“Il disastro del Vajont ha stravolto la mia vita e ucciso quasi tutta la mia famiglia. Da allora ho vissuto come in un sogno, sperando di svegliarmi”. Sono passati 57 anni dalla tragedia che, il 9 ottobre 1963, cambiò per sempre il volto dell’Italia e lasciò dietro di sé quasi 2000 vittime. Ma Micaela Coletti, 69 anni, una delle poche sopravvissute, ricorda ancora tutto nitidamente. Alle 22.39 dal monte Toc, al confine tra il Friuli e il Veneto, si staccarono 260 milioni di metri cubi di roccia che, precipitando nel bacino artificiale sottostante con la forza di una bomba, alzarono un’onda di 250 metri. Tutto si svolse in appena quattro minuti: il muro d’acqua prima distrusse alcune case dei paesi di Erto e Casso, sulla riva sinistra de lago, poi scavalcò la diga del Vajont e si abbatté verso il fondovalle, disintegrando Codissago e Longarone.

E proprio a Longarone Micaela, che all’epoca aveva solo 12 anni, conduceva una vita serena con la sua famiglia. “La sera del 9 ottobre ero andata a letto presto perché il giorno dopo c’era scuola”, racconta a Fanpage.it. “Ma avevo l’abitudine di rimanere sveglia finché mio padre non rincasava dal lavoro. Quella volta però ho notato qualcosa di strano: cinque minuti dopo essere tornato, ha preso la macchina ed è uscito di nuovo. E’ stato allora che ho sentito un boato fortissimo, come l’esplosione di una bomba. Mia nonna è entrata di corsa nella camera dove dormivamo io, mio fratello di sei anni e le mie sorelle di 13 e 17, urlandoci di chiudere le imposte, perché, diceva, stava arrivando un temporale. Un secondo dopo è saltata la luce e l’acqua ha travolto casa nostra. Delle ore dopo ho ricordi orrendi e confusi. Il mio letto è stato trascinato dall’acqua, dal fango e dalle macerie per 500 metri. Ma questo l’ho scoperto dopo. In quel momento non capivo niente: un fragore fortissimo mi assordava e la pressione che mi piegava e schiacciava era talmente forte che avevo la sensazione di essere fatta di gomma. Avevo quasi l’impressione di non avere più gli occhi per cui, con grande fatica, ho alzato le mani e mi sono toccata il viso e la bocca. Forse è stato questo gesto a salvarmi la vita e a permettermi di respirare quel poco di ossigeno che ancora c’era. Poi buio totale: penso di essere svenuta”.

Non ricordo quante ore sono rimasta sotto terra. Mi hanno ritrovata perché avevo una mano e un piede che spuntavano dalle macerie. Quando sono stata tirata fuori ero talmente provata e trasfigurata che mi hanno scambiato per una donna anziana. Intorno a me c’era solo devastazione: mi ricordo degli enormi sassi bianchi che ricoprivano tutto. E un dolore lancinante alla schiena. L’uomo che mi ha preso in braccio, l’ho scoperto solo dopo, era Aldo De Col, unico sopravvissuto dei Vigili del Fuoco. Mi ha caricato su un’auto che si è diretta verso l’ospedale di Pieve di Cadore, dove sono rimasta per due mesi, quasi in trance.
Solo qualche anno fa sono entrata in possesso della mia cartella clinica: c’era scritto che il mio battito cardiaco era lentissimo quando sono arrivata in ospedale, ero quasi morta soffocata. Un pezzo di legno si era conficcato nel mio polmone sinistro e la pressione dell’acqua mi aveva schiacciato la spina dorsale.
Quella notte ho perso quasi tutta la mia famiglia. Mio padre, di 43 anni, è l’unico mio familiare che è stato ritrovato e riconosciuto grazie ai documenti che aveva in tasca. Mia mamma di 40, mia nonna di 67 e mia sorella di 13 anni non sono mai state trovate. Oltre a me, sono sopravvissuti solo mia sorella di 17 e mio fratello di sei anni. Loro due, di quella tragedia, non hanno più voluto parlare. Mio fratello si rifiuta anche solo di nominare il fatto di essere nato a Longarone. Ricordare fa molto male, quindi, forse, è meglio così”.

“Dopo la tragedia, noi tre ci siamo trasferiti a Belluno, da una zia che neanche conoscevamo e a cui non importava nulla di noi. Infatti, benché fosse la sorella di nostra madre, non ci ha mai chiesto niente di lei e di quello che era successo. Ci ha accolti in casa solo perché aveva ricevuto una sovvenzione della Sade, la società elettrica che controllava la diga, poi diventata Montedison. Ha offerto una piccola somma a tutti i tutori che si sarebbero poi occupati dei bambini sopravvissuti, in cambio della loro firma su un foglio dove dichiaravano che non avrebbero partecipato al processo. Quasi tutti firmarono. Lo Stato ci abbandonò completamente: non ricevemmo nessun tipo di risarcimento per la morte delle nostre famiglie e la distruzione delle nostre case.
Ho vissuto a casa di mia zia fino ai 18 anni. Avevo la sensazione che la mia esistenza fosse un sogno da cui prima o poi mi sarei svegliata. La mia vera vita, quella a Longarone, con la mia famiglia, i miei amici, i miei sogni, non mi apparteneva più. Poi mi sono sposata e ho cercato, senza riuscirci, di voltare pagina.
Nel 2001 ho capito che dovevo fare qualcosa per tenere viva la memoria di quella tragedia. Io e altri cinque sopravvissuti abbiamo fondato un comitato e, da allora, periodicamente andiamo a parlare nelle scuole”.

Il 25 marzo 1971 la Corte di Cassazione condannò quelli che furono ritenuti essere gli unici responsabili diretti della strage: Alberico Biadene (dipendente Sade che aveva gestito il serbatoio) a cinque anni e Francesco Sensidoni (dipendente del ministero dei Lavori Pubblici che avrebbe dovuto vigilare sulla sua sicurezza) a tre anni e otto mesi. Entrambi hanno poi goduto di un condono di tre anni. La Montedison (ex Sade) fu estromessa dal giudizio penale e condannata solo al pagamento di un risarcimento dei danni. Quello che è successo nella valle del Vajont non è stato quindi un disastro naturale ma una tragedia provocata, anche se in maniera colposa, da coloro che hanno ignorato i rischi che la costruzione della diga e del bacino avrebbe comportato in un territorio così soggetto a frane e smottamenti.

“Più gli anni passano, più, purtroppo cresce la rabbia verso i responsabili di una tragedia che poteva essere evitata", dice Micaela. "Quando la gente chiede del Vajont vuole sapere della diga e dell’acqua che ha travolto tutto ma quella è solo una piccola parte della storia. Il Vajont sono quei 30 bambini sopravvissuti, tra cui io e i miei fratelli, dimenticati da tutti, che hanno dovuto arrangiarsi senza aiuti. E’ stata una vita dura, ma l’abbiamo vissuta”.
Oggi Micaela ha un compagno, un figlio e un nipote. Vive lontano da Longarone perché i ricordi sono troppo brutti e non riconosce più il paese della sua infanzia.