dall'Italia. "In Italia non è molto diffusa una simile considerazione del neolaureato. Questo approccio però mi ha permesso di crescere molto velocemente".
Un'esperienza molto simile a quella vissuta anche da Roberto Pagani, docente di Islandese all'università, e da migliaia di altri connazionali che sempre più spesso stanno scegliendo l'Islanda. Negli anni, infatti, il numero di italiani nel paese è quadruplicato.
"Durante questi anni ho fatto un post master all'università di Pavia, da distanza, mentre lavoravo. La compagnia mi ha supportato molto e mi ha pagato parte del corso". "La mia comunque non è un'esperienza comune neanche qui – precisa – la maggior parte delle aziende è piccola, mentre quella in cui lavoro io è molto grande".
L'Islanda ha appena 400.000 abitanti, e questo lo rende uno dei paesi meno popolosi di tutta Europa. Questo rende molto più corte le catene sociali e appiattisce gerarchie e i gap sociali, anche nel mondo del lavoro. "Nelle aziende si danno del tu, dal CEO all'ultimo arrivato. Non ci sono formalità che impongono che il capo decida e gli altri subiscano la decisione, si lavora in team, e spesso sono composti da persone molto giovani che lavoro con i più anziani, ma comunque si ascolta tutti. Non c'è tossicità, almeno per l'esperienza che ho avuto io, e non c'è nonnismo. Tutti vengono presi seriamente".
E non è raro vedere qualche collega in ciabatte in ufficio anche in un'azienda grande e strutturata: "Sono dei ‘tranquilloni', non a caso gli islandesi sono considerati i ‘terroni del nord' proprio perché sono caciaroni, secondo i canoni di questa parte del mondo".
Il buio e l'inverno pesano sull'umore: "Piove continuamente"
C'è però un rovescio della medaglia, anzi due. Uno riguardala socialità. "Non è tutto rose e fiori – sottolinea Francesco – Il sistema nordico ha tanti lati positivi, ma anche molti negativi, soprattutto sul versante della socialità. Lo si vede nelle piccole cose. Nei rapporti non esistono vie di mezzo. Quando bevono possono diventare i tuoi migliori amici, ma quando ci si rivede il giorno dopo è come se non fosse successo nulla. È molto difficile entrare stabilmente nella loro cerchia, ma quando succede vuol dire che sono buoni amici".
Vivere e lavorare in un ambiente ristretto comporta anche svantaggi significativi. "Quelli che salgono di livello spesso si scopre che sono l'amico di…, il nipote di…, o il fratello di…. C'è molto nepotismo, una pratica che pensiamo sia tipicamente italiana, ma in realtà anche qui è molto forte. Se hai delle connessioni è più facile progredire, in tutti i campi".
Infine c'è il clima, l'elefante nella stanza per chi viene dall'area mediterranea come Francesco che è nato è cresciuto in Italia. "Il buio incide molto sull'umore, sulla forza. È veramente pesante, anche se le temperature non scendono come in Norvegia o in Svezia. A Reykjavik in inverno le temperature si aggirano attorno ai 5 gradi, mentre in estate non supera i 20, se va bene. E purtroppo piove costantemente, anche adesso. Abbiamo vissuto un giugno bellissimo, ma un luglio pessimo: 28 giorni praticamente senza sole".
Mettendo tutti questi aspetti su una bilancia, il consiglio di Francesco è quindi di fare prima un'esperienza di studio sia in estate che in inverno, e vedere se ci si può adattare: "Per ragazze e ragazzi giovani è un'esperienza molto formativa. Si può fare una stagione per avere in tasca un'avventura incredibile".